Addio a Albert O. Hirschman, maestro del pensiero liberale
Pierfranco Pellizzetti
All’età di 97 anni si è spento Albert Hirschman, economista tedesco naturalizzato statunitense. Grande “irregolare”, sempre controcorrente rispetto al mainstream intellettuale, è stato capace di ibridare felicemente economia, storia, psicologia e sociologia.
Albert Otto Hirschman è un grande irregolare novecentesco, dunque difficilmente classificabile. Come lo sono tutti i pensatori di altissimo profilo impegnati nell’esplorazione delle faccende umane; capaci di ibridare felicemente approcci diversi: economico, storico, psicologico, sociologico.
Forse – per inquadrarlo – è sufficiente il titolo di impareggiabile “maestro del pensiero liberale”, in un’epoca di spudorati contraffattori di tale “articolo”. Sempre se si accetta l’assunto che il Liberalismo è critica dei rapporti di dominio.
Una critica che ha trovato il vecchio professore giramondo costantemente in prima linea, nella rivalutazione della dimensione pubblica a tutela dell’eguaglianza come per la difesa del valore generativo del conflitto. Sempre con quella dote che Richard Rorty attribuisce al vero liberale: l’ironia. «Oggi siamo tentati di esclamare: Dio, rendici la lotta di classe» commentava tra il serio e il faceto in quella sorta di deliziosa autobiografia intellettuale (che non mi pare sia stata citata dai vari coccodrilli che sino ad ora ho scorso) a cui volle dare il titolo di “Autosovversione” (il Mulino, Bologna 1997 pag. 303).
Sicché il liberale ironico si colloca controcorrente rispetto al mainstream intellettuale dell’ultimo quarto del XX secolo; quello piegatosi a fungere da propagandista ideologico del mistificatorio contratto sociale basato sul debito, fondativo della rivoluzione reaganiana.
Oggi che ne abbiamo sotto gli occhi le devastazioni è più facile polemizzare contro le presunte “fini della storia”, le one best way neolib, le trappole mentali del TINA (there is no alternative) quale cardine del Pensiero Unico dei vari millenaristi al servizio de “l’avido è bello”. Hirschman lo fece già nel 1991, motteggiando che «le profezie si rivelano assolutamente esatte… salvo quando non lo sono» (Retoriche dell’intransigenza, il Mulino, Bologna 1991 pag. 122).
Per questo ha sempre affiancato all’opera di esploratore “alla ricerca del possibile”, in una logica di progressismo critico, un’altrettanto efficace demistificazione dei blocchi mentali che inciampano tale ricerca. Non ultime le ricette in materia di “triste scienza” che si ammantano di certezza scientifica, quando sono soltanto opinioni. Dunque, stigmatizzando il non innocente andazzo, tipico del pensiero economico più recente, di indossare la corazza protettiva del riferimento a “leggi ferree”; una sorta di freudiana "invidia della fisica": «data l’importanza del ferro – simbolo dell’industria e della potenza – nell’Ottocento, per i primi economisti e sociologi non era abbastanza uscirsene con una legge: doveva essere una legge ferrea» (Autosovversione, pag. 171).
Contro questi ferrei scienziati sociali che assoggettano il cambiamento a regolarità immaginarie, poi contraddette dal corso degli eventi, il saggio Hirschman propugna la virtù della modestia. Un altro tratto caratteriale del vero liberale critico e di sinistra, consapevole della congetturalità di ogni sapere. Come gli hanno dimostrato i suoi amici scienziati, quelli veri. Ad esempio Niels Bohr, quando notava che ci sono due tipi di verità. La prima “semplice e trasparente”, il cui contrario è ovviamente errato. Poi ci sono le “verità profonde”, il cui contrario contiene pure una profonda verità. Potemmo intenderlo come una traduzione epistemologica del principio di tolleranza.
E su questo punto il maestro novecentesco Hirschman avrebbe fatto proprie le parole del “maestro vittoriano” John Stuart Mill: «quando tutta la specie umana, meno uno, avesse un’opinione, e quest’uomo fosse di opinione contraria, l’umanità non avrebbe maggior diritto di imporre silenzio a questa persona, che questa persona, ove lo potesse, d’imporre silenzio all’umanità» (Della Libertà).
Tutto ciò si chiama pensiero liberale critico e di sinistra. A mio avviso liberale tout court. Di cui Albert Otto Hirschman è voce più che rilevante.
Lui e il suo network familiare di liberali dei tre continenti: il professore di Princeton, la cui sorella sposa prima Eugenio Colorni e poi Altiero Spinelli, la cui figlia Olga diventa moglie di Amartya K. Sen.
(13 dicembre 2012)
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