Alla ricerca del partito perduto

Pierfranco Pellizzetti

Da strumento di partecipazione democratica a corporazione di potere. Nel suo nuovo saggio il politologo Piero Ignazi analizza la crisi della forma partito, ma ribadisce: “senza partiti non c’è democrazia”. E’ davvero così? O non siamo forse già da tempo in una fase politica postpartitica?

«Il partito politico appare essenzialmente
oggi più che mai –  uno strumento di
organizzazione del seguito politico ai
fini della lotta per il potere fra le diverse
frazioni della classe politica»
Gianfranco Miglio[1]

 «Votate i radicali, i forchettoni di domani»[2]
Ennio Flaiano

Etichettare Ignazi, professore di Politica Comparata all’Università di Bologna nonché opinionista di punta de la Repubblica e l’Espresso, non è impresa facile. Un po’ come tutti gli intellettuali critici, che te li aspetti da una parte e li ritrovi dall’altra. Però, almeno su un argomento con lui si va a colpo sicuro: il peso permanente – pur nel variare dei contesti – che Piero attribuisce alla forma-partito nelle faccende della politica. Del resto è questa la sua cifra di studioso, nel riscrivere periodicamente un saggio su “I partiti italiani” (anche se tra il 1997 e il 2008 il titolo della nuova edizione è diventato “Partiti politici in Italia”). E riuscire ogni volta a dire qualcosa di intelligente (sul “convincente” esporrò di seguito qualche personale dubbio).

A volte ho l’impressione che questi benedetti (o maledetti) attrezzi del modernariato esercitino sull’immaginario ignaziano l’impatto delle madeleines su quello di Proust: l’effetto nostalgia che riporta agli anni in cui si compivano i primi passi intellettuali; quando tipi come Pier Luigi Zampetti organizzavano convegni su “lo Stato moderno come stato dei partiti”[3], in cui far pontificare reperti dell’ancien régime del tipo Giorgio Balladore Pallieri, Bruno Leoni, Gianfranco Miglio e Vezio Crisafulli. Anno domini 1967, uno prima delle grandi piogge che avrebbero spazzato via tanta mitologia corrente (io avevo vent’anni e Ignazi qualcuno meno).

Anche adesso che nel suo saggio più recente segnala come i partiti siano finiti “in un vicolo cieco”, il nostro autore ha enormi difficoltà a immaginare un mondo senza di essi. Nec tecum nec sine te vivere possumus. E non può fare a meno di interpretare l’eccesso di contestazione nei loro confronti in chiave cospirativa: «la cattiva immagine dei partiti contemporanei è certo dovuta ad una caduta di fiducia e stima per le scelte e i comportamenti dei partiti e delle loro classi dirigenti. Ma sotto, sotto, scava sempre la talpa dell’antipluralismo»[4]. Insomma, pluralismo sinonimo di partitismo. Un Paolo Bufalini piccista di mezzo secolo fa la pensava allo stesso modo («pluralismo? Partitico, altrimenti non so di cosa parliamo»[5]). E difatti Ignazi ribadisce: «non c’è scampo: senza partiti non c’è democrazia»[6].

Leggendo questa messa in sicurezza della forma-partito nel venerando e protettivo grembo pluralistico, mi è tornato alla mente un seminario che tenemmo insieme per i quadri dirigenti postcomunisti lombardi un tre lustri fa; fastidio compreso di Piero al mio negare che la rappresentanza sarebbe vincolata alle forme organizzative di una determinata fase storica. Una politica postpartitica? Si potrebbe dire che è proprio quanto avvenuto sotto i nostri occhi nelle ultime due decadi. Sempre che non ci si faccia imprigionare dai nominalismi.

Al di là del fatto che si definiscono con la stessa dicitura, andando sul macroscopico, le strutture massicce e complesse, di cui erano grandi capi Togliatti, Moro o Fanfani, hanno qualcosa in comune con la manchette di un contenitore meramente virtuale di cui conserva il copyright Silvio Berlusconi; o a cui domani imporrà il proprio occhiuto controllo (superata la fase strumentalmente definita “movimentista”) qualche nuova entrata nel mercato della comunicazione politica? E ogni riferimento al predicatore mediatico Beppe Grillo non è assolutamente casuale.

