Anche ai grillini serve un Principe
Di fronte al raccapricciante spettacolo di corruzione e degrado morale offerto dall’attuale classe dirigente, sembra farsi largo una proposta di rinnovamento fondata sulla celebrazione dell’ingenuità come valore civile, come attestato di pulizia. Ma in politica l’ingenuità non è mai una virtù: ce lo ha insegnato Machiavelli 500 anni fa.
di Emilio Carnevali
Pur affogandole dentro estenuanti monologhi, il vecchio radicale Marco Pannella sa ancora lanciare qualche immagine capace di illuminare come un lampo lo sbilenco teatro della politica italiana. Fra queste c’è l’efficace descrizione dello scontro politico nel corso della Seconda Repubblica come di una contrapposizione, mutuata da un celebre aforisma di Longanesi, fra “i capaci di tutto” e “i buoni a nulla”.
Gli scandali che hanno travolto il crepuscolo dell’era berlusconiana e che ancora funestano i tempi presenti (dal caso Formigoni ai “banditi in tunica” della Regione Lazio) sono letti dagli ottimisti come i colpi di coda di un mostro decapitato; dai più pessimisti come le manifestazioni di una metastasi ormai propagatasi in tutto il corpo del paese e la cui cura è ben lungi dall’essere stata avviata.
Di certo non mancano, ovunque ci si giri, fulgidi ed inquietanti campioni di quella eterna figura della politica italiana che sono i “capaci di tutto”, passati come salamandre dalle fiamme di Tangentopoli per ri-imporsi, sempre uguali a se stessi, nella loro disinibita e implacabile voracità. L’unico fattore di discontinuità è forse dato da un certo peggioramento dello stile, se è vero – come è vero – che fra la Milano da bere degli anni Ottanta e la Roma pecoreccia e trash della rubrica Cafonal di Dagospia la distanza è tanta. Come ha scritto Filippo Ceccarelli sulla Repubblica, rispetto a questi qui «De Michelis sembra un frate trappista che vende marmellate ai gitanti della domenica».
Novità importanti si registrano invece sul fronte dei “buoni a nulla”, con il prepotente ingresso sulla scena pubblica della figura del “giovine ingenuo”.
Il “giovine ingenuo” si presenta come volto pulito del paese. Il paladino della “gente” contro la Casta dei politici, “tutti uguali”, “tutti da cacciare”. Lui che di politica non si è mai interessato prima di ora, che non ha mai saltato una lezione al liceo o all’università per partecipare a una manifestazione, che mai e poi mai ha avuto tessere di partito (giammai, case del demonio!), che per nessuna ragione al mondo accetterebbe uno stipendio per fare il sindaco o l’assessore, che crede nell’orizzontalità della democrazia digitale e nel mediattivismo: a colpi di petizioni e raccolte di firme il “giovine ingenuo” piegherà finalmente il Leviatano della corruzione e del malgoverno.
Anche qui c’è una immagine folgorante che ha colto in pochi secondi un intero mondo: è la maliziosa domanda rivolta da Corrado Formigli al “grillino ribelle” Favia nel corso di una recente puntata di Piazza Pulita su La7: «Solo per decidere se lei doveva venire in trasmissione avete fatto tre votazioni tra di voi. E pensate di governare l’Italia così?».
Effettivamente è difficile sottrarsi ad un certo smarrimento mettendo insieme certi atteggiamenti all’ostentata ambizione di rappresentare una “nuova classe dirigente” per il Paese. L’ingenuità, infatti, è raramente una virtù. E certamente non lo è in politica, se diventa il principale combustibile di una indignazione cui non mancherebbero ben altri inneschi da cui divampare.
Non a caso un grande filosofo politico e morale come Guido Calogero, fra i fondatori del Partito d’Azione, ha dedicato pagine bellissime alla «profonda moralità di Machiavelli: quella moralità non avvertita dai moralisti delicati, i quali preferiscono immaginarsi un’umanità di maniera, anche per evitare lo scomodo di tuffarsi nel suo gorgo e di insudiciarsi al suo contatto plebeo (cosicché, molto spesso, il ripiegamento verso l’“interiorità”, l’egoistica cura verso la propria salvezza, non è altro che l’espressione di tale snobistico desiderio, o il risultato della delusione provocata dai fallimenti di una velleità educatrice senza esperienza di vita)».
