Antipolitica e uomo qualunque
Angelo d'Orsi
Il grande successo del MoVimento 5 Stelle alle ultime amministrative è stato paragonato da numerosi osservatori all’affermazione dell’Uomo Qualunque, fondato da Guglielmo Giannini nel secondo dopoguerra. È storicamente fondato questo accostamento? Quanto c’è del ‘qualunquismo originale’ nei movimenti contemporanei spesso etichettati come ‘antipolitici’? Quali diverse istanze, con diverse traiettorie di sbocco, può contenere la critica nei confronti delle degenerazioni della politica professionale?
, da MicroMega 4, 2012
L’affollata primavera elettorale 2012 (Francia, Grecia, Repubblica Federale di Germania, Italia, Serbia…), tra competizioni amministrative, scontri per le presidenze, elezioni parlamentari, ha riportato all’attenzione un «ismo» della politica che sembrava ormai in procinto di finire confinato nei manuali e nei dizionari di storia del pensiero politico, e neppure in tutti: il qualunquismo [1].
In particolare il lemma ha avuto fortuna in Italia, dove peraltro la parola è nata, grazie alla figura di Beppe Grillo, un comico divenuto mese dopo mese un vero capopopolo, o un «ex comico molto politico», come si è scritto di lui [2]. Esistono precedenti «nobili», di comici in politica. E lo scrivo non a mo’ di battuta, alludendo ai comici involontari, di cui abbiamo avuto tanti, troppi esempi a casa nostra. Alludo a personaggi come il francese Coluche (nome d’arte di Michel Gérard Joseph Colucci), un clown che sfidò Giscard d’Estaing e François Mitterrand nell’autunno 1980, per poi ritirarsi poco dopo, nel gennaio ’81, dando tuttavia indiretta indicazione di voto per Mitterrand. Il repertorio della sua breve campagna elettorale fu basato su parole grosse, provocazioni, ricorrendo a un lessico a dir poco disinvolto, nei suoi messaggi diretti a tutti e a nessuno [3].
Certo è che Grillo, pur rimanendo personalmente sempre al di fuori – fino ad oggi, almeno – dalle contese elettorali, ha concentrato sul movimento da lui creato – il MoVimento 5 Stelle – l’attenzione preoccupata dei commentatori, l’invidia di molti competitori, il fastidio di gran parte dell’establishment, condito di ingiurie e insinuazioni. D’altronde lo stesso comico-agitatore ha caratterizzato il suo messaggio nelle forme, prima ancora che nei contenuti, negli strumenti della comunicazione, più che nella loro sostanza, e ha costruito il suo successo, finora, puntando essenzialmente su due elementi: l’uso massiccio ed efficace della rete, dal blog alle altre «reti sociali» da una parte; e dall’altra il comizio-spettacolo, praticato in modo intensivo da un capo all’altro della Penisola, ma con particolare attenzione alle piazze centrosettentrionali: in sostanza gli stessi luoghi battuti fino a poco tempo fa dalla Lega Nord, il cui elettorato sembra stia largamente transitando sotto le insegne del 5 Stelle.
Il comizio itinerante di Grillo è in sostanza un monologo talvolta alternato con il famigerato dialogo con la folla, di dannunziana (e poi mussoliniana) memoria. Il lessico è elementare, gergale, usato con la capacità propria di un uomo di spettacolo, nel quale la volgarità rappresenta il pepe sulla pietanza – una volgarità che sfocia sempre di più nel puro turpiloquio, non privo di una sua inventività [4]. Tale uso del linguaggio è stato decisivo per favorire l’instaurazione di un rapporto emotivo tra il pubblico e l’attore: parola che ormai, in riferimento a Beppe Grillo, deve essere derubricata dalla connotazione del «servo di scena», e può essere tranquillamente impiegata nel significato proprio di chi agisce in politica. Grillo come attore politico, e il MoVimento 5 Stelle quale attore collettivo.
Come per la Lega di Bossi, per il movimento di Grillo, si è parlato di antipolitica, di demagogia, di populismo, di messaggi irrazionali che mirano a colpire la pancia dell’elettore, di protesta senza proposta, di irresponsabile eccitamento delle folle: e, novità rispetto al movimento «padano», è piovuta, impietosa, inesorabile, appunto, l’accusa di «qualunquismo».
