A proposito dei “figli di mamma”

Roberta Carlini

, da robertacarlini.it

Vabbè, se la sono andata a cercare, con quelle frasi da Signora Contessa anno 2012 sui giovani d’oggi e i posti (al plurale per carità) dove devono stare. Vabbè, hanno dimostrato di non avere neanche mai visto uno di quei curriculum che girano e che capitano in mano a chi cerca giovani “bravi e preparati”, e si trova davanti un lungo elenco di titoli, pubblicazioni e lavori disparati, in tutti i luoghi della scala sociale e in diversi punti del globo. Vabbè, questi ministri tecnici vivono completamente fuori dal mondo reale. Ma è un buon motivo per prendersela con i figli e le figlie? Per schedare, blobbare, rilanciare ritratti delle carriere dei rampolli? Da giorni provo un disagio crescente, provo a spiegare perché.

Lasciamo stare il caso di Michel Martone: lui non è sotto accusa in quanto figlio di un ministro, ma è sospettato di essere (sotto)ministro in quanto figlio. Ma per tutti gli altri? Ci stupiamo che uno dei figli di Monti lavori nell’alta finanza (ohibò, che stranezza), caschiamo dal pero perché lo studio professionale di Severino è adesso in mano alla figlia, avvocata anch’essa (uno scandalo a cielo aperto, si direbbe a leggere certi articoli e commenti sui social network), pubblichiamo e leggiamo articoli e post sulla brillante carriera di Silvia Deaglio, genetista e professore associato all’università di Torino – la stessa dove insegnano mamma e papà, rispettivamente ministra del lavoro e noto economista, chiosano in molti. L’interessata si difende, un po’ trascinata per i capelli, rinviando alle sue pubblicazioni e al suo cv. La questione si fa intrigante – come sempre succede per le questioni che trovano un nome e un volto: può una ragazza ben-nata e ben cresciuta essere “anche” brillante e brava di suo, per di più in un campo di studi diverso da quello dei genitori? Nel caso ipotetico in cui questo succeda, è meglio che emigri il più lontano possibile per evitare sospetti e ombre? O pubblicazioni, riconoscimenti internazionali e cv non contano niente, sono carta straccia come quei verbali di concorsi universitari che spesso ci hanno deliziato per la loro omertà e reticenza?

A me non interessa difendere la genetista Deaglio, che certo non ha bisogno di difese. Ma odio i calderoni indistinti, quei bollitori in cui si mette tutto e non si assaggia niente. Quei minestroni di tanti casi individuali, nei quali si perde completamente di vista ogni discorso pubblico. Ne prendo uno a caso: l’eguaglianza. C’è un libro, Generazioni disuguali (a cura di Schizzerotto-Trivellato-Sartor, dai lavori della Fondazione Gorrieri, ed. Il Mulino, 2011), tutto centrato sulla questione dell’eguaglianza tra i giovani: tra i giovani attuali, e tra questi e quelli di ieri. Può essere utile leggerlo, per capire qualcosa di più sul nesso tra i lavori dei padri e quelli dei figli. Vi si legge per esempio che qualcosa è migliorato: ci sono molte più probabilità, per dire, che un figlio di non-laureati abbia la laurea, che un figlio di non-diplomati abbia il diploma. Perché tutti studiamo di più. Solo che quei titoli di studio adesso valgono relativamente di meno, dunque il background della famiglia torna a essere importantissimo (forse più di prima) quando è il momento di passare dagli studi al lavoro. “La famiglia di origine condiziona la collocazione occupazionale al primo impiego dei giovani d’oggi, così come di quelli del passato” (p. 105). Complimenti a noi: è passato un secolo, e siamo sempre là. Non solo: se si guarda poi alle condizioni materiali, ai soldi insomma, il peso del patrimonio familiare, proprio perché fa da cuscinetto e welfare di riserva, è diventato anche più importante di prima (p. 49). Torna la questione dell’eredità come fattore fondamentale di diseguaglianza, come da tempo sottolinea nei suoi studi Thomas Piketty (vedi qui il riepilogo, scritto da Andrea Ginzburg, della lezione di Piketty alla Società degli economisti, l’anno scorso).

E allora? Di cosa stiamo parlando? Le buone carriere dei figli bennati non sono l’eccezione, né necessariamente casi di nepotismo, ma la regola. Non ci sarebbe abbastanza per dirigere i forconi verso obiettivi meno qualunquisti e più concreti, per cancellare questo statu quo secolare? Per esempio: chiediamo ai liberali Monti e Passera di reintrodurre l’imposta di successione, strumento di riequilibrio delle fortune familiari. In fondo, la sosteneva Einaudi e, al giorno d’oggi, il miliardario Warren Buffet: può essere persino trendy, dai.

(12 febbraio 2012)

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