Afghanistan, le mille anime dei turbanti neri

Giuliano Battiston

Dialoganti o irriducibili, afghani «puri» o contaminati con movimenti jihadisti e 007 pakistani I taleban sono pronti a raccogliere i frutti di dieci anni di guerriglia e del fallimento del progetto Usa.

Intervista ad Antonio Giustozzi , Kabul

A quasi dieci anni dall’occupazione militare dell’Afghanistan, è tempo di tirare le somme. Lo ha fatto la Nato, che nel vertice di Lisbona del novembre scorso ha previsto il graduale passaggio della sicurezza del paese dalle truppe internazionali a quelle afghane; lo fanno gli americani, che per bocca del segretario di Stato Hillary Clinton parlano ormai della necessità di un «responsabile processo di riconciliazione» con i movimenti anti-governativi; e lo fanno anche i taleban che, sconfitti nel 2001, combattuti per dieci anni, sono riusciti a farsi attribuire una patente di «legittimità politica» dalla Comunità internazionale.
Abbiamo chiesto di ricostruire la traiettoria politico-militare dei turbanti neri ad Antonio Giustozzi, uno dei più autorevoli studiosi di Afghanistan, che abbiamo incontrato a Kabul. Giustozzi ha lavorato a lungo al Crisis states research centre della London school of economics, dove ha realizzato importanti studi sulla galassia taleban (Empires of mud: the neo-Taliban insurgency in Afghanistan 2002-2007, Columbia University Press 2009, Koran, Kalashnikov and Laptop, Columbia University Press 2008), sui signori della guerra (Empires of mud: wars and warlords of Afghanistan, Hurst 2009), e sulle sfide dello state-building.

Partiamo dal “chi sono i Talebani”, un argomento di cui lei si è occupato a fondo, a partire da Koran, Kalashnikov, and Laptop: the Neo-Taliban Insurgency in Afghanistan (Columbia University Press 2006) passando per Decoding the New Taliban: insights from the Afghan fields (Hurst 2009). La vulgata giornalistica presenta i Talebani come un movimento unico e unitario, mentre nei suoi saggi – tra cui “One or Many?: The issue of the Taliban’s unity and disunity” -, lei si interroga sulla loro reale omogeneità e coerenza di obiettivi, strategie, composizione. Ci vuole spiegare che tipo di movimento è quello talebano, e perché è importante distinguere tra vecchi e nuovi Talebani?

Si tratta di un movimento decentralizzato, il cui funzionamento è legato al modo in cui è risorto tra il 2002 e il 2003. Le indicazioni che ho raccolto ultimamente (e che non ho potuto includere nei testi che cita) suggeriscono che alcuni piccoli gruppi, rimasugli del movimento taleban, sentendosi minacciati dalle nuove autorità di Kabul si siano organizzati autonomamente, all’interno dei confini del paese, soprattutto in aree remote. Inoltre, sembra che all’inizio un ruolo importante l’abbiano giocato alcuni gruppi jihadisti, arabi e pakistani, che hanno fornito una struttura di supporto, oltre che volontari, per riaccendere l’insurrezione. Quanto alle autortità pakistane, è difficile definire quale ruolo abbiano giocato in quel periodo. Credo che nei primi momenti si siano mosse con cautela, affidandosi soprattutto ai gruppi jihadisti pakistani, anche perché non sapevano quale sarebbe stata la reazione degli americani, mentre oggi è evidente che siano direttamente coinvolte. Le due componenti, i nuclei afghani che si sono formati spontaneamente e i jihadisti stranieri, si sono fuse in modo graduale e approssimativo, e ancora oggi i Talebani non sono un movimento omogeneo, con una struttura che somigli ai movimenti marxisti-leninisti insurrezionali degli anni Settanta e Ottanta. Più che a una precisa struttura centralizzata, si affidano infatti al libero mercato della violenza. Potrà sembrare strano, ma i Talebani credono nel libero mercato, appoggiandosi alle compagnie commerciali per gli aspetti logistici della guerriglia, e lasciando che i vari fronti si organizzino in base a iniziative individuali. Il risultato è che, invece che a un’economia socialista, il sistema talebano assomiglia a un’economia capitalista, non completamente selvaggia però: esiste un elemento centrale che opera come istanza regolatrice, che impone leggi e regolamenti per i combattenti sul terreno e per i comandanti, lasciando comunque ai vari gruppi la libertà di fondersi con i Talebani o di ottenere fino a un certo punto un’identità distinta. In questo senso è vero, come è stato detto, che si tratta di un network di network, ma a partire dal 2007 e fino al 2009/2010 c’è stato uno sforzo di centralizzare la leadership, di aumentarne il ruolo, di imporre sui membri – pur all’interno di una struttura molto complessa – delle regole sempre più rigide. Un’operazione difficile, soprattutto a causa delle strategie delle forze Isaf, che hanno deteriorato la struttura di controllo. Per riassumere, direi che negli ultimi anni è avvenuto uno sforzo di semplificare un movimento che ha una matrice molteplice, uno sforzo che oggi è in crisi per diverse ragioni, soprattutto per la pressione esercitata dalle forze internazionali, in primis quella americana.