Talvolta, a dire il vero, la parola era stata impiegata anche in relazione ai bossiani, nell’accezione più dura, ossia di disinteresse per la politica vera, quella che si occupa dei problemi generali, e di mera attenzione a questioni locali, settoriali, territoriali, spesso di campanile e di bottega, in senso proprio. La Lega Nord, peraltro, a differenza del 5 Stelle, si trasformò ben presto da movimento in partito organizzato, con organi, elezioni interne (anche se poi di fatto pilotate dal vertice o addirittura cassate con un gesto o una parola del «capo»), e, naturalmente, correnti e ras in feroce lotta fra di loro. Un partito che, nondimeno, proprio come il movimento dei «grillini», era ed è caratterizzato, anche «dopo la caduta», nei termini di un partito personale, anzi, nel caso leghista, partito familiare (e oscenamente familistico).
Detto altrimenti è il leaderismo populistico il tratto che più avvicina tanto la Lega quanto il MoVimento 5 Stelle alla formazione costituita nel 1945, nella Roma già liberata dai nazifascisti ma a guerra ancora in corso, da Guglielmo Giannini. Provvisto di una notevole e insolita esperienza nel giornalismo brillante – politico, culturale, di costume – questo avvocato napoletano (nato nel 1891), commediografo e scrittore, si rivelò geniale inventore della parola, e anche del logo del «qualunquismo». Tutto nacque con il settimanale L’Uomo qualunque, il cui n. 1 apparve a Roma, liberata da circa sei mesi, il 27 dicembre 1944. In prima pagina, un disegno piuttosto brutto, ma efficace: una pressa, ruotata da gigantesche, inquietanti mani senza corpo, che stritola un piccolo uomo, dalle cui tasche schizzano fuori monete: l’anonimo rappresentante dell’italiano medio, «l’uomo qualunque», schiacciato dallo Stato, che gli estorce denaro con le tasse, incurante di tutto il resto. Al centro campeggia una U in rosso, a sinistra e a destra la L apostrofata e la q. Fu anche grazie a quel disegno e a quel logo, nell’Italia immersa nella difficile, dolorosa fase del passaggio da fascismo a postfascismo, che l’invenzione di Giannini suonò come una novità suggestiva, per quanto confusa, capace di attirare un largo consenso (largo sebbene effimero, come si incaricò di dimostrare la storia successiva [5]).
E qui si può notare la prima, importante differenza: il Fronte dell’Uomo Qualunque (UQ) fu il classico fungo dopo la notte di pioggia; inatteso e travolgente. E sparì rapido come era salito agli onori degli altari. I grillini, invece, hanno percorso una lunga strada. Hanno costruito una figura di politico collettivo che si è radicata lentamente me efficacemente a livello locale. E ora si apprestano, a meno di sorprese, ad arrivare in quell’Assise nazionale in cui invece Giannini giunse, con un robusto manipolo di deputati (30, pari a circa un milione e duecentomila voti), in modo tanto repentino quanto imprevisto. Per la precisione fu l’Assemblea costituente, nata dopo il referendum del 2 giugno 1946, l’organo che accolse i rappresentanti dell’UQ, dopo che peraltro il movimento, radunato intorno al suo capo indiscusso (il quale tuonava contro i capi, in nome della «folla»), aveva ottenuto buoni esiti alle amministrative di quello stesso anno.
Poco dopo la nascita della Repubblica, un rapporto segreto del Comando alleato a Roma, diretto ai servi
zi statunitensi, annetteva il Fronte di Giannini alla destra, e osservava: «La popolarità di Giannini è indubbiamente in crescita ed egli potrebbe ottenere con facilità un grande successo alle prossime elezioni politiche» [6]. Fu facile profezia: l’UQ ottenne un successo notevolissimo. E in effetti era schierato su una posizione di destra: contestava l’antifascismo (ma lanciava anche strali contro il regime mussoliniano) e denunciava una sorta di rendita di posizione degli antifascisti, additando il Cln come una specie di nuovo totalitarismo. Il giudizio, ovviamente grottesco se preso alla lettera, fu tuttavia reso plausibile dal sequestro del giornale attuato il 20 febbraio 1945 dal ministero della Stampa e della propaganda (era stata ripristinata la denominazione anteriore del detestato e irriso MinCulPop fascista). Giannini a quel punto poté strepitare: «Ci stanno assassinando!». Fu un errore del governo provvisorio, naturalmente, che il commediografo divenuto ormai un politico (pur continuando a tuonare contro i politici), seppe sfruttare con abilità. Quella data venne considerata uno spartiacque nella storia del movimento, che in effetti fu decisamente aiutato dal passo falso governativo [7].