Ecco perché proprio il Principe di Niccolò Machiavelli – alla vigilia del cinquecentenario della sua pubblicazione (1513-2013) – potrebbe essere una lettura da consigliare a tanti giovani e volenterosi neofiti dell’impegno civile, la cui presenza nell’agone pubblico è così preziosa (lo si dice fuor da qualsiasi ironia, al di là della caricatura che ci siamo divertiti a tratteggiare sopra) che non può disperdersi nello sterile esorcismo collettivo del rituale del “vaffa…”.
«Nella opinione comune», scriveva Hegel nella Costituzione della Germania, «già il nome di Machiavelli è segnato dalla riprovazione: principi machiavellici e principi riprovevoli sono, per lei, la stessa cosa». Ma niente è più lontano dal vero, continuava il filosofo tedesco, perché il Principe non è affatto uno «specchio dorato presentato ad un ambizioso oppressore», bensì una lucida analisi offerta ad un grande fine, quello di «innalzare l’Italia ad uno Stato», corredata dai mezzi necessari a perseguirlo.
In Machiavelli non c’è alcun compiacimento del male fine a se stesso. Ciò che il Segretario fiorentino aborriva era l’apparente virtù che – per scarsa considerazione delle cose del mondo e della politica – avrebbe portato alla rovina dello Stato. Per questo, ad esempio, di fonte al quesito se il sovrano dovesse mostrarsi pietoso o crudele con i suoi sudditi, Machiavelli raccomandava: «Debbe pertanto uno principe non si curare della infamia del crudele per tenere e’ sudditi sua uniti e in fede perché, con pochissimi esempli [esecuzioni esemplari], sarà più pietoso che quelli e’ quali per troppa pietà lasciono seguire e’ disordini, di che ne nasca uccisioni o rapine; perché queste sogliono offendere una universalità intera e quelle esecuzioni che vengono dal principe offendono uno particolare».
La grande lezione che Il Principe ci tramanda – in tempi nei quali, fortunatamente, il conflitto politico in Occidente, almeno a livello infrastatale, è quasi del tutto depurato dalla violenza bruta che caratterizzava l’epoca di Machiavelli – è quella della profonda immoralità politica del velleitarismo. E, conseguentemente, della necessità di operare per bene nel bene. Questo è il senso ultimo della volontà di Machiavelli di «andar dreto alla verità effettuale della cosa» e non «alla immaginazione di essa» come hanno fatto molti, i quali «si sono immaginati repubbliche e principati che non si sono mai visti né conosciuti in vero essere» così da insegnare al principe «più presto la ruina che la perservazione sua».
Avere consapevolezza della situazione reale in cui ci si trova a operare, dei rapporti di forza fra i soggetti in campo, delle possibili evoluzioni future di un contesto dato, della probabilità di efficacia di una determinata iniziativa (e in che termini e con quali requisiti/presupposti), non significa affatto indulgere nel cinis
mo. Al contrario, questa “prudente intelligenza” sottointende la volontà di trasformare una passione di giustizia in cambiamento concreto dell’esistente, evitando che tale genuina passione si scolori in una pura ed egoistica presa di distanza dalle miserie del mondo. Nelle sue Notarelle sul Machiavelli (Quaderni del carcere) Antonio Gramsci ha contestato la lettura del Principe ispirata alla contrapposizione fra le categorie dell’“essere” e del “dover essere”, con quest’ultimo che sarebbe radicalmente rifiutato dal Segretario fiorentino. Per Gramsci Machiavelli «non è un mero scienziato», bensì «un politico in atto, che vuole creare nuovi rapporti di forze e perciò non può non occuparsi del “dover essere”, certo non inteso in senso moralistico. La quistione non è quindi da porre in questi termini, è più complessa: si tratta cioè di vedere se il “dover essere” è un atto arbitrario o necessario, è volontà concreta, o velleità, desiderio, amore con le nuvole. Il politico in atto è un creatore, un suscitatore, ma non crea dal nulla né si muove nel vuoto torbido dei suoi desideri e sogni».
Oggi l’Italia, pur in condizioni diversissime, può ricordare il ritratto terribile riservatole nel celeberrimo ultimo capitolo del Principe: «senza ordine, battuta, spogliata, lacera, corsa». Ecco perché avremmo un urgente bisogno di Grandi Politici, e non di antipolitici che amano “far l’amore con le nuvole”.
(3 ottobre 2012)
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