Alfio Marchini alla scoperta del civismo

Pierfranco Pellizzetti


«Le città sono fatte di cittadini, e il loro
governo deve tenere conto di ciò. La
tecnologia e l’economia possono avere
il controllo assoluto sulle nostre vite
solo in assenza di democrazia»
Manuel Castells

«Una città è buona solo
se tali sono i cittadini»
Aristotele

Una volta tanto asteniamoci dal fare i malfidati; in questo caso, negando un minimo di credito (pro tempore) al signor Marchini Alfio, che si propone quale pivot di una rivoluzione civica candidandosi a prossimo sindaco di Roma (anche se il suo tipico taglio di capelli alla Ridge/Beautiful de noiantri indurrebbe legittimi sospetti).

Già circolano alcune interviste al personaggio, caratterizzate da clamorose cilecche nel mettere a fuoco le luci e le ombre di questa sua proposta in itinere (e in formazione). Questo perché una politica di territorio non può essere inquadrata con le categorie della politica di Palazzo, unico format noto agli intervistatori.

Difatti non c’è stato verso finora di far emergere l’elemento originale – sia chiaro, a livello italiano – di quella che dovrebbe essere raccontata come un’ipotesi di rifondazione della democrazia dal basso e mettendo in moto risorse endogene; ma che tale stenta ad appalesarsi, in quanto i professionisti dell’informazione non sono in grado di categorizzarla nella sua peculiarità e il diretto promotore dimostra di non avere gli strumenti culturali per connotarla comunicativamente.

Eppure siffatta rifondazione della democrazia dal basso (quanto sembra di intuirsi dietro i sorrisi piacioni del promotore e le espressioni corrucciate degli intervistatori in apnea) è una politica continentale a scartamento urbano ormai sperimentata da decenni, collazionata in numerosi casi di successo con relativi action-set e che ormai costituisce un vero e proprio paradigma europeo di fuoriuscita dalla cosiddetta “afflizione fordista” (intesa come de-industrializzazione).

Stando al racconto di Marchini, le idee che lo hanno attivato scaturiscano dai suoi viaggi all’estero dell’ultimo decennio. Quindi si potrebbe concludere che queste esperienze oltreconfine gli hanno indotto più suggestioni che non acquisizioni approfondite di strategie implementabili anche dalle nostre parti.

Prendiamo l’esempio della raccolta differenziata. L’aspirante sindaco osserva giustamente che questa battaglia decisiva non può essere vinta senza il contributo attivo dei cittadini. Ma lui come declina la corretta intuizione? Proponendo l’inserimento nei quartieri di una figura elettiva che sta a mezzo tra il controller aziendale e il commissario di condominio di staliniana memoria: un tipo incaricato di denunciare le manchevolezze della municipalizzata. Quando invece il suddetto “contributo attivo” va concepito in una logica di ben più ambiziosa partecipazione democratica: come responsabilizzazione diretta nel raggiungimento degli obiettivi prefissati. Dunque un alto esercizio di civismo, in cui ogni abitante del quartiere dà l’esempio e vigila affinché tutta la popolazione (residente e non) rispetti gli standard comportamentali; esercitando così una deterrenza rispetto agli atteggiamenti incivili e un controllo sociale sui comportamenti, con effetti imitativi delle buone pratiche.

Del resto, quanto da tempo avviene in Germania, grazie alle famose sei pattumiere in colori diversi di Monaco di Baviera, con cui attuare la selezione dei rifiuti già nel proprio spazio domestico privato e – così – facilitarne lo smaltimento pubblico. Ma tutto questo è reso possibile dal fatto che i cittadini bavaresi (e tedeschi in generale) considerano la questione una faccenda propria; su cui direttamente impegnarsi, anche in termini di riciclo e riuso. Appunto, una certa idea di democrazia civica come condivisione; che già Goethe sintetizzava nei versi “ciascuno spazzi l’uscio di casa/ e la città sarà pulita”.

