Addio a Roberto Morrione, un grande giornalista. Il ricordo di don Luigi Ciotti
don Luigi Ciotti
E’ morto a Roma Roberto Morrione, giornalista Rai e fondatore del primo canale all news della tv pubblica, Rainews. Negli ultimi anni si era dedicato attivamente all’impegno sociale al fianco di don Ciotti nel progetto "Libera Informazione", un osservatorio sull’informazione e contro le mafie. Da Libera Informazione pubblichiamo il ricordo di don Luigi Ciotti e l’ultimo articolo scritto da Roberto Morrione.
UN GRANDE GIORNALISTA, MA PRIMA DI TUTTO UNA GRANDE PERSONA E UN CARO AMICO
Roberto, con quella sua lunga carriera alle spalle, le responsabilità che aveva ricoperto nel servizio pubblico, le importanti inchieste che aveva svolto, ci ha regalato in tutti questi anni la sua esperienza. Ha trasmesso a tanti giovani l’amore ma anche la responsabilità del giornalismo. Roberto credeva fino in fondo nella funzione sociale e civile di chi racconta e ragiona sui fatti, credeva che solo una democrazia consapevole, capace di raccontarsi con onestà, sia una democrazia sana, una democrazia viva. Aveva costruito “Libera Informazione”, creduto nell’importanza di una analisi puntuale, approfondita sulle mafie, la corruzione, le tante forme d’illegalità, sapendo bene che non dovrebbe esserci bisogno di mettere accanto alla parola “informazione” l’aggettivo “libera”. Perché l’informazione o è libera o, semplicemente, non è informazione: è propaganda, demagogia. Eppure sapeva, Roberto, che mai come in questi anni l’informazione corre il rischio di essere soffocata o asservita. Non accettava, Roberto, le parole troppo spesso imbrigliate, le penne opportunamente spuntate, le cronache monche o pilotate.
La sua era invece una penna che lasciava il segno. Coltivata a quella grande scuola che era stata la Rai degli anni sessanta, quella di Enzo Biagi. Una penna che andava al sodo, senza tanti fronzoli, sempre però dopo un lavoro di approfondimento, sempre dopo quello studio, quel lavoro di conoscenza che rende davvero il giornalismo un servizio per la collettività. Non improvvisava, Roberto. Si preparava sempre con coscienza e scrupolosità, per lui non c’era persona, fatto, che non fossero degni di un’attenzione vera, autentica. Non ha mai sviluppato quel distacco, quel disincanto, che può sopraggiungere nel giornalista che ne ha viste tante.
Si commuoveva, Roberto, al ricordo di quei colleghi come Ilaria Alpi e Milan Hrovatin che per la ricerca della verità hanno perso la vita. Credeva a un giornalismo che fosse amore per la giustizia e distanza dal potere. Credeva che fosse questa l’etica del giornalismo, e prima ancora del giornalista.
Roberto era laico, ma da laico aveva la spiritualità, il senso dell’infinito, di tutte le persone che s’impegnano per la giustizia. Lo avevano colpito quelle parole del giudice Livatino, ucciso dalla mafia: «Alla fine della vita non ci sarà chiesto se siamo stati credenti ma se siamo stati credibili». Di lui mi porto dentro le cose costruite insieme, la sua generosa umanità, ma anche la grande dignità con cui ha affrontato la malattia, protetto dall’affetto di Mara e della sua famiglia. L’ho visto pochi giorni fa in ospedale. Mi ha indicato con occhi vivi, compiaciuti, i fogli di carta appesi sulla parete. Erano i disegni che la nipotina aveva fatto per il nonno. C’erano tanti fiori colorati e una casa.
Ciao Roberto, grazie dei colori che ci hai donato. Sappi che in quella casa non smetteremo mai di venirti a trovare, per chiederti un consiglio, un articolo, una parola di denuncia e di speranza.
IL QUARTO LIVELLO
Maurizio Torrealta non è soltanto un eccellente cronista di quel giornalismo investigativo che con cocciuta determinazione cerca di tenere viva la missione etica e professionale del mestiere: la ricerca della verità. Torrealta è prima di tutto un uomo onesto, nei confronti di un’opinione pubblica avvolta da un fiume di notizie contraddittorie, prive di memoria sul prima e di ragionamento sul dopo, preda indifesa di interpretazioni consumistiche e di campagne a comando di “distrazione” o di “indottrinamento”.
Le cronache sono piene del clamoroso arresto di Massimo Ciancimino, per calunnia nei confronti di Gianni De Gennaro, da parte di quella Procura di Palermo che pure ne ha acquisito, ritenendole valide e comprovate, una massa di rivelazioni sulle trattative fra settori dello Stato e Cosa Nostra negli anni ’90. Attorno alla figura del figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo si è scatenata subito la feroce guerra dei “pasdaran” della maggioranza di governo, volta soprattutto a colpire la credibilità del Procuratore Aggiunto Antonio Ingroia, avallando nel contempo le complottistiche accuse di Silvio Berlusconi nei confronti dei Pm per aprire la strada al progetto Alfano sulla Giustizia.