In un paper di due anni fa, “The pigmy who turned into a giant: the Afghan Taliban in 2009”, lei prova a individuare le ragioni che hanno consentito ai Talebani di consolidarsi in territorio afghano. A quali fattori attribuisce questa crescita?
I fattori sono diversi, e molto complessi. Tra questi, sicuramente il crescente appoggio dei pakistani, che gli afghani tendono a considerare l’unico fattore. A ciò va invece aggiunta l’inefficacia del governo post-2001, incapace di imporre una disciplina ai suoi stessi ranghi, tanto che nelle province le forze di polizia e i governatori si sono spesso lasciati andare ad abusi, specialmente nei confronti di quanti in passato si erano allineati con i Talebani, spingendoli a riprendere le armi. Inoltre, in alcune zone del paese il dispiegamento su larga scala di truppe straniere è stato percepito come un elemento destabilizzatore, che alterava gli equilibri locali: diverse comunità allineate con il governo hanno cercato di avvantaggiarsi della situazione, mentre altre hanno avuto l’impressione che le truppe volessero intervenire negli affari locali, per esempio impedendo la coltivazione dell’oppio. Fattori diversi, riconducibili al rifiuto dell’interferenza esterna, reale o percepita che fosse (i canadesi di stanza a Kandahar per esempio non avevano intenzione di intromettersi nelle questioni locali). Ma in guerra le percezioni contano più della realtà, e la percezione dell’interferenza delle truppe straniere è stata molto importante fino al 2006/2007. Non bisogna dimenticare poi la disaffezione del clero, che già nel 2002 dimostrava di non gradire il nuovo quadro politico, da cui derivava una perdita di influenza rispetto al periodo talebano. Da qui, una radicalizzazione delle posizioni, che se da un lato va attribuita a un fattore generazionale – le nuove generazioni sono tendenzialmente più radicali delle vecchie -, dall’altra rimanda alla marginalizzazione del clero nel “nuovo” Afghanistan: il sistema educativo statale si è imposto a scapito delle scuole religiose; la diffusione dei mass media ne ha ridotto l’influenza; le possibilità di accesso alla magistratura sono diminuite. Una serie di fattori sociali a cui si somma una crescente erosione dei legami di solidarietà o di controllo sociale (a seconda delle zone si può parlare di comunità o di strutture più gerarchiche di controllo sociale), che ha causato lo sganciamento dei giovani dalla catena di controllo delle generazioni più mature. La maggior parte della popolazion
e vive nelle zone rurali intorno alle città, nei villaggi più densamente popolati e più fertili, lungo le autostrade e i fiumi. Si tratta di zone fortemente esposte all’influenza delle città, della televisione e della radio, che si sono sostituite al mullah o all’anziano del villaggio come unica fonte di informazione. Anche per questo, da un lato i mullah si radicalizzano, dall’altro la società si polarizza, ad eccezione delle zone più remote nelle quali i mullah continuano ad avere un vasto consenso: gli elementi più conservatori della popolazione si radunano intorno al mullah, gli altri intorno agli insegnanti di villaggio o agli anziani, gli elders, che sono esposti all’influenza della città e della “modernità”. In certe zone, questo sganciamento dei giovani, la loro radicalizzazione e l’avvicinamento ai Talebani avvengono contro i propri stessi padri. Anche se la situazione varia molto da provincia a provincia, in linea generale i Talebani sono stati abili nel catalizzare molti fattori di protesta, e stanno diventando l’unico vero movimento di opposizione. Quante più frustrazioni si accumulano tra la popolazione, tanto più ne approfittano i Talebani.