Visto che abbiamo doppiato gli “anta”, possiamo usare l’espressione fatale: ai nostri tempi, pur con tutte le mistificazioni e le manipolazioni immaginabili, i partiti funzionavano da strumenti della società per la partecipazione alla decisione pubblica. Soggetti gradatamente affondati e dispersi nel “triangolo delle Bermude” (leggi autoreferenzialità) burocratizzazione – patrimonializzazione – verticalizzazione. Possiamo arzigogolarci sopra in chiave postmoderna, ma la realtà è molto semplice: i partiti sono diventati degli ascensori sociali individuali; sempre più affollati a seguito della trasformazione dei codici valoriali, prodotta dalle ondate di cinismo di massa nel ritorno alla parola d’ordine “arricchitevi” della stagione neolib.

Sottratto al controllo democratico, il personale politico è migrato dalla società allo Stato – come giustamente ricostruisce il saggio di cui parliamo – trasformandosi in un esercito di occupazione o – magari – in una banda di saccheggiatori. Un mutamento di forma che è soprattutto sostanza. E le antiche retoriche del tempo dei partiti canonici (paternalistici, di massa, acchiappatutti …) sono solo un guscio vuoto in cui rintanarsi, utilizzando a scopo mimetico tutte le opportunità della comunicazione mediatizzata. Insomma, li chiamiamo con lo stesso nome, ma i personaggi star-system del politainment sono – di grazia – lontanamente equiparabili ai grandi leader carismatici novecenteschi, alla guida di partiti ancora ben radicati nel mondo reale? I Churchill, i Roosevelt, i De Gaulle.

Con un di più. I partiti correttamente intesi si affermano nel momento in cui la società occidentale abbandona i miti fallaci degli ecumenismi organicistici del consenso per il consenso (alla Menenio Agrippa) e scopre la potenza creativa del conflitto; sull’asse Nicolò Machiavelli («fu la disunione a far grande la repubblica romana»[7]) – Immanuel Kant («l’uomo vuole l’armonia, ma la natura sa meglio di lui ciò che è bene per la sua specie: essa vuole la discordia»[8]). Possiamo tranquillamente affermare che il conflitto sostanziale (non le sue forme simulate, utili per narrazioni acchiappacitrulli), di cui i partiti sono stati gli interpreti diretti nella Modernità, è stato bellamente espulso dalla dialettica politica. Anche perché il ceto di partito ha subito processi di omologazione che hanno piallato via ogni differenziazione interna, dunque conflittuale; sicché ora si presenta come un’indifferenziata corporazione del potere, solidale nel difendere le comuni condizioni di sopravvivenza.

Sto raccontando con parole diverse quanto Ignazi descrive come “appassimento del partito sul territorio e rafforzamento al centro e nello Stato”[9]. All’origine – aggiunge – della nascita di un mostro: “il Leviatano sgraziato”.

Laddove tra noi i giudizi non coincidono è nel considerare una prova di forza degli espropriatori di democrazia a scopo di business questo incistarsi nel Palazzo. A parere dello scrivente, l’accentuarsi ciclopico di ruberie e concussioni dimostra solo che in questa corporazione di guardiani della politica si sta diffondendo una sindrome compulsiva da “ultimi giorni di Pompei” (in cui gli sportelli ancora da svaligiare si stanno rivelando le cementificazioni e il saccheggio dello spazio collettivo, insieme alla svendita della sanità pubblica). “Ultimi giorni” perché la crisi finanziaria sta prosciugando anche questi bacini residui.

Per ora la corporazione del potere resiste nei suoi bunker in quanto il discredito si traduce nel fatalismo del non voto (sicché gli equilibri reggono anche ripartendosi suffragi dimezzati). Non credo reggerà qualora la protesta t
rovi il modo di scatenare concorrenti diretti all’interno del mercato della rappresentanza, sottraendo agli attuali imprenditori politici quote rilevanti di posti negli organigrammi pubblici. Qualche avvisaglia già si intravede, a prescindere dall’ambiguo tandem Grillo-Casaleggio.