Il timore che Giannini, con le promesse del suo movimento, eccitava e insieme voleva allontanare era inerente soprattutto all’annunciata epurazione di elementi che avevano fatto carriera in seno alla pubblica amministrazione grazie al fascismo (oltre che, naturalmente, di coloro che si erano macchiati di crimini). Fu, com’è noto, un processo confuso e convulso, con eccessi e con furbizie, che si risolse in una sorta di assoluzione generale. Storicamente ancor più grave fu il fatto che mancò una presa di coscienza collettiva. L’amnistia decisa dal governo, con Togliatti ministro guardasigilli, finì per favorire quella mancata autocritica della nazione che invece fu compiuta in Germania.
I fascisti rivendicavano la correttezza e insieme l’inevitabilità dei loro comportamenti (dettati dallo stato di costrizione nel quale avrebbero agito sotto il regime mussoliniano). E trovarono preziosi alleati per questa operazione autoassolutoria in alcuni organi di stampa ed esponenti del mondo della cultura: in prima fila Giovanni Guareschi, con il suo Candido (fondato insieme a Giovanni Mosca nel giugno del ’45, prima di dar vita alla saga di don Camillo e Peppone); qualche anno dopo (1950) Leo Longanesi, con il suo il Borghese, accrebbe la capacità di mobilitazione di un’opinione «nostalgica» del regime, il quale non veniva riabilitato in sé, ma nel confronto (ovviamente specioso) con il presente nuovo «regime», dominato da democristiani e «socialcomunisti».
In questo contesto la polemica di Giannini fu diretta contro gli epuratori e presto si allargò al Cln, ai partigiani – a carico dei quali si diede vita nella «nuova Italia» postfascista a veri e propri processi, seguiti da condanne – e allo stesso antifascismo. La posizione dell’UQ, sebbene in modo non lineare (si ricordano professioni di fede antifascista, aperture a sinistra, appelli al Partito liberale – e a Croce – perché accogliesse nelle sue file i qualunquisti), divenne progressivamente (o fu sempre, prevalentemente) «anti-antifascista». È probabile, anzi, che l’espressione fu coniata dallo stesso Giannini (e recentemente è stata addirittura rivalutata da qualcuno, dall’alto della sua scienza [8]).
Giannini non s’impancava a maestro, ma lo fu: di irridenti calembours, mottetti o, come egli stesso li chiamò, «sfottetti», che nel corso del tempo si fecero via via più grevi, prendendo di mira in particolare gli esponenti di quello che veniva presentato come un nuovo establishment resistenziale, deformandone i nomi, o semplicemente affibbiando a ciascuno di loro epiteti ingiuriosi [9].
Il pubblico di riferimento, divenuto ben presto l’elettorato del Fronte dell’UQ, era prevalentemente composto da ceto medio impiegatizio e bottegaio, specialmente del Centro-Sud. Il movimento fu, insomma, uno dei ricorrenti tentativi di «rivincita dei ceti medi» [10]. L’UQ riproponeva uno schema assai simile a quello applicato da Luigi Salvatorelli (altro bersaglio di Giannini, in quanto epuratore), negli articoli del primo dopoguerra, quelli raccolti nel libretto Nazionalfascismo (edito da Piero Gobetti nel 1923). Salvatorelli puntava il dito contro la piccola borghesia umanistica che, frustrata e priva di rappresentanza politica, fu tra i protagonisti del fascismo, interpretato nei termini di una «rivolta del terzo escluso» (interessante il dibattito che allora si aprì con Giovanni Ansaldo che attribuiva alla piccola borghesia tecnica, del Nord, la matrice sociale dei fasci mussoliniani) [11].