L’opinione prevalente tra i non addetti ai lavori è che quello talebano sia un semplice movimento terrorista. Negli ultimi tempi però sia il governo Karzai che la comunità internazionale sembrano inclini ad attribuirgli una sorta di patente di legittimità politica, anche se rimangono forti differenze sul modo in cui farlo e sugli attori antigovernativi a cui è lecito concederla. Quali sono gli obiettivi politici dei Talebani?
Credo che i Talebani non abbiano chiaro in mente quali siano i loro obiettivi politici. In parte perché, come sempre quando si è all’opposizione, si può evitare di rispondere a queste domande, e potrebbe persino risultare sconveniente affrontarle prima di un’imminente e reale prospettiva negoziale o di una vittoria. Una volta affrontate tali questioni, emergeranno inevitabilmente delle differenze di orientamento, tra elementi più o meno radicali, tra elementi completamente clericali e la componente – modesta ma crescente – non clericale. Anche nei sistemi parlamentari chi è all’opposizione preferisce evitare gli argomenti spinosi, privilegiando l’unità rispetto alla chiarezza. Dunque, c’è una fisiologica reticenza, ma ci sono anche alcuni obiettivi chiari: la condizione imprescindibile è il ritiro delle truppe straniere, anche se si potrà discutere sui tempi, dunque se un negoziato può cominciare soltanto una volta avvenuto il ritiro completo (cosa non molto realistica), oppure se è sufficiente ritirare un modesto numero di truppe per avviare i negoziati; i Talebani chiedono poi garanzie sulla propria sicurezza; laddove dovesse esserci un accordo, rivendicano una certa spartizione del potere, non necessariamente al livello del governo centrale, ma sicuramente in termini territoriali; chiederanno alcune modifiche allo status quo dal punto di vista legislativo, l’abrogazione di qualche articolo che non li convince; e poi c’è la questione dell’educazione, su cui già si sta negoziando e sulla quale forse un accordo si è trovato; chiedono di avere una presenza all’interno dell’arcipelago degli apparati di sicurezza, credo una forza paramilitare che ricada formalmente sotto uno dei due ministeri della sicurezza, e che però risponda e sia composta soltanto da Talebani.

Quanto alle fonti di finanziamento, da dove arrivano?
I Talebani fanno tutto quel che possono per diversificare le fonti di entrata. Continuano ad affidarsi ai contributi jihadisti da parte di simpatizzanti in giro per il mondo; quelli più sostanziosi arrivano dai paesi del Golfo, ma non mancano fondi provienienti da altre comunità, anche europeee. Molti Talebani sostengono poi che il maggiore sostegno arrivi dai servizi pakistani. L’espansione territoriale degli ultimi anni, e il relativo aumento delle spese, li ha inoltre spinti a esigere delle “tasse rivoluzionarie” dalla popolazione, prima dai grossi contribuenti, dagli uomini d’affari, da varie ditte private, negli ultimi due anni anche dalle semplici famiglie, mediante un vero e proprio sistema coerente di tassazione, più capillare ed efficiente di quello del governo legittimo, che finora non è riuscito a creare un sistema fiscale. Il sostegno pakistano, quello delle comunità musulmane sparse per il globo e il sistema delle tasse sono tre elementi che si combinano tra loro.

