Babette a Montedomini
Francesca Sanvitale
E’ scomparsa ieri a Roma la scrittrice Francesca Sanvitale, collaboratrice di MicroMega. La ricordiamo ripubblicando uno dei testi scritti per la nostra rivista: "Babette a Montedomini", da MicroMega 4/2000.
Attraverso le testimonianze dei suoi protagonisti, la narrazione del pranzo a base di piatti tipici organizzato da Slow Food e dal Cibrèo in una casa di riposo per anziani, per salvare insieme al piacere del cibo cose evanescenti, ma imprescindibili, come la qualità della vita e il sentimento della poesia.
1. Figurativamente possiamo dire che stiamo diventando una massa in cammino: teniamo lo stesso passo, in schiere compatte definite da compiti diversi. La massa isola, elimina chi non tiene lo stesso ritmo. O almeno, chi è fuori da questa marcia diventa estraneo agli altri. E, come se non bastassero le distinzioni razziali, esistenti non solo nella realtà ma dentro di noi, nell’inconscio, un fatto si fa sempre più evidente anche se non voluto: ogni caduta al di là dei ritmi e della vita comune costituisce una sparizione dalle abitudini collettive, una separazione che agisce anche non riconosciuta. Però si difendono i diritti all’assistenza, al decoro.
In nessun caso, a proposito dei divisi, aggiungiamo le parole che fanno la differenza tra noi e loro: la qualità della vita, la possibilità di sogno, il piacere, lo spazio per l’arte, lo studio. Ai bambini, negli ospedali, offriamo medicine e mai giochi, per i carcerati si lotta per una maggiore dignità fisica, ma non si offre cultura. È quasi scandaloso proporre tali aggiunte superflue ai bisogni primari, ben più gravi da affrontare, siano malattie, vecchiaia, prigione, dolore, morte. Quante separatezze impone il nostro moto quotidiano di lavoro, di pensieri, di problemi, la società che procede quasi uguale in tutto il mondo industrializzato?
Dietro a queste strutture sociali, senza che i nostri destini si avvicinino, se non per necessità familiari, ci sono i prigionieri, innocenti e no; i vecchi autosufficienti e no; i malati negli ospedali, gravi oppure no; i bambini abbandonati. Per un procedimento immediato (un cancello, un portone, un reato, una malattia, un abbandono) essi lasciano la loro individualità conservando il diritto al necessario. E subito, ad ogni nuovo arrivato nel grande contenitore, si fortifica una personalità globale, si annulla quella individuale. Una volta li chiamavano «numeri». Ancora oggi, in diversi modi, lo sono. Il primo fattore che unifica le isole cresciute intorno alla massa compatta di chi va avanti, è la netta distinzione tra decoro dell’esistere e qualità della vita. In quasi tutti i settori si è raggiunto (le sorprese negative non mancano mai) il minimo di ciò che è richiesto, ma dopo viene un punto fermo: la qualità della vita, appunto, che nei continenti degli individui coordinati viene ossessivamente ricordata, reclamizzata, indirizzata spesso verso demenziali attività, all’interno di queste isole è ignorata come inutile abbellimento che niente ha a che vedere con le necessità, estromessa nell’indifferenza perché manca di una giusta ragione, non richiesta perché si crede che non dia risultati apprezzabili.
Ci interessa stabilire rapporti «al di là» di queste barriere? Nel caso che lo facessimo, per un magico sistema di difesa non vedremmo individui dai caratteri ben delineati e profonde esperienze umane. Abbiamo mai stabilito amicizie in una prigione, in un ospedale, in una casa di riposo? Simpatie che finiscono in uno scambio paritario di sentimenti, informazioni, giudizi? Affetti? O ammirazione per intelligenze che agiscono in silenzio e solitudine (solitudine verso l’esterno)? O reale interesse per storie di esseri umani lontani da noi?