Affiorava nelle polemiche di Giannini anche un rifiuto dei nuovi professionisti della politica: si parlò di «Upp» (Uomini Politici Professionali), contrapponendo loro la folla anonima di italiani che volevano solo essere «lasciati in pace»: insomma, fu la difesa del particolare (Alberto Moravia richiamò, giustamente, il Guicciardini come lontano nobilissimo antecedente) [12], contro il politico, inteso nel duplice senso della categoria dell’azione collettiva, ma anche del suo professionista, l’UPP, appunto; lo stare a casa, contro lo scendere in piazza, il fregarsene, contro il militare (e qui di nuovo fascismo e antifascismo venivano assimilati). La vita collettiva, lo spazio pubblico, dovevano, in questa logica, essere ridotti ai termini minimi della pratica amministrativa. Non c’era bisogno, a rigore, neppure degli Upp: sarebbe bastato un ragioniere, purché onesto e capace di tenere in ordine i conti.
Non era tuttavia un capitolo dell’estremismo liberale, dell’individualismo proprietario, quello di Giannini. In realtà – a ben leggere le sue esternazioni – egli si allontanava molto dal ceppo liberale, al quale pure, sia sul piano teorico sia su quello delle aspirazioni politiche, apparteneva. Nel marzo 1945 aveva del resto pubblicato un ambizioso (e farraginoso) saggio La folla [13], intesa come una moltitudine condannata a subire la vessazioni dello Stato e a reggere il peso della classe politica. Contro quest’ultima si andò concentrando larga parte della sua vis polemica quando, di lì a poco, divenne «il Fondatore», come gli adepti dell’UQ lo chiamavano.
All’apparenza quella polemica può essere raffrontata a quella attuale, di cui Grillo è stato uno dei grandi protagonisti e, come abbiamo constatato nelle recenti elezioni amministrative, il massimo beneficiario. Si tratta, insomma, di una sorta di eterno ritorno dell’antiparlamentarismo, esteso dall’organo centrale dello Stato alle assemblee locali regionali, provinciali e comunali. Cioè di una polemica antichissima, risalente addirittura all’unità d’Italia. Lo testimonia, ad esempio, l’opera di Petruccelli della Gattina, I moribondi del Palazzo Carignano (la capitale era ancora a Torino), antesignana di ogni futura invettiva contro il «poltronismo» dei «rappresentanti del popolo». Seguirono numerosi altri teorici e pubblicisti (Rocco De Zerbi, Giorgio Arcoleo, Camillo De Meis…) che si dedicarono volentieri all’attacco contro parlamenti e parlamentari, trovando poi in Gaetano Mosca, negli anni Ottanta e Novanta del secolo XIX, l’uomo capace di conferire dignità di teoria politica agli umori contro i professionisti della politica (ovviamente lo stesso Mosca divenne poi uno di loro, sottosegretario e senatore!). L’antiparlamentarismo fu innanzitutto polemica contro la
«degenerazione» dell’istituto parlamentare, che nell’allargamento del suffragio (pur modestissimo) compiuto nel 1882 trovava la sua chiave esplicativa. Ma presto la polemica fu in generale contro il sistema stesso del liberalismo rappresentativo. Il livore contro i privilegiati, i «fannulloni», i «chiacchieroni», diventò presto merce corrente, nel discorso pubblico, con ripercussioni anche nell’ambito letterario.
Sappiamo bene che di quel passo si giunse al «discorso del bivacco» di Mussolini, già antiparlamentarista «di sinistra» divenuto domatore con frusta in mano del parlamento. Il quale parlamento, malgrado le nerbate, accordò la fiducia e concesse pieni poteri al capo di un movimento sedizioso che alla Camera aveva 35 deputati. E fu il suicidio dello Stato liberale.
