16 novembre, contro il biocidio mettiamo le tende

Andrea Salvo Rossi

e Dylan Di Chiara *

Una pagina nuova e importante delle lotte ambientali campane verrà scritta il 16 novembre.
Una pagina nuova che saprà parlare finalmente di connessioni reali, e non solo evocate, tra più esperienze di mobilitazione, diverse per provenienze, per le pratiche messe in campo, per le forme di radicamento e di relazione, ma tenute insieme da un comune politico: stop al biocidio. Stop, cioè, a quella forma di accumulazione predatoria che, in nome di un profitto rapido e spietato, mette a repentaglio la vita delle comunità e dei territori su cui si abbatte. Mette a repentaglio quella vita non come se violasse un santuario o un diritto universale: non si tratta di questo, ma dell’aggressione alla vita come potenza produttiva, come tessuto di relazioni composite e cangianti, come possibilità di dare forma al mondo in modi differenti da quello che vuole imporsi come unico modello possibile: forme di vita cooperative, solidali, interessate alla valorizzazione dei tempi e delle specificità di un territorio, piuttosto che desiderose di prender parte al saccheggio.

Dentro quest’orizzonte di senso, tante esperienze che pareva non fossero destinate ad intrecciarsi, da un mese condividono appuntamenti di preparazione, dibattiti, flashmob, performance artistiche, cortei enormi, come non se ne vedevano nella nostra regione da troppi anni. E poco importa – adesso – capire se l’innesco viene dall’audacia di una parte dell’attivismo cristiano, se viene dalle dichiarazioni ottuse e crudeli di questo o quel ministro o dalle dichiarazioni choc di un pentito di camorra. Il punto è invece vedere come si siano date tutta una serie di condizioni che danno spazio ad un movimento di massa: le trentamila persone di Orta di Atella, le diecimila di Giugliano, le cinquemila persone di Mugnano proprio dell’ultimo fine settimana non sono una coincidenza, ma invece il segno di un’avvenuta maturazione, capillare a tutti i territori, che interroga chiunque si ponga il problema della trasformazione dell’esistente.

La sfida non è più una scommessa sulla partecipazione: il movimento contro il biocidio, quanto ai numeri, ha già dimostrato tutto quello che aveva da dimostrare. Partecipazione inedita, intergenerazionale, trasversale alla metropoli e alla provincia, capace di invadere (in senso molto fisico) tutti gli spazi della decisione centrale a partire da quella forza che viene dai margini, dalle periferie.

La sfida è invece essere all’altezza di quella moltitudine che il 16 novembre si incontrerà in piazza per parlare di salute, di ambiente, di democrazia, di diritto alla decisione, per farlo con tutte le lingue che questo ciclo di mobilitazione ha saputo mescolare: quella degli studenti, quella delle università, quella delle mamme, quella dei produttori locali, quella dell’antimafia intesa come pratica immediatamente anticapitalistica.

Ed è per questo che pensiamo si dovrà rimanere. Perché questa composizione singolare e ricca non merita di essere limitata ad un evento. Si dovrà rimanere perché questo movimento merita quello spazio di democrazia reale ed espansiva che solo le piazze resistenti sanno ospitare.

Da Sud guardiamo a Ghezi Park come modello di difesa dei beni comuni e come capacità che i movimenti hanno di abitare la congiuntura, di partire da una questione specifica per poi riarticolare in modo complesso i molti percorsi che quella questione apre: percorsi che parlano di modello di sviluppo urbano, ma anche di diritto alla decisione, di erosione della sovranità da parte delle comunità resistenti.

Da Sud guardiamo alle piazze degli altri sud dell’Europa, di altre terre depredate da nuove ondate di colonialismo: guardiamo a piazza Syntagma, guardiamo a Puerta del Sol, a piazza Tharir, alle strade di Tunisi. Non come se fossero una ricetta che vale ovunque, un interruttore generale di ogni movimento anticrisi possibile. Ma come esperienze che alludono ad un’occasione. Quella che i movimenti sociali hanno di non dileguarsi dopo poche ore, ma invece di disobbedire alle regolamentazioni del dissenso e resistere in piazza per trasformare la stessa in un’istituzione di democrazia reale. Un luogo in cui prendere parola permanentemente, condividendo saperi, conoscenze, idee con quella dilatazione dei tempi che un simile lavoro merita. Un luogo di laboratori, in cui discutere del ruolo delle università nella crisi e nelle emergenze territoriali, in cui discutere del rapporto tra comunità e territori, in cui provare a rigiocare la questione del biocidio in una prospettiva europea di claims condivisi e immediatamente rivoluzionari.

E allora dobbiamo restare per questo. Perché riprendano parola tutte quelle storie subalterne che la crisi ha messo ai margini di ogni discorso. Perché se è dai margini che si estorce più facilmente ricchezza, forza lavoro, risorse, è anche vero che è da quei margini che poi proliferano esperienze di lotta e di assalto al potere costituito.

Dobbiamo restare in piazza perché ci meritiamo la possibilità di provarci, perché la forza di un fiume in piena val bene l’audacia di un tentativo: il tentativo di fare un passo oltre il limite, oltre le terre conosciute e tirar fuori da quel salto ancora più forza, foss’anche solo una forza della condivisione, quella forza che deriva dallo stringersi assieme, una forza della consapevolezza, una forza tutta aperta alle incognite e alla sperimentazione.

Dobbiamo restare in piazza perché c’è una generazione che il potere ancora non è riuscito a terrorizzare, una generazione che vuole restare e resistere nella propria terra, non per difenderne le tradizioni, ma per riprendersela e immaginare in essa nuovi mondi, nuove relazioni, nuovi modelli di produzione, nuove forme di vita. Una generazione che vuole resistere e restare perché è convinta che la soluzione allo smarrimento, alla povertà, alla miseria del presente, non è fuggire il più lontano possibile e sperare che la Samarcanda della crisi non arrivi, ma invece mettersi assieme, corpi e intelligenze, saperi e passioni, desideri e ostinazione e riprenderselo, questo mondo, un pezzo alla volta.

* attivisti Mezzocannone Occupato

(14 novembre 2013)



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