Abbasso le sardine. Ma soprattutto viva le sardine

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Il fenomeno che ovunque riempie le piazze contro la peggior destra dal Dopoguerra in poi ha un programma vago ma piace perché risponde a una domanda inevasa di cambiamento. Dove andrà? A chi porterà voti? È ancora presto per saperlo, intanto oggi nell’era del salvinismo le sardine costruiscono senso comune, affermano temi progressisti e rappresentano un risveglio delle coscienze. Di questi tempi, non è poco: coi limiti del caso, nuotano dalla parte giusta.

di Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena

Premessa: chi scrive non pensa che le sardine rappresentino la panacea contro i mali della società, una avanguardia rivoluzionaria né il movimento per eccellenza. Non hanno un programma definito né una posizione prevalente su temi centrali come lavoro, precarietà, lotta alle disuguaglianze, Europa. È anche inutile chiedersi perché non esprimano un’opinione pubblica, ad esempio, sul Tav Torino-Lione o sul Mes. Gli stessi portavoce bolognesi del movimento durante i loro interventi possono apparire superficiali: si limitano ad affermare che manifestano contro chi in questi anni, alla ricerca di consenso facile, «ha disgregato il tessuto sociale del nostro Paese», spiegava ieri alla folla di Milano Mattia Sartori, uno dei ragazzi bolognesi che nel capoluogo emiliano ha inaugurato la stagione di piazza. Sono considerazioni giuste ma generiche, tanto da far ipotizzare a qualcuno che il movimento possa dissolversi in un breve lasso di tempo per mancanza di sostanza o perché sussunto dal Pd e dal centrosinistra nel suo complesso.

Eppure bisogna interrogarci su un aspetto: le sardine crescono. Sono ovunque, da nord a sud. Riempiono le piazze in modo eterogeneo, sono adulti e sono giovani, uomini e donne che hanno in comune una cosa: si sentono abbandonati dalla politica tradizionale. Il movimento chiama a sé persone non strettamente politicizzate, che però partecipano mossi da sentimenti di umanità e repulsione verso una propaganda cattiva e inquinatrice del vivere collettivo. Si rivolgono al governo – ideato per arginare ed evitare la vittoria alle urne dello spauracchio Matteo Salvini – sottolineandone l’insufficienza e la delusione. Oltre al frontismo contro la destra, si affianca così la critica all’attuale centrosinistra. Nelle loro piazze si parla, in primis, di antifascismo, solidarietà e difesa della Costituzione, respingendo la cultura dell’odio rivolto verso i più deboli.

Nate in Emilia Romagna, all’interno di una competizione elettorale che ha valenza nazionale, anche per portare voti al candidato del centrosinistra Stefano Bonaccini, le sardine si sono diffuse fino a convocare la manifestazione nazionale a Roma del prossimo 14 dicembre. Crescono perché colmano un vuoto e i vuoti in politica non esistono. Rispondono, semplicemente, a un sentimento di smarrimento e insieme a una domanda inevasa di cambiamento.

Nella discussione pubblica crediamo ci sia un equivoco di fondo. Chi pensa che gli italiani abbiano attitudini quasi antropologiche verso il salvinismo o ritiene ormai il Paese perduto, non si rende conto dei numerosi conflitti che attraversano la società. Il belpaese è stato per anni il laboratorio politico e sociale dell’alternativa, fin dai tempi del movimento alterglobalista, tanto da essere modello da emulare. In Italia si è assistito, per citare qualche esempio, all’immensa manifestazione per la Pace del 15 febbraio 2003, alle comunità ribelli, alla vittoria referendaria del 2011 per l’acqua pubblica e contro il nucleare o la più recente consultazione per difendere la Costituzione dalla riforma del governo Renzi. Resiste un tessuto sociale radicato sui territori e composto da movimenti sociali, associazionismo, reti per i beni comuni: quel che manca da anni a sinistra è una rappresentanza coerente con questi valori.

Le sardine si inseriscono in questo contesto: fanno propria una richiesta di discontinuità con lo status quo, una domanda che non si esprime ancora in un programma definito. La loro forza è nello spontaneismo. Intanto mettono davanti i propri corpi, come elemento prepolitico utile per riscoprire un elemento di incontro fisico e allo stesso tempo per togliere alla destra la retorica della conquista della piazza popolare. Utilizzano un linguaggio diretto, fresco e comprensibile. Acclamano l’unità dopo anni e anni di divisioni a sinistra. E ciò, in tempi di magra, è sufficiente per diventare catalizzatori di un risveglio di coscienze. In questa fase storica di ascesa non solo politica ma culturale di una destra violenta tentano di esercitare una battaglia per l’egemonia attraverso una narrazione alternativa: no, non esiste solo un Paese che si esalta per le esibizioni muscolari del leader di turno.

Le sardine insomma possono costruire senso comune ripartendo dai fondamentali, che oggi sarebbe sbagliato dare per scontati. Riportano al centro del dibattito una grammatica basilare fatta di partecipazione, online e offline e riconquista di un protagonismo diffuso. Apartitici ma fortemente politici, perché la politica siamo anche noi, individualmente e collettivamente. Anche simbolicamente la sardina, pesce povero, che da solo rimane indifeso ma che assieme ai propri simili si protegge, porta con sé un messaggio politico fortissimo che ha in realtà molto da insegnare a una sinistra incapace da troppi anni di definirsi e farsi capire dal resto del mondo.

Porsi la domanda del come andrà a finire è prematuro. Al momento le sardine non parlano di rappresentanza e questo movimento non si pone il problema. Di certo, il protagonismo delle sardine costringe tutti a fare i conti con l’assenza di una reale alternativa politica. Obbligano il Paese e il dibattito pubblico a confrontarsi su temi come diritti, antirazzismo, solidarietà in contrapposizione a chi quotidianamente foraggia paure e xenofobia.

A voler giudicare un fenomeno capace di portare centinaia di migliaia di persone in piazza nel giro di pochi giorni si peccherebbe di alterigia, specie se il punto di partenza è il poco più del nulla di una sinistra, quella moderata e quella radicale, in stato di afasia. Piuttosto sarebbe più utile contaminare il movimento, provare a plasmarlo, a indirizzare il banco di sardine verso il suo naturale sbocco: quello di una radicalità nei contenuti e nelle proposte imprescindibile di fronte all’urgenza delle sfide del presente. Di certo Salvini non si sconfigge con operazioni politiciste di Palazzo – chi scrive lo pensa fin da quando è nato il governo Conte 2 – ma nelle pieghe della società e dei suoi conflitti. Con i limiti del caso enunciati, le sardine nuotano dalla parte giusta.

Ben venga quindi un mare di pesci il prossimo 14 dicembre a Roma.

(2 dicembre 2019)






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