Quando dunque il parlamento riemerse dalla lunga «parentesi» fascista (uso solo per retorica l’espressione crociana), ecco rispuntare le polemiche. Giannini fu il primo, per quanto aggiungesse ai vecchi argomenti un grande elemento di novità. La sua iniziativa, infatti, era contigua ai rigurgiti di fascismo. Il commediografo divenuto politico non rinunciava, specie nei primi tempi, alle professioni di antifascismo (giunse a minacciare di «rompere la faccia» a chi avesse dato del fascista a lui o ai suoi adepti [14]); ma insinuava contemporaneamente che i non fascisti del Ventennio erano spinti a diventare fascisti ora, a fascismo caduto, dal «totalitarismo» antifascista. Non a caso nel movimento finirono presto per trovare ricetto gli ex fascisti dichiarati che, fino al dicembre 1946 (quando nacque il Movimento sociale italiano), si erano ritrovati orfani politicamente.
Rispetto al panpoliticismo fascista, Giannini proponeva il ritorno al privato, a farsi gli affari propri, a badare alla propria vita, casa, portafogli: la polemica dell’italiano stritolato dallo Stato era squisitamente liberale e liberista, certo; ma assumeva tratti nuovi, che in una fase di statu nascenti non potevano non turbare le coscienze più limpide. Se ne era accorto un liberale autentico, e democratico, come Gabriele Pepe, scrivendo, sul foglio Risorgimento liberale: «Non è possibile essere uomini liberi se non partecipando con tutta l’anima, specie nei momenti calamitosi della sua storia, alla vita politica» [15].
Antipolitica, dunque? O rifiuto della politica ciellenistica? O, infine, semplicemente il riemergere di un modo d’essere? Con grande finezza un giovanissimo Aldo Moro osservò che la politica dell’UQ non era «una tattica contingente, ma una forma mentale e un abito di vita decadente» [16]. Si trattava tuttavia di una spiegazione insufficiente, e per così dire metastorica. Non poteva essere la chiave di volta né per Giannini allora, né per Grillo oggi, anche se evoca elementi da non sottovalutare.
Peraltro, sia per l’UQ, che per il M5S, si è assistito a cambiamenti di linea, a esitazioni, a contraddizioni: il Grillo che, davanti a una telecamera, faceva a pezzi i personal computer è forse lo stesso uomo che oggi, sempre strepitando (questa sì una costante nella sua «linea»), predica le meraviglie della rete? E che la politica, ormai, si fa in rete? Eppure, detto per inciso, è lo stesso Grillo a praticare, con furore e costanza, il tradizionale comizio in piazza: la piazza fisica, non la piazza virtuale. Nella quale, peraltro, egli non appare interattivo: pubblica dei post che sono «piccoli monologhi» senza interagire con i lettori.
Grillo, come Giannini, non vuole essere etichettato «né di destra, né di sinistra».
Giannini era tuttavia anche l’espressione di un genuino e diffuso sentimento di delusione per una nuova Italia che non appariva abbastanza tale. Come Grillo intercetta una quota di genuina rabbia.
Il «qualunquismo», che oggi usiamo in un senso sprezzantemente negativo (come ha fatto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in qualche intervento pubblico), fu dunque un fenomeno complesso, non privo di istanze poi richiamate da movimenti ispirati a un ideale di politica costruita dal basso, partecipata e trasparente.
Giannini va compreso: non va coperto d’infamia, ma neppure va considerato un eroe senza macchia e senza paura della difesa dei diritti del cittadino [17]. Allora significò il rifiuto del predominio dei partiti, lo sconcerto davanti al passaggio al buio da un’era (quella fascista) a un’altra (democratica), e la specifica diffidenza verso quest’ultima, di cui si era persa memoria, ma che rimaneva circondata da un’aura spesso negativa. Fu il rifiuto preventivo della politica intesa come opportunismo, voltagabbanismo, trasformismo, in nome di confuse, talora autentiche, pulsioni di chi si sentiva oggetto e non soggetto della politica stessa.
