27.07.09 – CAI, se il ritardo è la regola

MicroMega

Volo Alitalia Torino-Roma. Partenza ore 10,45. Arrivo previsto ore 11,40. L’aereo atterra puntualissimo allo scalo di Fiumicino. Generale contentezza, diffuso giubilo e rilassamento quasi euforico del centinaio di passeggeri, tra i quali comunque serpeggia un certo stupore: in orario? Possibile? E qualcuno, forse, rimedita autocriticamente sulle insinuazioni da lui stesso lanciate tante volte sul conto della CAI, la mitica Compagnia Aerea Italiana, costata tanti quattrini al contribuente, e ben nota per la sua straordinaria inefficienza. In fondo, quel qualcuno avrà pensato, siamo stati troppo severi. E l’Italia, quando vuole, ce la può fare, ripetendo slogan di politici ottimisti. Bagaglio a mano recuperato, insieme ai famosi “oggetti personali” di cui la voce nell’altoparlante premurosamente ci invita a non dimenticarci. Bene. Tutti in piedi, ai blocchi di partenza. Fioccano le telefonate e i messaggini, sebbene le porte dell’aeromobile non siano state ancora aperte, dunque contravvenendo le disposizioni che ci sono giunte dalla voce amica che ci parla da un microfono nascosto. Ma… ma le porte continuano a non aprirsi, e nulla accade. Il personale di bordo tace. L’altoparlante si è ammutolito. Cinque minuti, dieci, quindici, venti, venticinque… Allo scattare del venticinquesimo minuto, il sottoscritto improvvisa una piccola concione, incitando i suoi compagni di disavventura a dimostrare, in luogo di un inerte silenzio, il proprio sdegno. Risultato: nell’imbarazzato perdurante silenzio della quasi totalità degli astanti, qualcuno lo insulta, ingiungendogli di pazientare, e di aspettare “come facciamo tutti”. Alla mia replica, neppure irosa, ma semplicemente sconfortata, un steward mi dice: “sa perché non arriva il finger? (il tunnel telescopico che dalla porta dell’aerostazione giunge fino al portello dell’aereo: il ritardato arrivo era appunto la causa della nostra prigionia)… E risponde, davanti al mio sguardo interrogativo: “Perché contano sul nostro ritardo. Quando arriviamo in perfetto orario, come oggi, loro non sono pronti”. Beh. Mi sento così sollevato da questa informazione (che mi consente di ritrovarmi in Italia, dopo che per un istante mi ero sentito felicemente tedesco o spagnolo, o semplicemente europeo), che gli ulteriori sei minuti di attesa volano. La regola è il ritardo, l’eccezione è essere in orario: e l’eccezione crea problemi. E genera ritardo. Benissimo. Virtualmente, il passeggero può scegliere tra un ritardo imputabile alla compagnia aerea, o uno addebitabile alla società di gestione aeroportuale. Il ritardo, comunque, è assicurato.
Dunque dopo 31 minuti di sequestro, in un aereo ormai privo di aria condizionata, con una temperatura esterna (secondo l’annuncio del capitano) di 37 gradi centigradi, “uscimmo a rivedere le stelle”. O meglio, considerata l’ora, il solleone.

L’avventura segue con il lungo attraversamento dello scalo, per raggiungere la stazione ferroviaria: si tratta di fare il biglietto per il trenino che conduce in città. Devo scendere a Trastevere, dunque il Leonardo Express non è il mio treno, in quanto fa solo la spola Fiumicino-Termini. Devo cercare l’altro treno. Peccato che non vi siano indicazioni di sorta, e che soltanto una consumata esperienza o la fortuna possono assisterti nell’azzeccare quello giusto. Ma questo è un problema che segue a quello fondamentale del biglietto. Ci sono due sportelli aperti: ma sono sportelli in cui si fanno biglietti (e, ahimè, si danno informazioni) per l’intera rete ferroviaria nazionale, nonché collegamenti internazionali. I postulanti sono soprattutto stranieri, che della lingua di Dante non sanno nulla o poco più, e gli addetti agli sportelli, poveretti, si arrabattano tra i più vari idiomi, cercando a gesti di farsi intendere. Cerco la biglietteria automatica. Quattro macchine: mi dirigo verso le due che non hanno coda, stranamente. Il mistero è subito svelato: fuori servizio, cosa che peraltro devi capire da te, non certo sulla base di un avviso. Allora cerco una rivendita privata: la trovo, e, pronto a pagare l’iniqua gabella di 1 euro (“diritto di emissione”!) aggiuntiva, provo ad avvicinarmi. Ma, niente da fare: la coda è lunga. E occorre attendere. E io ho un appuntamento. Rinuncio e ritorno alla biglietteria, e infine, recitando un mantra mentale, agguanto il rettangolino di carta, e dopo averlo regolarmente obliterato, mi pongo alla ricerca del treno per me. Mi sovviene una signora che è là ad aspettare qualcuno. E mi informa del binario e dell’orario. Auff! Ce l’ho fatta… Un semimiracolo… Il sistema Italia funziona, non v’è che dire.

Angelo d’Orsi

(27 luglio 2009)



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