17 novembre, cronache dall’onda anti Gelmini-Tremonti
Anna Maria Bruni
Roma – Piazza Esedra è già piena alle 9,30 del mattino. Questa è una delle occasioni nelle quali svegliarsi presto non è davvero un problema, da ragazzi. Una di quelle occasioni che rompono il grigiore di una quotidianità ingessata e ti fanno riprendere a vivere a ritmo. Studenti di licei e tecnici, almeno 10.000 a Roma, sono arrivati in piazza pieni di entusiasmo e consapevolezza, e con altrettanta pazienza hanno atteso lo spezzone degli studenti dell’università che si era dato appuntamento davanti alla Sapienza per radunare i tre atenei in un unico corteo. Ma non erano soli. Quell’impegno preso dal palco del 16 ottobre è stato mantenuto “giorno dopo giorno”, ci dice Maurizio Landini, il leader Fiom, che è qui in piazza a testimoniare la volontà di “unire le lotte dei lavoratori e degli studenti” cominciata proprio con la manifestazione delle tute blu. “Un impegno – annuncia Landini – che porteremo anche a Bruxelles la prossima settimana, all’esecutivo del sindacato europeo”, “lì dove – sottolinea – ci troviamo con sindacati che stanno portando avanti il conflitto in modo unitario, e solo nel nostro paese non sembra possibile”.
Accanto a lui Gianni Rinaldini, ora responsabile dell’area programmatica “La Cgil che vogliamo”, chiarisce che il punto è un “No fermo al patto sociale”, e a tutti quelli che pensano di perseguirlo per vie traverse. Ed è un no di “assemblee affollatissime”, quelle che l’area continua a costruire nei territori, incontrando una crescente risposta. Ma anche Paolo Ferrero, leader del Prc ora nella Federazione della sinistra, è oggi in piazza con gli studenti, per “costruire con loro una piattaforma comune in tutte le sedi”, dice, nei comitati di “uniti contro la crisi”.
Intanto la musica gira a tutto volume, i Clash cantano “Should I stay or should I go”, e allora capisci che Fazio e Saviano non si sono inventati niente, perché questo è il motivo d’angoscia di ogni adolescente finché non si ritrova con gli altri, e non scopre che c’è davvero molto di appassionante da fare a stare qui, a lottare insieme e a riprendersi la propria vita con annessi “sogni e bisogni”, dice un cartello. Che insieme ad altrettanti striscioni e agli slogan forma il mosaico che compone l’intera piattaforma del diritto allo studio e della difesa della scuola pubblica, che lancia il j’accuse contro la precarietà. Del lavoro, dello studio, della ricerca, del futuro.
“Governo precario vs generazione di precari: vediamo chi cade”, è la scritta dello striscione d’apertura del corteo degli studenti medi, mentre quello degli universitari dice “la loro in-stabilità, solo macerie per l’università”. Ed è Sociologia, Scienze politiche, il Dams, Fisica, per dire solo alcune delle facoltà oggi in piazza, e poi i ricercatori, quelli della “rete29aprile”, come quelli che aspettano come da tradizione il corteo dalla balconata che domina via Cavour, perché appena usciti dalla facoltà di ingegneria di Piazza S. Pietro in Vincoli: “voi macerie noi ricerca”, dice lo striscione teso dalla balaustra per tutta l’altezza, dal quale risponde quello della Federazione degli studenti: “affamati di cultura vi facciamo più paura”. Sono licei e tecnici romani, l’Aristotele, l’Albertelli, il Talete, il Machiavelli, il Cavour, l’Aristofane fra gli altri, e altrettante le sigle: rete degli studenti, Uds, Movimento Universitario, Atenei in rivolta.
Tante insomma, attraverso le quali cercano di associarsi e praticare percorsi e pratiche che “restituiscano alla realtà il diritto allo studio”, dice Sofia Sabatino della Rete degli studenti, “cercando nell’esperienza concreta le controproposte per realizzare noi una vera riforma, che abbia come faro l’accessibilità dello studio per tutti”. Esperienze comuni, dalle “occupazioni partite già ad inizio settimana al Manara, al Mamiani e ieri al Virgilio, e che la prossima dovrebbero partire al Tasso e al Visconti,” mentre in altri istituti “partono le autogestioni, se non addirittura le cogestioni, lì dove i docenti – dice sempre Sofia – hanno davvero cominciato a fare fronte comune”. Ma non è semplice, ammette Sofia, ancora c’è molto lavoro da fare, sia con gli insegnanti che con i genitori. E lo confermano due mamme di studenti del Russell, come un altro genitore del Newton. “Noi siamo della generazione che ha vissuto in prima persona la ricomposizione dei bisogni – ci dice Luisa – non è difficile capire che non siamo investiti da questi tagli solo perché lo sono i nostri ragazzi. Siamo coinvolti come cittadini, e come lavoratori”. E allora è necessario non smettere di parlarsi, incontrarsi, parlarsi, confrontarsi con gli altri genitori, dentro e fuori la scuola.
Il corteo parte, gli studenti, cantano, ridono, si divertono, corrono, parlando con i tanti affacciati alle finestre lungo via Cavour, gridano “vieni giù vieni giù manifesta pure tu”, e poi riprendono a ritmo: “noi la crisi non la paghiamo”, e ancora corsa, e ancora slogan, “non ci avrete mai come volete voi”. “Tramano” di andare davanti al Parlamento quando l’accordo è per Piazza Navona. Il servizio d’ordine è rigorosissimo, arrivati allo svincolo dei Fori imperiali uno studente prende il microfono e dà disposizioni: “gli studenti medi dietro al camion bianco per favore, facciamo passare avanti gli universitari”. E allora capisci che si stanno organizzando, sono decisi a “prendersi la piazza”. Ma a Piazza Venezia la tensione cade, no, si tira dritto per Botteghe oscure, non hanno intenzione di fare un braccio di ferro. Il corteo arriva a Piazza Argentina, la polizia è schierata in forze all’inizio di Corso Vittorio, pronta ad accompagnare il corteo per l’ultimo tratto.
E invece no. Gli studenti si infilano nel budello di Via di Torre Argentina, due svolte a destra ed è di nuovo Montecitorio, lo sanno. Ma dopo un attimo, il tempo di far passare un piccolo gruppo, sono i dirigenti delle forze dell’ordine a fare cordone e a chiudere così l’entrata della piccola strada. “Non è possibile”, li isolano, li lasciano andare da soli, “possibile che si facciano gestire così?”, le voci corrono. Ma è di nuovo un attimo, e i primi studenti tornano indietro, fischiano alla polizia, non ci stanno, quelli reagiscono, stringono il cordone, uno di loro chiama i rinforzi, la celere di corso Vittorio si infila su Torre Argentina. “Ma sono impazziti?”. Forse la polizia, che si infiamma facile. Ma non gli studenti, che continuano a usare la testa. Si fermano, trattano. La polizia scioglie i cordoni e buona parte del corteo passa, e arriva al Parlamento. Sotto quel “Palazzo – dice Gabriele di Scienze politiche al megafono, quando piazza Montecitorio è piena – che ha deciso finora sopra le nostre teste, perciò noi ora ci siamo presi questa piazza, per dire che quel ddl non deve passare, che non sono solo slogan ma fatti, che siamo indisponibili, che non c’è più spazio per la normalità”.
(17 novembre 2010)
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