Antonio Giolitti, il Costituente

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da Il Foglio, 9 febbraio 2010

"Sono sempre quell’intellettuale che si è trovato suo malgrado a fare politica per colpa della resistenza”, ebbe a dire di sé, qualche anno fa, Antonio Giolitti. Per esperienza familiare avrebbe dovuto sapere che la politica può riservare grandi dispiaceri. Suo nonno era Giovanni Giolitti, forse il più celebre, il più discusso dei presidenti del Consiglio dell’Italia sabauda.

Aveva cinque anni quando il nonno, per tamponare la minaccia rossa, aveva votato a favore del primo governo Mussolini. Antonio era nato a Roma, il 12 febbraio 1915, dove la politica aveva portato la sua famiglia, ma le sue radici erano in Piemonte, nella vecchia casa di Cavour. La sua formazione intellettuale era quella di un illuminista liberale. Si era laureato in Legge, secondo una tradizione familiare, ma non per ripercorrere la strada del nonno. Si sarebbe interessato di economia nella casa editrice del suo amico e conterraneo Giulio Einaudi. Ma venne il momento delle scelte drammatiche.

I giovani del suo ceto avevano tre opzioni: militare con la Repubblica di Salò, combattere i nazifascisti o riparare in Svizzera. Antonio Giolitti entrò nella resistenza: nelle formazioni di Giustizia e Libertà, ci si sarebbe aspettato. Invece si era iscritto al Partito comunista. Con Giancarlo Pajetta fondò le brigate Garibaldi. Fu ferito gravemente durante un’azione, riuscì a riparare in Francia per curarsi. Non riuscì a rientrare in Italia fino ad aprile del 1945, in tempo per partecipare agli ultimi momenti della lotta di liberazione. In giugno era sottosegretario degli Esteri nel governo di Ferruccio Parri.
Nel 1946 fu tra gli eletti alla Costituente. Trovò il tempo per dedicarsi ai suoi studi di filosofia della politica e di economia. Nel 1948 uscì per Einaudi la sua traduzione di “Il lavoro intellettuale come professione”, di Max Weber. Lo stesso anno entrò alla Camera per il Pci.

Tra egemonia culturale e elettricità. Nel 1952 fu tra i deputati comunisti, socialisti e indipendenti di sinistra che presentarono un progetto di legge per “liberare la nostra economia dai monopoli elettrici”, ovvero per “nazionalizzare i monopoli elettrici”. Intanto, in un saggio pubblicato dall’Unità, discuteva sulla questione che più stava a cuore al suo partito, ovvero l’egemonia culturale sui ceti medi (“Il Partito comunista e i ceti medi”, 1952). Si occupò del problema dei rapporti tra il partito e lo stato guida. Nel 1956, dopo la sanguinosa repressione in Ungheria, riprese la penna per firmare il documento degli intellettuali comunisti che davano l’addio al partito. Come comunista aveva sofferto delle resistenze del suo partito a imboccare in modo non equivoco la strada della democrazia. Si iscrisse al Partito socialista di Nenni, su posizioni autonomiste.

Fu ministro del Bilancio in tre governi del centrosinistra, di diversa durata, con Aldo Moro, Mariano Rumor ed Emilio Colombo. Qualcuno, lo ritenne il successore naturale di Nenni. Ancora il 16 luglio 1976, nello storico comitato centrale del Partito socialista che si tenne all’Hotel Midas di Roma, era un possibile, anche se improbabile, candidato alla segreteria. A essere eletto nuovo segretario fu invece Bettino Craxi. Antonio Giolitti non si sentì di condividere la nuova linea del partito. Fu per lungo tempo, dal 1977 al 1985, commissario presso la Cee. Finì per uscire dal Psi, in aperta polemica con le scelte politiche di Craxi. Tornò ad accostarsi ai comunisti. Nel 1985 fu eletto senatore, come indipendente del Pci. Nel 1992, a fine legislatura, si ritirò dalla politica e pubblicò le sue memorie sotto forma di lettere a una giovane nipote (“Lettere a Marta”, il Mulino). E’ morto a novantaquattro anni, nella notte tra il 7 e l’8 febbraio.

(9 febbraio 2010)



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