L’economia di guerra genera effetti perversi. Come dimostrato prima da Aram Roston su The Nation, poi dal rapporto Warlord Inc. presentato al Congresso americano dal Sottocomitato per la sicurezza nazionale nel giugno 2010, per assicurarsi i rifornimenti militari gli americani si affidano a una costosa rete di protezione dei convogli, che a sua volta alimenta i movimenti antigovernativi. E c’è chi dice, come l’ex generale e Presidente della Commissione Difesa del parlamento afghano, Nur Ul-Haq Ulumi, che alcuni eserciti occidentali paghino direttamente i comandanti talebani per evitare di essere attaccati. Le risulta che sia vero?
In Afghanistan è sempre incerto chi si paga e perchè lo si fa. Escluderei forme dirette di pagamento ai Talebani, ma quando si realizza un progetto in una determinata comunità non sempre è chiaro quali rapporti intrattenga con i Talebani, fino a che punto le estorcano denaro, se la comunità offra dei soldi ai Talebani solo per tenerli buoni o per simpatia. E’ difficile saperlo perché non ce lo dicono, e perché quando ce lo dicono non è detto che dicano la verità. Oltre a questo, in Afghanistan praticamente tutti gli eserciti occidentali, europei e americani, usano le milizie private, chi più chi meno, milizie che talvolta hanno rapporti ambigui con le forze di opposizione, se non altro per facilitarsi la vita ed evitare attacchi. I convogli che scortano i rifornimenti spesso stipulano degli accordi: le guardie armate pagano i Talebani, non per simpatia ideologica ma per evitare perdite. Essendo pagate abbastanza generosamente se lo possono permettere. Esiste dunque una certa area grigia, normale in una guerra di guerriglia, in cui è impossibile riconoscere chi è un nemico e chi non lo è. Non ho mai visto nessuna prova o dichiarazione ufficiale che dimostri che gli eserciti della Nato paghino consapevolmente i Talebani, tranne che per cercare di portarli dalla propria parte. Ma questo fa parte di un programma che, in forme diverse, va avanti da diversi anni. L’ultima incarnazione è la cosiddetta APRP (The Afghan Peace and Reintegration Programme, ndr), un tentativo di accelare un processo che già esisteva, riconciliando i comandanti talebani e i loro uomini attraverso programmi di reintegro. Su questo, ci sono opinioni diverse: gli americani sono inclini a reintegrare i Talebani in qualche milizia armata, mentre le Nazioni Unite e altri paesi preferirebbero una reintegrazione di tipo sociale. Finora, i risultati sono scarsi, e la manipolazione dei dati avviene da più parti, perché le autorità governative provinciali devono accreditarsi con il governo centrale, il governo centrale con la comunità internazionale, i militari occidentali con i politici occidentali. Ufficialmente si stima che dall’inizio del 2010 siano 1400 circa i Talebani “riconciliati”. Una cifra che di per sè non è così rilevante, e che comunque è molto gonfiata: credo che gli effettivi siano qualche centinaia, un dato che negli ambienti ISAF sono convinto sia considerato molto deludente.
A giudicare dalle dichiarazioni ufficiali della leadership talebana, sembrerebbe che sia in atto un tentativo di presentare il movimento come una forza di liberazione nazionale, capace di trascendere l’ancoramento alla matrice pashtun originaria. Si tratta soltanto di una tattica “mediatica”, volta ad accreditare il movimento in tutto il paese, o c’è qualcosa di diverso?
Lo sforzo di reclutare tra le comunità non-pashtun è effettivo, ma il successo varia: nella comunità degli hazara e degli sciiti il successo è scarso, anche se ci sono alcuni comandanti che sostengono i Talebani, forse per mere ragioni mercenarie. Si tratta però di una piccola goccia nel mare hazara. Molto più successo lo hanno tra gli uzbeki e parzialmente tra i turkmeni, molto mena tra i tajiki, la seconda etnia del paese, anche se i tentativi non mancano nelle zone più accessibili per i Talebani. Per esempio, esiste una “sacca tajika” intorno alla città di Ghazni, nell’omonima provincia, dove il reclutamento procede bene e gli abitanti dei villaggi sono simpatetici con loro. Lo stesso avviene nel Logar, dove la popolazione è un misto tajiko-pashtun. I Talebani fanno invece più fatica a penetrare nelle zone del nord più omogeneamente tajike, mentre mietono successi significativi tra gli uzbeki del nord-ovest. E’ in atto un serio tentativo di reclutare le minoranze etniche.

