9 aprile, in piazza anche i giornalisti precari

Cristiana Raffa

Il 9 Aprile a Roma e in molte altre città si vedranno per la prima volta in piazza un tipo di precari e lavoratori autonomi che solitamente si guardano bene dal protestare: i giornalisti. La situazione di selvaggia esternalizzazione del lavoro che sta condizionando il sistema dell’informazione è ignorata da chi vede solo il prodotto finale, ma vissuta da dentro è qualcosa di simile a un far west.

Chi produce le notizie si è messo in testa che è ora di diventare una notizia. Uno spezzone di cronisti, collaboratori con contratti atipici o cosiddetti freelance (termine anglosassone nella maggior parte dei casi non aderente alla reale situazione di assoggettamento a tariffari indegni) parteciperà al corteo con diverse sigle autonome o legate al sindacato unico di categoria, la FNSI. Quest’ultimo ha scelto di rompere gli indugi aderendo ufficialmente a una manifestazione che è stata organizzata completamente dal basso, perlopiù da trentenni che chiedono semplicemente la possibilità di vivere col proprio lavoro e il rispetto per una professione sacra per una democrazia.

In questi anni la crisi economica e la rivoluzione digitale stanno portando alle estreme conseguenze la deregolamentazione di un sistema che si barcamena tra forme di clientelismo politico (pensiamo per esempio alle incessanti lottizzazioni della Rai, oggi radicalizzate da un bipolarismo di fatto) e privato (perché non esistono editori puri). Pochi redattori al desk a far girare la macchina e un esercito di collaboratori a chiamata, vittime di un’esasperata ricattabilità che mina alla radice la libertà d’espressione.

Ad oggi sono oltre 24.000 i giornalisti che lavorano come precari senza alcun tipo di tutela, più di quelli contrattualizzati e garantiti. Pagati anche 4 o 5 Euro a pezzo, soprattutto nel meridione, o al massimo 40 o 50 Euro dalle maggiori testate nazionali per un pezzo di media lunghezza. Parliamo di inchieste, fondi, commenti, approfondimenti, interviste, tutto quanto contribuisce a produrre più della metà dell’informazione (indagini informali parlano addirittura del 70%). Costretti a far fronte alle spese che sostengono per lavorare (viaggi, computer, ormai anche videocamere, smart phone e macchine fotografiche, perché la figura più richiesta è quella del reporter multitasking), e, se non hanno neanche un contratto di collaborazione, si pagano anche la previdenza per una pensione che non vedranno mai.

Non è sicuramente immaginabile l’assunzione per tutti e basta guardare i numeri per capirlo, ma è necessario che non si confonda la flessibilità con la precarietà. Riforma dell’accesso alla professione, formazione adeguata e trasparente, tariffari dignitosi, sanzioni per gli editori che attingono ai fondi pubblici e che si dimostrano non virtuosi, rappresentanza nei comitati di redazione: questi e altri temi non sono più prorogabili. L’inizio di un confronto tra lavoratori che normalmente sono resi antagonisti da una sorta di caporalato dell’editoria, è un segnale da interpretare come una speranza.

È necessario inoltre che si apra un dibattito pubblico serio sul futuro dell’informazione e di quelli che sono definiti non a caso “giornalismi”. La moltiplicazione dei canali è un universo di nuove possibilità, ma non garantisce di per sé una maggiore qualità. Una categoria disposta a cedere gratis, o quasi, i suoi contenuti non fa altro che cannibalizzare la propria capacità di produrre buon giornalismo, approfondito e indipendente. Sono argomenti che dovrebbero stare a cuore a tutti.

(7 aprile 2011)

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