Afghanistan, eroi e missioni di pace
Umberto Veronesi
, da il Corriere della Sera
Le parole di monsignor Mattiazzo riferite al soldato che ha perso la vita in Afghanistan («non facciamone un eroe» ) meritano, credo, una riflessione più profonda rispetto alle reazioni immediate, che nei giorni scorsi sono state, inevitabilmente, di taglio polemico. Io sono convinto che l’illuminato uomo di Chiesa non intendeva diminuire il valore della persona o il suo senso del dovere e di fedeltà alle istituzioni, ma piuttosto mettere in dubbio la costruzione retorica di un eroismo utilizzato per giustificare azioni militari spesso criticabili.
È comprensibile che si glorifichino le persone che muoiono nelle missioni internazionali perché è una consolazione per il Paese e soprattutto per le famiglie, il cui dolore va rispettato e attenuato in ogni forma possibile, con il nostro affetto e la nostra partecipazione. Tuttavia questo non deve fungere da alibi per coprire l’insensatezza della presenza italiana in Afghanistan. Si tratta di una guerra intrapresa dieci anni fa con l’obiettivo di debellare Al Qaeda, e non va dimenticato inoltre che, fino a qualche anno prima, il movimento talebano godeva di un momento di grande popolarità internazionale in quanto, in tempi di guerra fredda, aveva assunto un ruolo fondamentale nel liberare l’Afghanistan dall’esercito russo.
Oggi però la situazione politica si è molto evoluta e Al Qaeda si è trasferita in Yemen, in Sudan e in Somalia. Di conseguenza il conflitto non ha più finalità chiare e temo che sia destinato a sfociare in un altro Vietnam. Se poi l’obiettivo è cambiare l’ideologia e l’atteggiamento integralistico dei talebani, la guerra è comunque la strada sbagliata perché carrarmati e aerei non sono gli strumenti giusti: non si porta la pace con la guerra. E poi questa guerra, oltre alle vittime militari, continua a causare lutti fra i civili innocenti, soprattutto donne e bambini. Pochi forse ricordano il matrimonio finito in sangue perché per errore una bomba americana è stata scagliata sul luogo delle nozze.
Nell’obiettivo di costruire un autentico processo di pace, il mondo scientifico opera nella convinzione che le missioni di pace devono come prima cosa creare una cultura e soprattutto contrastare l’arretratezza e la povertà. Così pensa e agisce la Chiesa Operante di cui un esempio luminoso è la comunità di Sant’Egidio. Questa è la Chiesa che noi laici apprezziamo, quella che, come la scienza nel suo spirito originario, si impegna per il benessere dell’umanità e si adopera concretamente per i più deboli e i più poveri.
Attraverso il movimento Science for Peace, che ho voluto creare attraverso la mia Fondazione, anche noi medici e scienziati saremo a Herat; insieme a medici tedeschi apriremo un centro di prevenzione dei tumori del seno e faremo azione di promozione scientifica presso la comunità oncologica afghana. Saremo insieme agli oncologi afghani e di altri Paesi asiatici in un grande Congresso internazionale.
Siamo convinti che la diffusione del sapere sia uno strumento di pacificazione molto più efficace di qualsiasi arma. Con la stessa idea di pace come modo di pensare, Mattiazzo si è lanciato anche contro le mine antiuomo, di cui l’Italia è un produttore e un esportatore. Noi facciamo strumenti di morte per poi organizzare missioni di pace. Per questo non possiamo parlare troppo enfaticamente e retoricamente di eroismo. Chi crede nella pace, la desidera e si impegna ad attuarla, si ritrova nelle parole che Bertolt Brecht mette in bocca a Galileo: «Felice il Paese che non ha bisogno di eroi».
(26 gennaio 2011)
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