15 anni persi, tra maggioritario, proporzionale e “largo ai giovani”

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di Pierfranco Pellizzetti

Forti segnali dicono che la Seconda Repubblica – dopo appena tre lustri di vita – sta andando in frantumi. Dunque – alla prova dei fatti – si è rivelata nient’altro che un breve sogno presto virato a incubo. Specie in questi giorni, nel suo indecoroso tramonto. Non poteva andare diversamente, visto che la sua nascita fu accompagnata da manovre altamente diversive per occultare contraddizioni irrisolte. Che stanno riapparendo identiche sulla scena anche adesso, nella transizione sotto traccia.
Infatti la Prima Repubblica implose per il crollo di credibilità della classe dirigente del tempo, saccheggiatrice a livelli intollerabili perché inguardabile in quanto a etica pubblica. “Questione morale”, si disse subito. Una questione che imponeva la rifondazione della politica partendo da criteri ben più rigorosi di selezione e dalla inflessibile riaffermazione dei principi della civica democrazia.
Poi cosa avvenne? Avvenne che le seconde linee di quella compagine, sopravvissute alla catastrofe, riuscirono nel più spudorato gioco di prestigio (dal fattore umano ad altro), trasformando la “questione morale” in “istituzionale”: il tema non era più quello di rettificare comportamenti concreti. Semmai andavano risistemate le regole del gioco mantenendo in campo – tutto sommato – gli stessi giocatori.
Operazione perfettamente riuscita e per lunghi anni la discussione si concentrò esclusivamente sulle virtù del sistema maggioritario e sui vizi di quello proporzionale, nell’auspicio di una normalizzazione totale grazie alla compiuta realizzazione dello schema bipolare in bipartitismo.
Ora che va succedendo? Succede che si torna a parlare delle stesse cose con cui ci hanno nascosto tanto a lungo il cuore del problema, soltanto a termini rovesciati. E proprio in questi giorni si tiene a Roma un convegno su ipotetiche Terze Repubbliche con la partecipazione annunciata di numerosi big – da Massimo D’Alema a Bruno Tabacci – in cui la relazione d’apertura, a cura dell’antico operaista Mario Tronti, propone quale via d’uscita dalla crisi la bella trovata del ritorno al proporzionale.
Un tema che può appassionare la corporazione dei politici; in particolare gli spezzoni di partitini attualmente dati per dispersi, che ritroverebbero un posticino caldo nelle stanze del potere grazie all’attitudine del metodo proporzionalistico di registrare in termini iperrappresentativi ogni qualsivoglia frattaglia (e – quindi – regalare anche ai più infinitesimali gruppuscoli un peso e un’influenza, magari una capacità di ricatto, assolutamente spropositati).
Ma a noi, cittadini comuni, di tutto questo “quanto ne cale”? Proprio nulla.
Piuttosto, ancora una volta il “politichese stretto” ha la meglio sul dire “pane al pane e vino al vino” affinché tutto resti come prima. Fermo restando che nel frattempo si è buttato via un intero quindicennio e la democrazia nel nostro Paese è andata ulteriormente avvizzendo; è ormai precipitata in uno stato di vera e propria catalessi.
Di rincalzo a queste sperimentate pratiche diversive, ecco rimbalzare sulla scena l’altro argomento canonico: “largo ai giovani”. Il problema della qualità politica, depistato nei rarefatti cieli politologici della discussione sulle regole istituzionali, ora si riduce alle banalità della “questione generazionale”.
Come bastasse una carta d’identità a certificare idee innovative e tempra civile. Sicché le ragazzotte di belle speranze selezionate dal premier nelle sue varie residenze stile Gardaland sarebbero la soluzione perfetta del nostro problema.
Purtroppo così non è. In alternativa c’è la scelta fatta dagli americani eleggendo presidente Barak Obama. Ricordiamoci – però – che non si tratta solo di un giovane di bell’aspetto, ma l’esito di un processo che reinventa politica. Dalle idee ai canali di comunicazione e partecipazione; alla riaffermazione della credibilità come requisito primario. Alla faccia di proporzionale, imberbi al potere o altra scorciatoia fasulla.

(29 giugno 2009)



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