Rispondevo di no pensando a me stessa, mentre ero in treno e stavo viaggiando verso Firenze per passare una giornata a Monte domini, antica casa di riposo fiorentina, fondata nel 1476 come lazzaretto e in seguito passata a vari usi di carità fino ad accogliere, oggi, solo anziani. Mi aveva fatto muovere da Roma un piccolo avvenimento (visto con i nostri occhi) avvenuto a Montedomini, un’eccezione alla routine, una scossa alla monotonia dei giorni. Si trattava di un pranzo, di rara qualità, organizzato dal fiduciario della sezione fiorentina dell’associazione internazionale Slow Food, associazione che cerca di tenere vive le tradizioni culinarie dei paesi e delle nazioni, proponendo il cibo come cultura da non perdere e dimenticare. Aveva subito aderito il direttore dell’istituto, membro dell’associazione, e un altro socio, proprietario del ristorante Cibrèo, nato proprio per esaltare la qualità e la tradizione. Per farvi capire meglio i fini culturali di questo gruppo, chiamato convivium, diciamo che si trovano all’estremo opposto del concetto nutrizionale dei McDonald’s, esempio clamoroso di globalizzazione intercontinentale applicata al cibo. Si trattava, insomma, di un pranzo per sessanta persone, nient’altro.
Intanto che passava la Toscana, una volta regina della cultura del cibo, ammetto che aumentava un ritegno: passavano le colline pizzicate dai cipressi, tagliuzzate dalle case coloniche sempre armoniosamente belle, nonostante i tanti anni che le guardavo sfilare, e il paesaggio ondulato, verde e marrone, che mi era stato molto caro. La conoscevo bene la cultura e l’umanità toscana e sapevo che tutte le volte faceva aumentare, come una nube tossica, scetticismo e ironia verso se stessi e il sentimento della vergogna perché ciò che conta è sempre «altro». Mi occupavo del superfluo – un pranzo – quando intorno qualsiasi cosa o fatto è circondato da sangue e stupro, da indigenza e ingiustizia, da violenza e da caos, da prevaricazione dei capitali e fame. Incerta sulla vera necessità di questa esperienza in un’istituzione che aveva il dovere primario di assicurare assistenza e tranquillità. Eppure avevo accettato la proposta immediatamente come immediatamente ero rimasta colpita, pochi mesi prima, dal contatto casuale con le poesie di prigionieri che avevano risposto a un concorso poetico per le prigioni (altra impresa superflua rischiosissima). Avevo sentito gli autori leggere le poesie vincenti. Erano versi e temi pieni di necessità, di immagini sensibili, costituivano un mondo di intensità poetica, nel quale c’era vita emotiva e sapienza del cuore. La novità contraddiceva gli inevitabili pregiudizi, ogni presunzione culturale di chi si supponeva dalla parte di chi ha il permesso regolare di fare arte ed essere credibile. Per questo avevo sentito un interesse personale verso l’invenzione di Slow Food, chiamata «Il pranzo di Babette».
Un evento che si dà una volta sola, può costituire un segno positivo per una vita? No. L’evento sarebbe stato di poca utilità se non fosse stato sottolineato, ripreso dall’opinione pubblica con la speranza di un seguito: un pranzo speciale per gli anziani ospiti di una casa di riposo additato alle autorità competenti, ai giornali, è la metafora di una richiesta politica. L’eccezione (e questo era l’intento di chi lo aveva preparato), per rappresentare un segno che doveva diventare un incontro regolare. Solo così si poteva influire sull’ordine delle cose, arricchire le proposte di partecipazione e convincere le autorità o le varie associazioni ad accettare una fascia più varia delle prime necessità degli individui.
Ripensai alla massa in cammino di cui parlavo all’inizio e capivo che questi ispiratori e
rano in fondo dei nuovi utopisti, che simili proposte volevano raggiungere mete chiamate utopiche, come tutte le aspirazioni sociali non allineate, finché non diventano concrete.