Torniamo sulla questione del programma di reintegro e riconciliazione. Di solito ci si interroga sulle ragioni che animano Karzai e sui diversi orientamenti dei paesi coinvolti nel conflitto afghano. Poco invece sulla reale volontà, e soprattutto sulla capacità della leadership talebana di condurre in porto un vero dialogo politico. In un saggio scritto a più mani, “Negotianting with the Taliban: toward a solution for the Afghan conflict”, lei analizza le divisioni interne al movimento dei turbanti neri. Che valore assume l’opzione negoziale agli occhi delle varie anime taleban?
E’ sempre complicato valutare ciò che i Talebani dicono o vogliono fare. Ci basiamo su messaggi che vanno interpretati, e le interpretazioni variano. Credo che all’interno del movimento ci sia un certo interesse all’opzione negoziale, ma a condizioni molto precise. Sono disposti ad accettare un governo di coalizione, non pretendono per sè tutto il potere, né di coinvolgere nella sua gestione ogni movimento che fa parte della jihad (oltre a loro, solo l’Hezb-e-Islami e alcuni gruppi minori). Questo è quanto dicono, se poi lo pensino realmente è un altro discorso. Di sicuro, in questo momento prenderebbero in seria considerazione un’opzione simile, anche perché hanno basi piuttosto precarie in metà del paese, sopratutto al nord, mentre a est e sud-est hanno una presenza limitata, mi riferisco alla provincia di Paktia e a quella, grande e importante, di Nangarhar (qui si concentrano soprattutto nelle zone più densamente popolate intorno alla città di Jalalabad). Nelle condizioni attuali, una richiesta talebana di rappresentare il governo afghano non sarebbe credibile, e darebbe origine a una forte opposizione da parte di altri settori della società. Per questo, il governo di coalizione è un’opzione presa sul serio dai Talebani. La leadership però è divisa tra quanti vorrebbero continuare a combattere, convinti che un altro anno o due di combattimenti possano rafforzare la loro posizione negoziale, o addirittura prefigurare una vittoria, laddove avvenisse un completo ritiro degli americani, e quanti pensano invece che questa ipotesi non sia tanto irrealistica quanto potenzialmente pericolosa. In seguito alla sconfitta del 2001, all’interno del movimento c’è stato un ampio dibatitto sui limiti del governo talebano degli anni Novanta, sull’incapacità di gestire la macchina statale, di avviare la ricostruzione, sulle ragioni dell’isolamento sul piano internazionale. I membri della leadership di allora per la gran parte sono ancora vivi, anche perché non combattono ma risiedono in Pakistan, ed è difficile immaginare chi possa avere la meglio. I Talebani poi non sono del tutto indipendenti, e a questo proposito è vivace il dibattito sull’influenza pakistana. La maggioranza accetta il controllo del Pakistan, ma per altri è ragione di risentimento. Oggi l’opzione negoziale è a uno stadio molto preliminare, ma quando assumerà una forma definita sarà più facile individuare le diverse posizioni e “fare la conta”. Finora molti hanno evitato di prendere posizione.

E Karzai, che non perde occasione pubblica per invitare i “fratelli Talebani” a rientrare nella compagine governativa, abbandonando le armi e rispettando la Costituzione? Ritiene che i suoi messaggi siano sinceri?
Karzai sarebbe molto contento se avvenisse una forma di riconciliazione individuale con singoli membri dell’opposizione, mentre dubito sia incline ad accettare una riconciliazione politica che coinvolga le gerarchie delle due parti in conflitto. L’ostacolo maggiore è proprio la debolezza del governo: non è nell’interesse di Karzai portarsi in casa un movimento relativamente unito; al massimo gli farebbe comodo portarsi in casa dei “pezzi” talebani, secondo la classica strategia del divide et impera: per restare al potere ha bisogno di dividere le varie opposizioni, e in questo senso dei segmenti talebani gli tornerebbero utili per compensare altri elementi, con cui è infelicemente alleato, risolvendo una situazione di tensione che un giorno potrebbe portare al collasso del governo. Spera che con l’aiuto di alcuni Talebani possa puntellare la colazione e bilanciare quelle forze che stanno sempre più allontanandosi da lui. Non credo però che voglia un accordo politico con la leadership talebana.