Se possiamo intendere questo insieme di istanze come «antipolitica», allora un filo unisce Giannini e Grillo, ma anche i numerosi altri movimenti che hanno provato a dare una risposta alle domande inevase poste dai cittadini alla politica istituzionale. L’UQ esprimeva il timore quasi spontaneo del cittadino davanti allo Stato, visto come un’entità misteriosa, perlopiù predatoria: la coscrizione, le tasse, i divieti, gli obblighi. Oggi i movimenti portano avanti esigenze d’altro genere, anche se negli scorsi vent’anni, dal berlusconismo al bossismo, la polemica contro lo Stato – che nella Lega assumeva un significato anche geografico e storico, con la contestazione all’unità nazionale e alla stessa Repubblica – è stata assai insistita, spesso violenta, e persino più volgare di quella di Giannini.
Nella Lega Nord, in particolare, ha sempre rivestito un ruolo centrale il tema della rivolta fiscale, intesa come ribellione verso uno Stato centrale («Roma») che incamera il denaro del Nord per darlo al Sud.
Per i movimenti nati negli ultimi anni – come da esempio il No Tav – altre sono le parole d’ordine. Si chiede una politica che si occupi dei problemi veri delle persone (i problemi della sopravvivenza, il che rimanda non solo all’economia, ma anche all’ecologia, alla tutela dell’ambiente, e dunque della salute). Si chiede che il ceto politico si metta all’ascolto di queste richieste; che si esprima con un linguaggio comprensibile, non iniziatico; che cancelli o riduca al minimo la distanza tra elettori ed eletti. Anche il MoVimento 5 Stelle si è posto dentro un solco analogo. Pur fra contraddizioni clamorose. Un esempio fra tutti la ricorrente polemica contro il leaderismo con connessa, giustissima, esaltazione della partecipazione diretta, e l’accettazione di un partito personale, oltre che leaderistico.
Il successo elettorale del M5S è un messaggio rivolto a tutti i partiti, anche a quelli della sinistra tradizionale, che paiono aver smarrito la bussola orientativa del fare politica, del parlare di politica, del capire e far capire la politica. Ma non sarebbe corretto vedere nel movimento di Grillo solo una delle tante espressioni del «popolo del no»: chi non sia affetto da pigrizia intellettuale e ignoranza politica non faticherebbe a rintracciare dietro i no, i sì. In questo come in tutti gli altri movimenti che hanno rianimato la vita sociale e politica italiana negli ultimi anni. Si tratta di una politica che propone, ma fa proposte alternative a quelle del potere e dei partiti che dovrebbero rappresentare la cittadinanza.
In sintesi, il M5S nasce in tutt’altro contesto rispetto al movimento di Giannini. Ad esso lo si può però accomunare per alcuni elementi: la diffidenza verso la politica professionale, la pretesa
di interpretare i bisogni primari della «gente», l’uso di un linguaggio elementare, la trasversalità politica; ma anche talune posizioni incerte, e spesso francamente bislacche, che prima che di destra sono semplicemente stolte. Quando Grillo urla contro la concessione della cittadinanza ai giovani figli di migranti nati in Italia, quando nega qualsiasi distinzione tra le forze politiche sulla scena, quando si produce in una bizzarra difesa del gruppo dirigente della Lega Nord; o, infine, quando, dopo la vittoria – clamorosa ma spiegabile anche (non soltanto, sia chiaro) grazie a un travaso di voti da destra – del candidato sindaco a Parma, ha lanciato l’idea di «Parma fuori dell’euro», è difficile resistere alla tentazione di bollarlo come qualunquista, nel senso più deteriore, comprendendo anche un tasso di ignoranza economico-politica e di beceraggine non irrilevanti. Come nelle recenti esternazioni (che di nuovo richiamano Giannini) nelle quali minaccia o promette di portare i politici in piazza. Di processare la classe politica, insomma, proprio come minacciava di fare Giannini. E non si tratta, se ben si deve intendere il messaggio di Grillo, di una sorta di «processo» alla Dc, di cui parlava l’ultimo Pasolini poco prima di essere eliminato. Quello era un processo morale e politico, di carattere epocale, storico. No, Grillo vuole fare proprio i tribunali del popolo; il passo seguente quale sarà? Le forche in piazza? [18].