Ancora, il candidato sindaco ritiene decisivo puntare sulle potenzialità innovative nascoste nelle pieghe della società locale. Giustissimo: quanto – ad esempio – negli anni Novanta si sperimentò nel Rône-Alpes con il progetto “Lione 2010”, promosso da Raymond Barre (il vecchio ministro di Giscard d’Estaing), e che conquistò all’area un ruolo centrale nel trasferimento tecnologico in Francia. Apprezzabile idea ripetere i passi compiuti oltralpe con ottimi risultati. Sapendo però che la condizione di successo sta nella progettualità coordinata, non nei generici appelli a una creatività di stampo bricolage. Dunque nella capacità di essere architetti di rete, stimolando coalizioni e orientandole a obiettivi condivisi. Si chiama “governance”, parola che non sembra ancora entrata nel lessico del neoterritorialismo alla Marchini. E questo non è un bene, perché dietro tale governance c’è il vero nocciolo del nuovo modo di fare governo locale, che supera le tradizionali divisioni tra pubblico e privato per mettere a fattore comune tutte le potenzialità (cognitive, informative od operative che siano) di una platea di partner estesa e variegata quanto più possibile.

Comunque, lo spunto di programma che più ha colpito la fantasia dei media è stato quello di spostare gli uffici del futuro sindaco dal Campidoglio alla periferia degradata del quartiere Corviale.

Bellissimo proposito, quello di recuperare uno spazio urbano attribuendogli un valore d’uso che lo riqualifichi. Ma anche qui: intuizione alla ricerca di adeguata sistematizzazione. E gli esempi di riferimento non mancano; a partire dalla lezione messa in pratica trent’anni fa dalla scuola degli urbanisti catalani guidati da Oriol Bohigas, che diedero un nuovo equilibrio al rapporto centro/periferia nella città di Barcellona come invenzione di convivenza. In particolare Bohigas teorizza “un’idea repubblicana di città”. Ma questo lo si ottenne mettendo al lavoro strumenti specifici quali la pianificazione strategica, che opera la destinazione dello spazio urbano al servizio di un’idea di specializzazione scaturita grazie a vaste discussioni pubbliche in senso deliberativo. Tecniche di reinvenzione della politica ormai più che note nel dibattito specialistico, quanto mai entrate nelle pratiche della vita pubblica italiana.

Vita pubblica – quella nostrana – tuttora ingabbiata tra i due estremi della centralizzazione burocratica e del municipalismo succubo dei rituali asfittici della gestione amministrativa.

Il segreto che si intuisce vagamente dietro le suggestioni di una politica centrata sulla città sarebbe quello di dare alla dimensione municipale ali per volare alto nelle invenzioni di futuro, polmoni per respirare profondamente democrazia e gambe forti per attraversare i ponti sospesi che connettono le due dimensioni di questa fase storica: il locale, con le sue radici profonde, e il globale, da cui si dipartono flussi potenti che vanno addomesticati con l’accompagnamento.

Qualcuno in Europa ci è riuscito. Ad esempio le città a cui si è fatto riferimento. Grazie a quella cultura di territorio che qui da noi resta nume abscondito. Che – forse – avrebbe potuto fare capolino già vent’anni fa, con le prime esperienze dei cosiddetti “sindaci dei cittadini”: l’elezione diretta dei Primi Cittadini come liberazione dai vincoli delle burocrazie partitiche.

Una stagione che prometteva di rinnovare già allora la democrazia dal basso e che si ridusse a un lungo spot per le velleità carrieristiche nazionali di chi era stato chiamato a incarnare un disegno democratico locale.
Si può riprendere ancora una volta tale progetto? La stagione che stiamo vivendo è quella delle rotture. Per cui possiamo aprire anche questo credito.

Certo è che non indu
ce a farsi troppe illusione la stenta grammatica di territorio con cui il discorso viene articolato da un invecchiato bel giovane; molto ecumenico secondo i dettami cattolici apostolici romani, sorridente assai, con qualche nuance da dolcevitaro capitolino e la cui flemma sembra davvero ben affettata.

(15 marzo 2103)



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