21.07.09 – Cavaliere di letto e di governo
Un amico mi telefona. Mi racconta una storia come tante, ma per lui dolorosa. Ha scoperto che la sua compagna lo tradisce. Lo tradisce da anni, portando avanti una relazione parallela. “Ma ne sei certo?” – gli chiedo, sperando che mi offra solo degli indizi, in modo che io possa rassicurarlo. – “Purtroppo sì”, mormora, affranto. “E come l’hai scoperto?” – Dopo un silenzio imbarazzato, condito di sospiri, arriva la risposta: “Ho sbirciato nel suo cellulare. E quello che vi ho trovato è stato devastante, per me. Messaggi amorosissimi, di lui; messaggi amorosissimi di lei. Promesse, intese, giuramenti, e, soprattutto, tanto tanto tanto eros”. Lo fermo, prima che giunga ai dettagli. Non voglio si umili, con me. Lo è già doppiamente. Per l’inganno subito, e per il trucco adoperato per scoprirlo. Trovo la forza di dirgli, sia pure con fare bonario: “Non si fa”; “lo sai, che non è corretto e non è giusto frugare nei telefoni o nei computer o nei cassetti altrui? Lo sai che non si legge la posta elettronica? Né i messaggi sui telefonini?” – “Certo che lo so. Ho compiuto un’azione vile e sbagliata: ma è servita a rivelarmi una verità che mi era ignota, e che ora ha cambiato la mia esistenza. In peggio, ma almeno so come stanno le cose”. “E lei…”, a questo punto incalzo: “Gliel’hai detto?”. “Beh, l’ha scoperto, o meglio ho lasciato che lo scoprisse, che sapevo”. “E come ha reagito?” “Male. Ma in fondo non più di tanto. Ha risposto semplicemente che quei messaggi non avrei dovuto leggerli, che non mi riguardavano, che non erano “cosa mia”: non erano a me diretti, né da me scritti, e che dunque non avevo titolo a leggerli”. Ineccepibile, rifletto, ma taccio. Eppure come dare torto al mio povero amico cornuto? Ossia, conta il “crimine” (il tradimento, portato avanti per tanto tempo, di nascosto, anzi, come lui mi ha precisato: ribadendo una falsa verità, ossia che era lui il suo, di lei, vero e solo amore); o conta il modo formalmente scorretto con il quale esso è stato scoperto? Detto altrimenti, quale colpa è principale e quale secondaria? Il tradimento, “rato e consumato” da anni, e l’inganno, portato avanti per coprire quel tradimento; oppure la scorrettezza (pur grave) di guardare là dove non si sarebbe dovuto guardare?
Lascio ai lettori la risposta, secondo la propria sensibilità. Per conto mio non avrei dubbi. E la colpa vera mi pare la prima, se colpa è “tradire” (colpa, a mio avviso, è però, essenzialmente, il mentire, non il “tradire” in sè).
Ma perché racconto questo banale, pur tristissimo episodio di vita di coppia (che peraltro continua ora, in una dolorosa “alternanza” da cui il mio buon amico non riesce a liberarsi)? Perché le ultimissime rivelazioni sulla saga erotica del nostro valente e prestante cavaliere di letto e di governo (miracoli della chimica!), rese di pubblico dominio grazie alle registrazioni consegnate agli inquirenti dall’ormai mitica “escort” di lusso, Patrizia D’Addario, sono state simili a quelle della compagna del mio amico. Ossia, la colpa sarebbe della dubbia liceità (ma a me pare del tutto lecita) della pubblicazione (in audio e in trascrizione) degli incontri fra il capo e l’intrattenitrice (che alla fine come nella celebre canzone di Fabrizio De Andrè su Carlo Martello non è stata neppure saldata, per le sue prestazioni durate un’intera notte, sul “letto di Putin”: che brivido erotico!); la colpa, insomma, sarebbe della donna che ha registrato tutto il registrabile, e ha consegnato alla magistratura, e di là i documenti sono finiti a “la Repubblica” che li ha pubblicati; la colpa non sfiora, dunque, neppure il colpevole vero. Ossia un signore, che casualmente è responsabile del governo della nazione, magnate della comunicazione e del calcio, capo di un impero finanziario, e l’uomo pubblico più in vista d’Italia, e… e… e…; il quale signore si scopre che regolarmente compra la compagnia di signorine assai bellocce (compra, e a quanto pare, non paga, proprio come quel cialtrone di re Carlo, reduce dalla battaglia di Poitiers), si intrattiene con loro, anche in forme “plurali”, si lascia fotografare, registrare, e soprattutto mente e continua a mentire non soltanto a sua moglie, il che riguarda solo la ex coppia felice, bensì all’intero Paese. La signora Patrizia, che ben due volte è stata ospite del capo, a dire di questi era una assoluta sconosciuta. Come tutte le altre rivelazioni, documentate da foto, video, audio, sarebbero “inverosimili”, secondo la fertile inventiva dell’avvocato-deputato di sua Maèstà, l’ectoplasmatico Niccolò Ghedini, il favoloso inventore della trovata di Berlusconi “utilizzatore finale” di quelle simpatiche e vivaci ragazze. Un concetto interessante giuridicamente anche questo della verosimiglianza. Sono vere o false, quelle registrazioni, avvocato Ghedini? Vere o false? – risponda, la prego. Se sono false, ci dica di chi è la voce che parla alla Patrizia, vantandosi delle proprie prestazioni, promettendo, cinguettando. Se sono vere, ci spieghi perché il suo cliente ha mentito e continua a mentire. Ci dica, lui stesso, il cliente, o il suo avvocato, se sia “normale” che un primo ministro, sfidando la pubblica ignominia, sia uso praticare prostitute, riceverle nelle sue infinite dimore, in festini orgiastici. Ci dica se questo faccia parte del programma per “cambiare l’Italia”. Ci dica se, invece, dire la verità sia una pratica sovversiva e in quanto tale inaccettabile per le istituzioni. Ci dica se il “riformismo” del Partito delle Libertà comprenda la trasformazione della nazione in un gigantesco lupanare. Ci dica, l’avvocato o il suo datore di lavoro, se un simile presidente del Consiglio sia degno di guidare l’Italia, un’Italia che non voglia diventare “serva” e “di dolore ostello”, “non donna di provincie, ma bordello”. Versi di Alighieri. Chi? Dante, Dante Alighieri, signor presidente del Consiglio. Un poeta. Vissuto tanti secoli fa. Dal 1265 al 1321. Morto in esilio. Ebbe modo di scribacchiare parecchie cosucce. Tra le quali una Commedia. Che racconta un viaggio nell’Oltremondo, dall’Inferno al Purgatorio e quindi al Paradiso. Gran peccato che quel tale, sì, dico quel Dante, non possa aggiungere almeno un canto alla sua prima Cantica, quella agli Inferi. Forse l’Unto del Signore, come ha avuto la faccia tosta di presentarsi, finirebbe, nel giudizio del fiorentino, in un girone infernale tutto suo. Pieno di televisori e di “escort”, e, soprattutto, di servi sciocchi, che seguiteranno a cantare le lodi del pover’uomo, vittima di congiure di magistrati comunisti e di agguati di giornalisti avversi. “Ahi, serva Italia!…”
Angelo d’Orsi
(21 luglio 2009)
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