Non è certo questa la politica nuova, la politica della piazza ritrovata, il ritorno all’agorà che stiamo anelando, e che qualcuno sta portando avanti, specie dalla battaglia referendaria del 2011 in avanti, o dalla grande manifestazione delle donne, «Se non ora, quando?»; fino alla straordinaria e innovativa catena della cosiddetta rivolta culturale, con le occupazioni di teatri e luoghi della cultura, destinati a essere cassati con un tratto di penna a favore di ipermercati o case da gioco [19]. Esperienze accompagnate, fuori dall’Italia, dalle grandi piazze agitate dagli indignados di Madrid e Barcellona e Atene; dalle azioni degli occupanti di Wall Street; dalla rivolta, tra piazza fisica e piazza virtuale, di UK London riots dell’estate 2011; o da quella che in modo improprio è stata chiamata «primavera araba» (e mediorientale), nella quale abbiamo visto di tutto, comprese le interessate e tutt’altro che umanitarie intromissioni delle potenze imperialistiche occidentali.
Da noi questo ritorno dell’agorà ha completamente spiazzato la politica istituzionale, i partiti, i governi e gli «osservatori» che si ritengono depositari delle sole lenti utili per capire e prescrivere ai governanti le ricette necessarie. E non hanno saputo, né gli uni, né gli altri, cogliere i segnali, né, men che meno, fare qualche autocritica, e voltare pagina [20].
Sarebbe un grave errore liquidare in modo sbrigativo le istanze cui il MoVimento 5 Stelle – come tanti altri, per ora meno fortunati sul piano mediatico e elettorale – vuole dar voce e alle quali i partiti, un po’ tutti, anche quelli condannati a una residuale e precarissima esistenza extraparlamentare, sembrano incapaci di prestare ascolto. Il disgusto verso un ceto politico preoccupato solo di autoriprodursi sta diventando il partito dominante in Italia; forse sarebbe ora di rendersene conto. Il tasso di astensione alle elezioni, non a caso, è altissimo e in continua crescita.
Il MoVimento 5 Stelle, come tanti altri movimenti nati dal basso in difesa di beni comuni, sperimentatori di linguaggi nuovi, promotori di una politica «terra terra», una politica della sopravvivenza, sono forse portatori di alcune ingenuità. Ma oggi appaiono gli unici soggetti in grado di riavvicinare davvero i cittadini alla politica, alla nobile arte della politica [21].
Qualcuno critica Grillo perché ha presentato il movimento alle amministrative, cioè per averlo schierato in una competizione elettorale a tutti gli effetti; la critica potrebbe ripetersi un domani, nel caso i No Tav, oppure i giovani della «rivolta culturale» e tantissimi altri «indignati», decidessero di tradurre in opzione anche elettorale la loro lotta (secondo un indirizzo del tutto logico e sensato [22]). Sono e saranno critiche sbagliate.
Se poi Grillo scivola e inciampa nel qualunquismo – quello deteriore, intendiamo – politici professionali (secondo la positiva interpretazione di Max Weber del politico di professione) e commentatori provino a rivolgere lo sguardo a chi segue il movimento, a chi lo vota, a chi, non avendo mai «fatto politica» prima, ne è diventato parte attiva. Si interroghino seriamente sulle proprie responsabilità, e tentino di cambiare rotta, se intendono recuperare alcuni decenni di tempo, e in essi, la troppa «politica perduta» [23].
NOTE
[1] Per esempio io stesso non l’ho inserito nel volume a mia cura Gli ismi della politica. 52 voci per ascoltare il presente, Viella, Roma 2010, nel quale peraltro compaiono voci come «antiparlamentarismo» e «populismo».
[2] S. Caselli, «Il tour infinito per la “carica dei 101”», il Fatto Quotidiano, 6-5-2012, ora in Te la do io l’Italia. Grillismo, istruzioni per l’uso, il Fatto Quotidiano, Roma 2012, pp. 141-47.
[3] Non a caso è stato tirato in ballo nei commenti alla vittoria elettorale del MoVimento di Grillo nel maggio 2012: cfr. per esempio G. Marsili, «Coluche, il clown che sfidò Giscard», il Fatto Quotidiano, 27-5-2012.
[4] Un repertorio è in A. Scanzi, «Parola di leader, tra vaffanculo e citazioni letterarie», il Fatto Quotidiano, 24-5-2012, ora in Te la do io l’Italia, cit., pp. 98-100.