Il mullah Omar è ormai figura mitologica. In un recente rapporto commissionato dalla New York University, “Separating the Taliban from al Qaeda: the Core of Success in Afghanistan”, i ricercatori Alex Strick van Linschoten e Felix Kuehn sostengono che oggi il mullah Omar disponga soltanto di un potere simbolico, e che non abbia molta rilevanza come capo militare. Cosa ne pensa? Ritiene che sia ancora il leader riconosciuto dei Talebani?
Come leader il mullah Omar non è molto attivo. A volte rimane diversi mesi senza farsi vivo, anche con i suoi collaboratori, per poi diffondere qualche decreto o decisione vincolante. E’ parte della sua strategia comportarsi come un monarca europeo se vogliamo: il trucco sta nel non prendersi troppe responsabilità, perché più ne assume e più rischia di bruciarsi le mani. Interviene solo in questioni importanti, nel caso in cui sia necessaria la sua autorevolezza, delegando la gestione degli affari quotidiani ai vari consigli. C’è anche chi dice che sia gravemente malato, oppure morto, che sia un fantasma agitato dai pakistani. Difficile dirlo. Probabilmente è vivo. Non sarà forse in grandissima forma ma sta adottando una strategia consapevole: limitare le proprie funzioni a quelle di un presidente della Repubblica di tipo tedesco. Gli conviene perché deve comunque rimanere in clandestinità, e sarebbe difficile e pericoloso gestire in modo diretto il movimento.

Alcuni esponenti di rilievo della vecchia guardia talebana “pacificati” con il governo Karzai, da mullah Muttawakil (già portavoce e consigliere del Mullah Omar e ministro degli Esteri dell’Emirato islamico d’Afghanistan), a mullah Zaeef (ambasciatore talebano in Pakistan), continuano a richiedere all’Onu un maggi
ore “interventismo” nelle questioni negoziali, e uno spazio più ampio per l’Organizzazione della conferenza islamica. Che ruolo possono giocare queste due organizzazioni?

Per adesso non sembra che Unama (la missione Onu in Afghanistan, ndr) sia realmente intenzionata ad assumere questo ruolo, anche se diversi Talebani ne sarebbero lieti. Per farlo, Unama dovrebbe abbandonare completamente l’aspetto dello state-building, chiudere dunque la parte di missione più in stile “OCHA” (l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli affari umanitari, ndr), tornare a essere una missione esclusivamente diplomatica, e soprattutto emanciparsi dal governo afghano e dall’Isaf, recuperando neutralità. Altrimenti non si capisce come possa trovare lo spazio necessario per diventare un broker neutrale. Fino a quando, anche in ragione degli accordi di Bonn, Unama continuerà ad aiutare – non molto efficacemente – il governo afghano e a collaboare con Isaf, non potrà apparire credibile agli occhi dei Talebani, se non a quelli di una minoranza circoscritta. Per ora Unama non è intenzionata a incarnarsi in questa nuova forma, e proprio per questo si è tirata fuori l’idea alternativa dell’Organizzazione dei paesi islamici. Non sono però del tutto convinto che i paesi della regione siano contenti che l’Organizzazione agisca da mediatore tra i Talebani e il fronte governativo: nella regione non tutti sono musulmani e potrebbero sentirsi poco tutelati.

Tra le parole che circolano con più insistenza in Afghanistan c’è “transizione”, il passaggio della sicurezza dalle mani delle truppe internazionali a quelle locali. Lei già nel 2003 si è occupato della riforma dell’esercito afghano, e in un saggio più recente, “The Afghan national army: unwarranted hope?”, nota alcuni successi dell’esercito, ma anche il pericolo che, una volta ritirati i contingenti internazionali, le divisioni etniche possano riesplodere. Il piano di transizione le sembra realistico?
Quegli articoli risalgono a diverso tempo fa. Da allora, paradossalmente, la situazione è peggiorata. Innanzitutto, c’è un enorme problema di morale basso tra i ranghi dell’esercito, che si traduce in un alto livello di diserzioni, di persone che non rinnovano il contratto, di abbandoni, cresciuti molto negli ultimi mesi, circa un terzo del totale. Un dato molto alto per un esercito professionale, considerato che sul campo di battaglia le perdite non sono elevate. E poi esiste un problema di comando: il corpo ufficiali non è all’altezza della situazione, funziona al 50 per cento come alleato junior della Nato. In soli tre anni è complicato dare forma a un nuovo corpo ufficiali, ma nel momento in cui dovesse operare autonomamente sarebbe del tutto incapace di farlo. Anche a Washington in privato questa sta diventando una delle preoccupazioni principali, ed è una delle ragioni per cui il generale Petraeus è così cauto sulla transizione: non ha molta fiducia nella controparte afghana.