Con il suo “Il quarto livello”, che segue e sviluppa il precedente “La trattativa” (Bur 2010) Maurizio Torrealta evita di gettarsi in questa mischia e offre invece al lettore qualcosa di diverso dalle teorie preordinate che troppo spesso costituiscono il limite e il rischio delle inchieste giornalistiche, anche quando sono in buona fede. “Il quarto livello” offre una quantità di informazioni, dati, ricostruzioni minuziose tratti dalla lunga memoria della lotta contro la mafia, che a metà degli anni ’90, con le terribili stragi messe in opera dai corleonesi e le trattative fra parti dello Stato e la mafia, aprì la strada alla cosiddetta Seconda Repubblica.
Non a caso negli ultimi tempi l’ombra dei servizi segreti si è concretizzata, con rivelazioni dei pentiti e dello stesso Massimo Ciancimino, avallate peraltro da sentenze di processi conclusi, in molte delle pagine oscure che hanno segnato la stagione dei delitti eccellenti fino alle stragi di Capaci e di Via D’Amelio e ai successivi sanguinosi attentati contro il patrimonio artistico e religioso del Paese. Il “quarto livello” da cui parte la ricerca di Maurizio Torrealta è costituito dai 13 nomi che Vito Ciancimino scrisse in una cartolina inviata nel 1990 a se stesso: tutti personaggi appartenenti ai più alti livelli delle istituzioni e del potere, ministri, funzionari, dirigenti dei servizi segreti, che «compiono azioni al di fuori dei propri compiti istituzionali – scrive Torrealta – non per interessi personali o individuali, ma per ragioni di ordine superiore».
Di ciascuno di questi personaggi “Il quarto livello” analizza la vita, il ruolo, le azioni compiute per depistare, inquinare, ricattare, tradire la propria missione per tessere un filo di cui Torrealta cerca di ricostruire la trama, senza iattanza né certezze, ma cercando e offrendo credibili ipotesi basate sul ragionamento e la logica documentale. Su tutto incombe la misteriosa figura di Franco/Carlo, personaggio dei servizi che Massimo Ciancimino ha individuato ripetutamente in Gianni De Gennaro, uomo-mito nella storia della polizia e dell’antimafia, fino a finire in carcere per l’oggettiva falsificazione del suo nome operata nel documento decisivo…
Ma anche sul ruolo e l’identità di Franco/Carlo e della sua specifica vicenda restano alla fine del libro numerosi dubbi. Torrealta si addentra così in vicende finora sottovalutate, come quella del cosiddetto Sisdegate, lo scan
dalo dei fondi neri a disposizione dei ministri dell’Interno, che portò il Presidente Scalfaro alla sua celebre invettiva televisiva, mentre la responsabilità morale e penale della vicenda, che ricadde solo su alcuni funzionari “felloni” del Sisde, fa intravvedere scenari tutti da esplorare. E il viaggio di Sindona in Sicilia, per sbarrare la porta d’ingresso non solo del suo fallimento bancario, ma dei meccanismi del riciclaggio delle finanze criminali, all’ombra della massoneria.
E’ davvero inquietante la domanda sul perché tutti i personaggi coinvolti in qualche modo nelle indagini sui movimenti delle finanze mafiose siano stati uccisi, in una lunga catena, da Giorgio Ambrosoli al commissario Boris Giuliano, che pochi giorni prima dell’omicidio del liquidatore della banca di Sindona si era lungamente incontrato con lui a Milano e che pochi giorni dopo fu assassinato a sua volta a Palermo, al giudice Terranova, al capitano Basile, al procuratore capo Costa, ai banchieri Sindona e Calvi, poi via via fino agli stessi Falcone e Borsellino… E’ nel contesto mondiale, nei rapporti stringenti dei nostri apparati con la Cia, negli scenari internazionali in cui fu gettata e utilizzata la finanza criminale, che va cercato il perché delle azioni di uomini che, in nome di una pretesa “ragion di Stato”, si sono macchiati di delitti gravissimi e di un autentico attentato alle istituzioni e all’autonomia della Repubblica?
“Il quarto livello” si limita a ipotizzarlo, con credibile e suggestiva semplicità. E’ lo stesso Antonio Ingroia, nella sua acuta e serena prefazione, a cogliere il senso di fondo della fatica di Torrealta, al di là di ogni interpretazione: l’aver acceso «un fascio di luce su una zona ancora assai oscura: quella degli apparati, che costituiscono la struttura, il presidio di quella zona buia, dove la ragion di Stato imperversa e dove la giustizia incontra spesso limiti e contenimenti».
Maurizio Torrealta, IL QUARTO LIVELLO, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, Milano 2011
(20 maggio 2011)
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