[5] Il confronto tra il MoVimento 5 Stelle e il movimento dell’Uomo Qualunque è stato nella primavera 2012 oggetto di più di un tentativo di analisi giornalistica. Ricordo il mio «Qualunquista sarà lei!», il Fatto Quotidiano, 26-4-2012 (ora nel vol. Te la do io l’Italia cit.); G.A. Stella, «Il comico delle “Cinque Stelle” che ricorda l’“Uomo Qualunque”», Corriere della Sera, 11-5-2012; F. Verderami, «Sul fisco il predicatore Beppe Grillo recupera il vecchio qualunquismo», ivi, 17-4-2012.
[6] Il documento (14 giugno 1946) si trova in N. Tranfaglia, con la collaborazione di G. Casarrubea, M.J. Cereghino (a cura di), La «Santissima Trinità». Mafia, Vaticano e Servizi segreti all’assalto dell’Italia: 1943-1947, Bompiani, Milano 2012, pp. 172-174.
[7] Cfr. G. Pallotta, Il qualunquismo e l’avventura di Guglielmo Giannini, Bompiani, Milano 1972, p. 43.
[8] Cfr. per esempio L. Ricolfi, «Berlusconi tra fascisti e qualunquisti», La Stampa,18-9-2008.
[9] Un repertorio in S. Setta, L’Uomo qualunque: 1944-1948, Laterza, Roma-Bari 1975, pp. 33 ss.
[10] G. Corbi, «Ahi, vecchia Italia di fregnacce ostello…», la Repubblica, 30-10-1991.
[11] Cfr. l’edizione L. Salvatorelli, Nazionalfascismo, introduzione di G. Amendola, Einaudi, Torino 1977 (nell’Introduzione Amendola ricostruisce bene il dibattito del tempo).
[12] Cfr. A. Moravia, Prefazione a G. Pallotta, op. cit., pp. V-IX.
[13] Cfr. G. Giannini, La folla. Diecimila anni di lotta contro la tirannide, Il Faro, Roma 1945.
[14] «Primo bilancio dell’Uomo qualunque», L’Uomo qualunque, 19-9-1945. Ma già il 21 febbraio 1945 appare una vignetta in cui un tranquillo signore si altera con un interlocutore che gli dà del fascista e lo colpisce con l’ombrello.
[15] Cit. in Setta, p . 91.
[16] Cit.
in G. Pallotta, op. cit., p. 77.
[17] Si veda l’accorata difesa fatta dalla nipote Sabina Ciuffini, anch’essa del mondo dello spettacolo, che peraltro accomuna esplicitamente Giannini, suo nonno, a Grillo, e si appella a Napolitano (che tanta simpatia non sembra aver rivelato né per l’uno, né per l’altro): «Mio nonno l’uomo qualunque», il Fatto Quotidiano, 4-5-2012.
[18] Cfr. «Voglio processi pubblici per i politici», intervista a B. Grillo di G.A. Stella, Sette, suppl. al Corriere della Sera, 1-6-2012.
[19] Rinvio alla mia prolusione alla IV edizione delle «Settimane della politica»: temi.repubblica.it/micromega-online/tutti-in-piazza-il-ritorno-dellagora.
[20] Si veda per una rassegna di questi temi A. Lanni, Avanti popoli! Piazze, tv, web: dove va l’Italia senza partiti, Marsilio, Venezia 2012.
[21] Rinvio a un’altra prolusione, alla Giornata Aria, Acqua, Terra, organizzata dal Movimento 2 Giugno (che ha coinvolto molte associazioni impegnate nella difesa del territorio, dell’ambiente, del paesaggio, e, prima di tutto, della vera democrazia); una versione è su www.movimento2giugno.it e una successiva, ridotta e rielaborata, è temi.repubblica.it/micromega-online/primum-vivere-per-una-critica-del-totalitarismo-sviluppista-e-liberista.
[22] Così ad esempio da ultimo la pensa P. Flores d’Arcais, Democrazia! Libertà privata e libertà in rivolta, Add Editore, Torino 2012, pp. 148 ss.
[23] Uso il titolo del pamphlet di M. Revelli, Einaudi, Torino.
(7 settembre 2012)
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