Nel saggio “Afghanistan’s National Army: The Ambiguous Prospects of Afghanization”, nota come il termine ‘afghanizzazione’ significhi cose diverse a seconda di chi lo pronuncia. Cosa significa veramente “transizione”, lasciare la patata bollente nelle mani degli afghani, un ritiro ormai necessario o cos’altro?
Per gli europei la ‘transizione’ rappresenta effettivamente una via d’uscita; hanno deciso di sganciarsi da una guerra che non è loro, e ritengono che il modo migliore per farlo sia trasferire la responsabilità agli afghani. Se poi questi non sono del tutto pronti ad assumerla, saranno affari loro. Gli americani invece sono preoccupati: se la guerra finirà male passerà alla storia come una sconfitta americana, certo non come una sconfitta europea. Di questo nessuno dubita. Per gli americani dunque la transizione è piu un rischio che un beneficio. Quanto alla controparte afghana, tra i ranghi bassi e intermedi c’è molta preoccupazione, nel settore della sicurezza non vogliono affatto una transizione rapida. Per il governo Karzai, invece, la transizione è un processo che potrebbe portare due risultati: aumentarne la legittimità, laddove le forze governative dimostrassero di saper gestire da sole il conflitto, e recuperare una maggiore autonomia decisionale in particolare rispetto agli americani. Karzai lamenta infatti l’influenza del tutto preponderante che hanno gli Usa sul suo esercito, e li considera un ostacolo alla realizzazione dei suoi piani per la gestione della situazione militare dal punto di vista politico-negoziale, piani ai quali gli americani per ora si oppongono. Esistono dunque almeno tre diverse interpretazioni della transizione, che in alcuni periodi possono parzialmente coincidere. Ora per esempio c’è una certa convergenza di interessi tra gli europei e Karzai, che per ragioni del tutto differenti vorrebbero procedere spediti, mentre tutta questa fretta dei “compagni di strada” non piace agli americani. Sono convinto che europei e Karzai siano destinati a divergere in termini di opzioni, se il processo dovesse andare avanti. E sono altrettanto convinto che andrà avanti. Gli americani potranno rallentarlo, ma non sono in grado di interromperlo, anche a causa della spaccatura interna tra militari e politici.

Un’altra parola d’ordine è “state-building”. Poco tempo fa lei ha tenuto una lezione alla School of Oriental and African Studies di Londra (“Kant, Hobbes or…Machiavelli? Facing the grim choises of state-building in Afghanistan”). In quell’occasione ha ricordato le due posizioni prevalenti nel dibattito: la visione kantiana, liberal-progressista, secondo cui l’obiettivo della comunità internazionale dovrebbe essere l’istituzione di un contratto sociale tra Stato e società afghana; la visione hobbesiana, pessimista e conservatrice, secondo la quale l’Afghanistan è destinato a rimanere in uno “stato di natura” o tutt’al più ad avere uno Stato autoritario. Lei critica entrambe le prospettive, sostenendo da una parte che la costruzione di uno Stato non debba ricalcare necessariamente quella degli Stati europei post-seconda guerra mondiale. E dall’altra che il vero problema è combinare uno state-building di lungo termine con la sopravvivenza politica di breve termine. Come fare?

