Addio Sanguineti, poeta sovversivo

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Ho atteso un paio di giorni prima di mettermi a scrivere queste righe, nel tentativo di ricordare, in un fugace soffio, la figura di Edoardo Sanguineti, che ci ha lasciato d’improvviso il 18 maggio, e, rabbia che si aggiunge a dolore, forse per un caso di malasanità.

Non provo vergogna a confessare di aver pianto, leggendo il racconto della moglie, la fedele e preziosa compagna di vita, la signora Luciana: il malore, la corsa in ospedale, l’attesa su una barella in un corridoio intasato di sofferenze, di medici indaffarati, di infermieri distratti (o viceversa). L’attesa di una visita. Infine, l’ingresso in sala operatoria, e l’ultimo saluto, con quel “Stai tranquillo. Andrà tutto bene”. Ne è uscito morto, Edoardo, da quella sala. L’operazione è “tecnicamente riuscita”, dicono i burocratici comunicati; peccato che il paziente sia deceduto.

Ho versato lacrime di impotenza e di autentico dolore, pur non essendo un suo amico. Lo avevo conosciuto soltanto nella sua veste di professore, severo e affascinante, e l’avevo, contemporaneamente, incontrato come scrittore, quando, ragazzo ero appassionato di poesia e di avanguardie; poi ci eravamo incontrati, di persona, un paio di volte, su un treno, e quindi, più recentemente, a un dibattito estivo, in un parco torinese: e là, la guerra di cui parlavamo fu soprattutto, come egli disse con la sua verve inimitabile, la guerra alle zanzare. Ho pianto, per la perdita di un poeta, di un intellettuale, di un uomo inimitabile.

Era nato il 9 dicembre 1930: aveva dunque 79 anni. Età forse ragguardevole: ma lui aveva l’aria di un bambino, indifeso e temerario, pronto al gioco, a ridere e a far ridere, ma irremovibile nei princìpi, forte nella salvaguardia dei valori in cui credeva, e, se posso permettermi, nei quali anche io credo. Ma Sanguineti era quel che io non sono: era un grande uomo, un vero genio di creatività, dotato di una prodigiosa erudizione, e padrone di quell’immenso tesoro ormai del tutto disconosciuto che è la lingua italiana. Del resto l’italianistica era la sua disciplina accademica, nella quale, dalla Torino dove si era formato alla scuola di Giovanni Getto, e dove fu professore non di ruolo, fino a Salerno, dove insegnò da ordinario (che termine inadatto, per un uomo “straordinario” come lui!), prima di andare a Genova, la sua città natale, dove spese la parte centrale e conclusiva della sua carriera. Studioso dalla mostruosa erudizione e dall’intelligenza acuminata, egli è stato un maestro formatore di generazioni di giovani: raffinatissimo critico e storico della letteratura, intesa in senso largo, e capace di collocare lo spazio italiano nel contesto europeo –,un poeta sensibile, pur senza rinunciare mai alla passione sperimentale, alla vocazione distruggitrice e al gusto della provocazione

Definirlo un cultore di lettere italiane, un “italianista”, appunto, sarebbe una riduzione che fa torto alla verità: Sanguineti è stato un letterato della più bella tempra, un cittadino della ideale Repubblica delle Lettere, Scienze ed Arti, capace di spaziare tra epoche e lingue, tra continenti di idee, tra generi diversi, dalla saggistica alla poesia, dalla prosa narrativa alla sperimentazione della più coraggiosa avanguardia.
Anzi, egli era l’avanguardia. Su ogni piano. La sua formazione, il suo temperamento, e le sue battaglie, ne facevano un autentico intellettuale. Parola abusata, forse; parola fuori moda peraltro, oggi; parola consunta, di sicuro; tanto più se vi si appone l’attributo di “militante”.

Se l’intellettuale è un uomo di pensiero, d’arte, di scienza, che non si limiti a coltivare i propri interessi particolari, per quanto nobili e utili all’umanità, ma, pur svolgendo quel compito, si occupa degli affari di tutti, o, se si preferisce, “abbraccia interamente la sua epoca”, per dirla con Sartre, ebbene, Edoardo Sanguineti è stato un autentico intellettuale militante, rara avis in un panorama deprimente fatto di una intellettualità in ritirata dalla scena pubblica, ove non si tratti di “passaggi” televisivi o sulla vetrina di qualche quotidiano, dove si sciorinano “verità” di comodo.

Al cospetto di tale intellettualità complice o corriva, tanto vanitosa, quanto spesso poco rigorosa, Sanguineti giganteggiava, muovendosi con agilità curiosa, tra Dante e Marx, tra Gramsci e Gozzano, tra Euripide e Benjamin: raffinato e controcorrente, inappuntabile come studioso, con il valore aggiunto dell’engagement, egli è stato un esempio, serio, rigoroso e coerente, di “intellettuale impegnato”. Figura decisamente fuori moda, oggi; ma assolutamente necessaria, nel silenzio pressoché assoluto di un ceto, quello intellettuale appunto, che si è rinchiuso nel proprio “particolare”, o si è accomodato nelle anticamere del potere: politico, economico o mediatico. Sanguineti, controcorrente, fu e rimase dichiaratamente un comunista: fu deputato indipendente nel Pci, e negli ultimi anni fu assai vicino al Partito della Rifondazione Comunista, tanto da presentarsi candidato per l’elezione a sindaco di Genova, nel 2007. Un uomo dello scandalo, insomma. Quest’uomo che potevi tenere in braccio tanto era magro, quasi evanescente, è stato uno tra i pochissimi in grado di raccogliere l’eredità dei grandi nomi dell’intelligencija internazionale.

Dico internazionale non a caso, in quanto Edoardo Sanguineti fu un cosmopolita. Fu un intellettuale europeo, per meglio dire. Se l’Europa avesse istituito un premio per i suoi figli migliori, uno dei primi che avrebbe dovuto riceverlo era proprio lui, il grande Sanguineti. Era uno scrittore da Nobel, ma era un autentico sovversivo, e non solo delle lettere; e dunque non era facile farne un “poeta laureato”. Non meritava forse il laticlavio? Ma è difficile pensare che uno Stato che fa senatore a vita Giulio Andreotti, possa concedere il medesimo onore a un “chierico rosso”, o “organico”, come amò definirsi Sanguineti.

Ci sarà tempo, e modo, di ricordare, in tutte le dovute forme, la figura, l’opera, il ruolo: qui, ora, intendo almeno esprimere un dolore che vorrei socializzare ai miei lettori, per una perdita davvero incolmabile.

Angelo d’Orsi

(21 maggio 2010)

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