15 ottobre, in piazza per uscire dall’abisso della crisi globale

Claudio Riccio

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Come rispondere all’abisso? Come fermare questa folle corsa della crisi, questo gigantesco imbroglio messo in campo per accumulare profitti, saccheggiando i beni comuni, devastando l’ambiente, cancellando speranze di futuro per più di una generazione?

I processi di indignazione mondiale che vedono coinvolti decine di paesi in tutto il mondo, hanno avuto il loro inizio inconsapevole nel movimento dell’Onda, in Italia, quando dopo anni di silenzio e nel pieno dello strapotere berlusconiamo, centinaia di migliaia di studenti scesero in piazza, facendo irruzione nella scena pubblica urlando “noi la crisi non la paghiamo”. Oggi anche Naomi Klein individua in quelle proteste l’inizio di tutto. Lo scorso anno gli studenti hanno fatto tremare il governo, inserendosi nelle crisi politica, tutta interna al centrodestra, e diventando il principale soggetto dell’opposizione sociale nell’arco dell’autunno. Con gli occhi ancora pieni di quelle piazze abbiamo guardato alle rivolte dei nostri coetanei nel Maghreb e nel Mashrek, alle piazze occupate dagli indignados spagnoli, alla mobilitazione che da mesi rivendica istruzione pubblica e democrazia in Cile, fino alla recente occupazione di Wall Street.

Partita dall’Italia e diffusa in tutto il mondo, la mobilitazione contro la crisi globale, può tornare ad avere il suo epicentro in Italia a partire dal 15 ottobre, data internazionale di mobilitazione scaturita da un appello degli indignados spagnoli. Potremo svolgere questo ruolo se non faremo richiudere quello spazio di possibilità contenuto nella finestra che va dalle mobilitazioni degli studenti che il 7 ottobre hanno coinvolto 90 città italiane, proprio alla giornata del 15.

Il panorama dell’opposizione sociale è, infatti, desolante chiuso com’è in tatticismi e guerre di posizione politiciste che rischiano di essere un tappo per lo spontaneismo potenziale dei nostri concittadini. Tra chi si consola nella propria autoreferenzialità e difende piccoli orticelli spesso rinsecchiti, a chi non ha alcun interesse per il raccolto, e quindi neanche per la semina. Il 15 ottobre, che può essere l’inizio di una stagione straordinaria delle lotte, è ancora tempo di semina.

Da alcuni giorni Via Nazionale a Roma è occupata, da tende, musica, assemblee, dibattiti, cortei, il tutto a 50 metri da un blindatissimo Palazzo Koch, sede di Banca d’Italia. Scegliendo di #occuparebancaditalia abbiamo voluto sostanzialmente affermare che la democrazia non può essere accettare che la linea di politica economica di un paese sia definita da una lettera di un banchiere francese a capo della BCE e dal suo successore, Mario Draghi. Chi, in qualunque settore politico si schiera con quella lettera, con le sue imposizioni in materia di smantellamento del welfare e privatizzazioni, è contro di noi. Vogliamo cacciare Berlusconi, ma crediamo che un’alternativa sia possibile solo con profonde rotture politiche, a partire dal rifiuto del governo dell’austerity, di cui la BCE è simbolo concreto.

Di fronte a un parlamento svuotato da tempo di funzioni, il cui unico compito è tenere in vita il governo con periodici voti di fiducia, la nostra indignazione non può vivere nell’ossessione del palazzo e della “cacciata del tiranno”, evidentemente voluta e ricercata, ma palesemente insufficiente.

Da un lato serve aprire un dibattito pubblico sui temi del debito, smantellare quell’idea, figlia del centrosinistra degli anni novanta, che il pareggio di bilancio sia una cosa di sinistra, che fa il bene dei più deboli, mentre li indebolisce e li lascia senza welfare e tutele. Serve dire che dinanzi a una crisi sistemica serve una profonda alternativa capace di portarci fuori dalle crisi: economica, sociale, ambientale, democratica. E’ necessario ed urgente riaprire su questi temi uno spazio pubblico.

Ma non ci basta avere ragione. Non ci basta dire che le nostre idee farebbero il bene di molti e non di pochi, non ci basta dire che noi “siamo il 99%”, contro l’1% di manager, banchieri, miliardari, che determina i destini economici e non solo del nostro mondo. Vogliamo cambiare davvero, le nostre vite, l’Italia, questo Paese.

Per questo è necessaria una grande mobilitazione di massa, capace di far franare il consenso nei confronti dell’attuale sistema economico, smantellare il consenso nei confronti delle politiche economiche, portare in piazza centinaia di migliaia di persone e riaprire la possibilità di modificare radicalmente i rapporti di forza.

Il 15 ottobre tantissime e tantissimi da tutt’Italia invaderanno Roma.
Se sapremo aprire una grande fase di mobilitazione dentro la crisi potremo diventare molto più forti di chi ci affama, perché non abbiamo nulla da perdere se non i loro debiti.

* portavoce movimento studentesco Rete della Conoscenza

(14 ottobre 2011)

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