Karzai è un maestro di sopravvivenza politica a breve termine ma non ha una strategia di sopravvivenza a lungo termine, nessuna strategia di state-building dunque. Gli europei invece non comprendono, anzi ignorano, i suoi problemi di sopravvivenza a breve termine, mentre gli americani sono nel mezzo, non avendo alcuna reale esperienza di state-building (lo Stato americano è molto debole, a parte il settore delle forze armate, al contrario della società che è molto forte). Gli americani dunque non riescono a capire gli europei, e quando questi parlano di state-building, lo intendono in modo del tutto diverso, confondendo state-building e nation-building per esempio, una confusione molto significativa. In termini di opzioni di institution-building Karzai si è trovato di fronte alla composita schiera degli europei, ciascuno con la propria sfumatura, agli americani, agli asiatici, agli indiani e via dicendo, ricavandone una confusione estrema. Quando erano in Afghanistan, i sovietici avevano un’unica opzione, e appropriata o meno che fosse ciò semplificava il rapporto, perché esisteva un solo modello. Oggi invece ci sono vari modelli che competono tra loro, non solo metaforicamente.Tra in consiglieri c’è
una lotta feroce, tra chi propone soluzioni alla francese, all’italiana, alla tedesca, per assicurarsi l’attenzione e influenzare i ministri afghani e lo stesso presidente. Osservando dall’esterno questo siparietto di vari attori della Nato che litigano tra loro per offrire la migliore soluzione nella costruzione della polizia o dell’esercito o quel che sia, si ha l’impressione che tutto ciò abbia indebolito la loro influenza complessiva, portando a un certo caos in termini di prospettive praticabili di sviluppo futuro. Da parte sua Karzai, che non ha alcuna esperienza nè personale nè politica nel campo dell’institution-building, probabilmente non ha gli strumenti per capirlo. Nel 2002-3 era forse più permeabile alle pressioni esterne, se fossero state coerenti e ben indirizzate, ma si è trovato di fronte a una varietà di posizioni, e di fronte al caos ha preferito tornare alle sue origini, alla monarchia, agli anni Settanta del Novecento e al modo in cui la monarchia gestiva la società. Una società che però nel frattempo è cambiata, a volte in meglio a volte in peggio: anche laddove Karzai avesse le capacità di mettere in pratica l’opzione monarchica (capacità di cui molti dubitano), oggi il ritorno all’età dell’oro è impossibile, anche perché c’è un’opposizione armata che all’epoca non c’era e di cui bisogna tener conto. L’Afghanistan in questo senso vive in un grande vuoto, senza prospettive di lungo termine. I Talebani vengono spesso associati all’età della pietra, ma paradossalmnente l’unica opzione di lungo termine offerta al paese è la loro. Possono dire: avremo un sistema giudiziario semplice ed essenziale, ma efficiente; un sistema educativo basato sul sistema delle madrase con elementi più moderni, non come quello degli anni Novanta; possiamo garantire la supervisione della fornitura di servizi, sanità e via dicendo; un sistema di difesa economico, perché basato sulla mobilitazione. Un certo modello di Stato i Talebani ce l’hanno, non sarà il modello più “developmental” che si possa concepire, ma c’è. E’ come una vecchia Fiat 500 che va, mentre la nuova Mercedes degli europei e degli americani è impantanata e non riesce a muoversi. Quando si ragiona in termini di state-building non è necessariamente un fatto positivo avere dei modelli astratti molto attraenti. Sto scrivendo un libro storico su consiglieri e mentors, non solo in Afghanistan, e nella letteratura ho notato come in Cambodia, tra i tanti consiglieri sperimentati, i più popolari rimangano paradossalmente i vietnamiti, nonostante il cattivo sangue tra i due paesi. I vietnamiti portavano infatti un modello, non tanto economico quanto amministrativo e militare, che si adattava bene alla Cambodia, mentre gli occidentali avevano modelli molto sofisticati, inadatti a un paeso povero con un capitale umano diverso. Lo stesso accade oggi in Afghanistan, dove sono molto popolari gli indiani, che potrebbero non saperne molto, ma hanno modelli basilari, semplici, e quel poco che producono lo producono bene, mentre i modelli europei non sono congrui al capitale umano locale. In giro per il mondo esistono una serie di opzioni di state-building, c’è un vero e proprio mercato, l’opzione europea è solo una tra le tante. Ciò che è essenziale è la capacità di adattare il modello che si importa alle realtà locali, perché soltanto dove c’è adattamento c’è successo. Ci deve essere una qualche congruenza tra il modello che si cerca di costruire e il capitale umano disponibile che lo deve gestire: se il divario è troppo grande, l’adattamento non può avvenire. Quel che avviene qui in Afghanistan.

Questo testo è la versione integrale dell’intervista uscita sul manifesto il 29 aprile 2011

(3 maggio 2011)

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