Accordo Fiat, la grande svendita. Intervista a Joseph Halevi

Anna Maria Bruni

Davvero è l’accordo che garantirà il lavoro anche se in cambio di diritti? O quando si svendono i diritti, si sta svendendo anche il lavoro? Ad un passo dal referendum che il 13 e 14 gennaio chiamerà i lavoratori di Mirafiori ad esprimersi su quello che la Fiom ha definito “accordo della vergogna”, ne parliamo con l’economista Joseph Halevi.

Joseph Halevi, trentacinque anni passati ad insegnare Economia all’università di Sydney, è già intervenuto nel merito delle scelte della Fiat dalle pagine del manifesto nei giorni scorsi, per chiarire che non c’è “competitività cinese” che tenga, per valutare le scelte che l’azienda torinese sta facendo. Perciò tralasciamo per un momento la questione della democrazia che questo accordo pone, per concentrarci sulla questione lavoro. Quello che questo accordo garantirebbe, se pur a prezzo di compromessi.

Allora partiamo da una domanda secca: è vero che questo accordo garantirà il lavoro?
No, non é vero, perché non specifica nulla, non si sa quali siano i piani effettivi, e si parla solo di un miliardo di euro di investimenti in forma generica

Quindi quale lavoro si può immaginare che si profilerà nel futuro?
Le condizioni di lavoro verranno compresse e rese più faticose, questo é evidente ed é ammesso dagli stessi sindacati firmatari. La questione si concentra quindi sull’effetto occupazione, e qui casca l’asino

Ovvero?
Ovvero questo piano è la premessa della ristrutturazione, che significa produrre con meno lavoro continuo

Intendi che si prospetta sostanzialmente solo lavoro flessibile?
Affinché il comparto dell’auto in Italia crei ulteriore occupazione é necessario che aumenti di molto la produzione, e questa è una chimera. Per comparto intendo anche l’indotto. La Fiat perderà posti di lavoro anche portando la produzione in Italia a 700mila unità, che è già una ipotesi molto improbabile perché il mercato le sta crollando sotto i piedi

Quindi l’operazione dello scorporo e della quotazione in borsa rivela un’operazione finanziaria, e non il sostegno a un piano industriale?
Sì, fa parte della strategia della cupola famigliare a sganciarsi dall’auto

Puoi spiegare meglio cosa intendi con “sganciarsi” dall’auto?
La famiglia Agnelli da anni vede l’auto come una mucca da mungere per investire altrove; ora che non può più farlo perché l’unico centro di profitto con produzione vera é il Brasile, vogliono andarsene da Torino. Inoltre lo stesso management attuale ha una visione di Torino come elemento subalterno alle decisioni riguardo la Chrysler ed il Brasile. In Europa puntano sulle zone low cost come la Polonia o addirittura a costo zero come la Serbia

Quindi il lavoro, ovvero la produzione sta diventando un mezzo e non un fine, per poter sostenere transazioni finanziarie che mettano al riparo il capitale da investimenti a rischio, scaricando il rischio su chi lavora?
O meglio ancora, va a far parte della finanziarizzazione. Il mercato su cui contano é quello finanziario anche perché é il più sussidiato dai governi che non fanno che rifinanziare le banche con tutti i titoli tossici dentro. Il mercato reale, in particolare quello dell’auto, va assai male in Europa.
La Fiat torinese che verrà sarà come “the meat in the sandwich” (una fetta di carne in mezzo al panino, ndr), come dicono gli americani. Da un lato é sottoposta alla pressione low cost delle aziende polacche, turche o zero cost serbe. Dall’altro é subalterna alla Chrysler.

Spiegati meglio.
La jeep verrà prodotta dalla Chrysler con un contributo da parte di Mirafiori, parti di motore ecc. ecc. se il costo totale poniamo é 100 e se il margine é 10% quel 10 chi se lo tiene? Il marchio é Chrysler e la Jeep è importante per la Chrysler quindi diciamo 7% alla Chrysler e 3% a Mirafiori. Dato che gli investimenti vengono pianificati in rapporto ai profitti, la conclusione mi sembra ovvia. Quindi la Fiat di Torino risulterà subalterna alla Chrysler e minacciata dalle produzioni della stessa azienda nelle zone low-zero cost. Questa é l’essenza del piano della Direzione.

Dunque quello che i lavoratori sono chiamati a votare è un lavoro totalmente flessibile, per pochi, e legato all’andamento del mercato. A questo punto, è lecito sostenere che la posizione della Fiom è intransigente o secondo te il conflitto e la trattativa sono l’unica possibilità di tutelare il lavoro vero contro la speculazione?
E’stato loro imposto di votare un accordo a scatola chiusa, su delle proiezioni e la promessa, meno reale di quelle di Achille Lauro a Napoli, di 1 miliardo di investimenti, ma nessuno ha fatto i conti occupazionali di questo miliardo perché non si sa cosa sarà il piano di produzione, che la Fiat NON VUOLE SVELARE. E’ chiaro che i sindacati possono difendere le condizioni del lavoro, mentre l’occupazione non é un problema che si può affrontare esclusivamente sul piano aziendale. E’ una questione di politica economica nel senso più profondo, e riguarda l’assetto della società. Detto questo, e benché io non sia un difensore a spada tratta dei sindacati sempre e comunque, penso che vi sono casi come questo in cui il conflitto é necessario, e ritengo che la Fiom non sia stata intransigente, al contrario. Era disponibile ad accordi anche difficili ma non a scatola chiusa ed imposti con referendum promosso dalla direzione aziendale.

(13 gennaio 2011)

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