Sicché il tema è questo: possiamo o meno sopravvivere al dopo-partiti. E perché no? Del resto le loro funzioni istituzionali si riducevano a “nomina” e “interpretazione”. Ossia, costruzione degli organigrammi pubblici e determinazione di linee progettuali produttive di senso e significati. Per la prima attività (la selezione del personale rappresentativo) non c’è bisogno di strutture stabili, quanto di procedure che utilizzino ciò che Manuel Castells chiama “l’autocomunicazione orizzontale di massa”, ormai messa efficacemente alla prova come strumento organizzativo di mobilitazione/controllo in molti ambiti; perfino negli accampamenti occidentali (da Zuccotti Park a Plaza del Sol) e nelle piazze maghrebine che si stanno secolarizzando (anche se questo sarà un processo non rapido né indolore). Per la progettazione strategica, fondazioni, think tanks e simili sembrano molto più funzionali allo scopo di un’accozzaglia di “tossicodipendenti da potere e presenzialismo” – per lo più incolti – quali i politicanti.

Resta il problema classico della leadership. La politica post-partitica può farne a meno? In effetti siamo all’autunno della fase di iper personificazione della politica, descritta – ad esempio – da Ilvo Diamanti («i partiti: delegittimati e rimpiazzati da partiti personali; l’organizzazione e gli apparati: surrogati e quasi sostituiti dai media, dal marketing politico, dai sondaggi. I cittadini: non più fedeli, ma spettatori di una scena politica sempre più spettacolarizzata»[10]). La scomparsa dei Bush jr., dei Sarkozy e dei Berlusconi ci dicono che il reality applicato alla sfera pubblica non risponde più alle necessità del tempo. Magari funzionano meglio i gestori (ovvero curatori fallimentari) sobri e sul grigio.

Una fase ancora in progress, su cui l’intelligenza analitica di Piero Ignazi può dirci cose utilissime. Intanto registriamo il fatto insolito che tutti i movimenti che propugnano un cambiamento radicale rifiutano ogni forma di verticismo e – dunque – la personalizzazione della protesta.

Manuel Castells, reduce dalla visita agli accampamenti indignati di Barcellona e New York, osserva che «la nuova soggettività è emersa nella rete: la rete è diventata il soggetto»[11]. Gli fa eco David Graeber, non-portavoce di Occupy Wall Street: «stiamo cercando di costruire la cultura, l’abitudine, la sensibilità di una società democratica, il che è un gran lavoro. Quale tipo di strutture istituzionali più ampie potranno emergere una volta  che queste abitudini diventeranno connaturate, non lo si può prevedere. Stiamo parlando di reimmaginare tutto quanto, non di piccoli cambiamenti»[12]. Comprese le forme organizzative, partiti compresi. Con tutte le perplessità insite in una mastodontica opera di resettaggio.

Domanda: è concepibile una politica rappresentativa in assenza di processi di identificazione, strutture dedicate e percorsi istituzionalizzati per la decisione?

Piero batti un colpo, per favore!

Piero Ignazi, Forza senza legittimità, Laterza, Bari 2012

NOTE

[1] G.F.  Miglio, “Il ruolo del partito nella trasformazione”, La funzionalità dei partiti nello Stato democratico (a cura di P. L. Zampetti), La Nuova Italia, Milano 1967 pag. 38
[2] Slogan politico proposto da Flaiano ma non accettato dal committente
[3] ibidem pag. 7
[4] P. Ignazi, Forza senza legittimità, op. cit. pag. 15
[5] Da una intervista radiofonica degli anni Settanta citata a memoria (PFP)
[6] P. Ignazi, Forza senza legittimità, op. cit. pag. VII
[7] N. Machiavelli, Discorsi sopra la prima decade di Tito Livio, in F. Volpi, Dizionario opere filosofiche, Bruno Mondadori, Milano 2000 pag. 705
[8] I. Kant, citato in R. Dahrendorf, Uscire dall’utopia, op. cit. pag. 243
[9] P. Ignazi, Forza, op. cit. 106
[10] I. Diamanti, prefazione a Principi del governo rappresentativo (di B. Manin), Il Mulino, Bologna 2010 pag. XV
[11] M. Castells, Reti di indignazione e speranza, EGEA, Milano 2012 pag. 102
[12] M. Rovelli, “L’altro nome della democrazia”, Alfabeta 2.22 settembre 2012

(13 novembre 2012)



MicroMega rimane a disposizione dei titolari di copyright che non fosse riuscita a raggiungere.