Anatomia della paura
Immanuel Wallerstein
, il manifesto, 25 maggio 2010
La paura è la più pervasiva delle pubbliche emozioni nella gran parte del mondo odierno. Essa non è irrazionale ma non conduce necessariamente ad un comportamento saggio nei confronti dei presunti pericoli. Il modo in cui agisce può essere chiaramente percepito in due eventi notevoli del passato recente: il crollo del valore delle azioni alla Borsa di New York il 6 maggio – una caduta durata solo pochi minuti che ha sbalordito il mondo – e i disordini di Atene, che hanno già causato tre morti e che ancora continuano.
Che cosa è successo a Wall Street? Sembra che quella mattina la media industriale del Dow Jones fosse scesa di circa 300 punti. Un calo notevole (del 3% circa), che però non sembrava inusitato come risposta a una combinazione di brutte notizie su vari fronti negli Stati Uniti, oltre all’incertezza crescente circa la possibilità che la Grecia evitasse la bancarotta. Ma poi, nel tardo pomeriggio, il Dow Jones scese ancora di 700 punti. Il crollo più impressionante mai registrato nel giro di una stessa giornata. Nessuno lo aveva previsto e apparentemente gli operatori di borsa erano «ammutoliti». Alcune delle azioni più importanti si erano svalutate del 90% fino a valere pochi spiccioli, mentre gli operatori «stavano a guardare a bocca aperta» e quasi con la stessa velocità con cui era crollato, il Dow risalì chiudendo con una perdita di «soli» 371,80 punti.
Ovviamente tutti cercavano una spiegazione. La prima avanzata fu che un singolo operatore avesse spinto il tasto sbagliato, e prodotto una transazione di bilioni quando in realtà intendeva milioni. Il problema di questa spiegazione è che ancora nessuno è riuscito a individuare questa persona né a dimostrarne l’esistenza o che davvero si sia trattato di un errore. Poi ha cominciato a circolare una spiegazione alternativa. La Borsa di New York ha un meccanismo di sicurezza che impone un rallentamento quando le operazioni si susseguono con troppa rapidità. Ma altre Borse non hanno lo stesso meccanismo. Alcuni ipotizzano quindi che alcuni grossi operatori, visto il rallentamento di Wall Street, siano passati ad operare su altre Borse.
C’è chi suggerisce un ulteriore intreccio: a produrre quello spostamento sarebbero state le cosiddette strategie algoritmiche del mercato, che prevedono meccanismi di mercato automatici pre-programmati. Il mancato coordinamento tra le varie Borse non è conforme ai regolamenti e adesso alcuni sostengono che tutte le Borse dovrebbero avere gli stessi meccanismi di rallentamento. Per altri il crollo potrebbe essere stato determinato dal meccanismo automatico, per cui bisognerebbe prendersela con le macchine e non con le persone. Tutte queste spiegazioni potrebbero essere valide oppure no. Ma quel che omettono è il fatto che in vari momenti sono intervenute decisioni umane – per reagire all’inizio del crollo, per rallentare le operazioni, per cominciare di nuovo a comprare e permettere al Dow Jones di risalire: è qui che entra in gioco il fattore paura.
La Borsa comporta per definizione rischio e incertezza. Ma gli operatori contano sulla certezza che le fluttuazioni siano relativamente lievi e che si verifichino all’interno di un range prevedibile. Quando cominciano ad essere frenetiche, ovvero improvvise e a vasto raggio, gli operatori sono comprensibilmente presi dal panico. E quando sono in preda al panico inevitabilmente accentuano ancora di più le fluttuazioni. È un circolo vizioso. Nel momento stesso in cui gli operatori di New York entravano in fibrillazione, sui loro monitor scorrevano gli scontri di Atene. Questo ne acuiva l’ansia per due motivi: erano insicuri rispetto alla decisione che i paesi europei avrebbero preso in merito agli aiuti alla Grecia (se e come aiutarla). Erano insicuri rispetto alle ripercussioni sulle banche americane, europee e giapponesi dell’azione (o inazione) europea rispetto al problema della Grecia e non erano in grado di prevedere se e quanto la potenziale bancarotta greca avrebbe trascinato con sé i mercati mondiali.
Ma soprattutto avevano ragione di preoccuparsi per gli scontri di Atene. Gli scontri erano il risultato della paura greca. Quello che più preoccupava i greci era la possibilità evidente di una drastica riduzione dei redditi negli anni a venire. E tale possibilità ha sollevato furore e paura tanto più che i greci non erano affatto convinti che fosse colpa loro, benché toccasse a loro pagare.
Ma le paure dei greci sono ovviamente solo la punta dell’iceberg mondiale, come sanno bene governanti ed operatori di mercato di tutto il mondo. Il problema del governo greco è piuttosto semplice. Le imposte sul reddito sono troppo basse e la spesa pubblica troppo alta rispetto alle entrate presenti e future. Per cui il paese dovrebbe aumentare le tasse (se fosse in grado di incassarle) oppure tagliare le spese o entrambe le cose – e drasticamente. Questo è comunque il problema della Germania, della Francia, della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, e la lista potrebbe continuare. E del resto anche i paesi che sembrano avere la testa fuori dall’acqua dal punto di vista fiscale (come il Brasile o la Cina) non sono esenti dal contagio. I greci scendono in strada a protestare ma questo si diffonderà, il mercato mondiale diventerà sempre più instabile, e le paure anziché diminuire aumenteranno.
Dappertutto la politica adottata in risposta è stata quella di comprare tempo con denaro di carta preso in prestito o stampato. La speranza è che, in qualche modo, in questo tempo così preso a prestito, si verifichi una nuova crescita economica, si diffonda un certo ottimismo capace di mettere fine al panico reale e latente. I politici colgono al volo ogni piccolo segnale di una simile crescita e ne esagerano l’importanza. Un buon esempio è il plauso con cui è stata accolta la creazione di nuovi posti di lavoro negli Stati Uniti quando in realtà la crescita occupazionale era comunque inferiore alla crescita demografica nello stesso periodo.
La paura non è irrazionale. È conseguenza della crisi strutturale del sistema mondiale. Non può essere risolta dai cerotti che i governi mettono sulle gravi piaghe che ci affliggono oggi. Quando le fluttuazioni si fanno troppo grandi e troppo rapide, nessuno è in grado di pianificare razionalmente. Perciò le persone non agiscono più come attori sufficientemente razionali in una economia-mondo relativamente normale. E questo livello di intensificata paura è la realtà fondamentale dell’era presente.
Traduzione di Maria Baiocchi
(Copyright by Immanuel Wallerstein, distribuito da Agence Global)
(25 maggio 2010)
| Condividi |
MicroMega rimane a disposizione dei titolari di copyright che non fosse riuscita a raggiungere.