2. La stazione di Firenze ha sempre avuto un difetto: la semplicità funzionale delle linee e dei volumi dell’architetto Michelucci è riempita da un traffico disordinato, aggressivo e sgradevole. E sgradevole è tutto, senza ragioni, anche prendere un caffè. Il sole nebuloso, il cielo alto promettevano bene e meglio ancora mi sembrò, con un ritorno del vecchio affetto, il quartiere vicino a Santa Croce dove sorge l’istituzione di Montedomini. Strade medievali e slarghi dove le attività s’incrociano, un po’ da paese e un po’ da città comunale. In quanto poi a capire, mi dissi entrando nel portone di Montedomini, bisognava lasciare il posto agli occhi, agli incontri, alla reciproca disponibilità. Da parte mia (provate a passare una di queste soglie che «separano») prima di tutto dovevo dimenticare che facevamo parte di due mondi. In fondo volevo solo sapere se qui era stato introdotto il primo germe, il primo avvenimento che avrebbe dovuto riportare l’attenzione su gusti, piaceri dimenticati o mai provati, in circostanze che producevano quotidianamente apatia, indifferenza; oppure aggressività.
Il direttore: «Una volta a Montedomini esistevano le camerate, oggi abbiamo stanze singole, da due e da quattro persone, anche per i non autosufficienti che hanno bisogno di un regime diverso, di un’assistenza e di un controllo pressoché totali e noi stessi sollecitiamo l’intervento dei familiari che ci aiutano non poco. I fiorentini hanno un legame affettivo con Montedomini. La tradizione in questo caso vuol dire qualche cosa e perciò concorrono ai bisogni dell’istituzione in modi diversi: Rotary, Sant’Egidio, Slow Food, volontariato. Attualmente, per esempio, ci sono dei ragazzi di leva che hanno scelto il servizio civile e sono di molto aiuto. Le strutture del comune concorrono per il 20 per cento.
Nel campo dell’assistenza pubblica e privata, sono cambiate le cose negli ultimi anni: sono diminuiti gli ospiti autosufficienti perché il comune si orienta verso l’assistenza a domicilio, in grande aumento invece i non autosufficienti. E qui cominciano seri problemi perché non c’è una valida organizzazione sanitaria interna. Non ci sono dottori fissi. I nostri ospiti vengono visitati da medici di famiglia, le emergenze costituiscono un rischio e una responsabilità. D’altra parte non è un ospedale, questa è una struttura a pagamento, con l’aiuto del comune. La retta del comune cambia secondo le possibilità dell’ospite. Ma se un ospite dispone di pochi soldi e ha una pensione bassa, sempre meno gli rimarrà per i bisogni mensili. Le persone autonome non pongono difficoltà, può immaginare invece nell’altro caso: difficilissimo coniugare le esigenze personali con le generali necessità. Pensiamo, per un attimo, al cibo: dobbiamo dare semolino tutti i giorni perché la deglutizione è favorita? Le proteste sarebbero altissime, eppure distinguere le varietà di dieta è un compito delicato e difficile. Le tecniche di sopravvivenza si perfezionano e procurano un gran numero di sopravvissuti, condannati a una cronicità-limite eppure non ospedalizzabili. L’Alzheimer è in grande crescita, né si conoscono le ragioni. In Toscana è rilevante, in Puglia molto meno. E dall’Alzheimer non si migliora, non si guarisce. È irreversibile. I sintomi sono paurosi: c’è chi soffre di un’agitazione profonda che si trasforma in aggressività. Se camminano nel giardino, ripetono percorsi disegnati dalla loro mente, sempre gli stessi. Gridano senza ragione. Non c’è più memoria. Lo stadio finale è l’immobilità.
L’Alzheimer, che sempre più devasta i nostri vecchi, è un fenomeno impressionante davanti al quale non abbiamo strumenti. Pensi per un momento al personale che lavora con loro: c’è solo fatica e nessun rapporto. Ma questo avviene non solo con gli ammalati di Alzheimer, spesso il personale si trova a lottare con rifiuto o diffidenza, e riceve rimproveri, richieste disperate che non può accontentare».
«Ci sono progetti ai quali state lavorando per rendere meno dura la vita di questi malati e degli stessi assistenti?».
«Il personale va valorizzato, aggiornato. È necessaria professionalità e coscienza. Per i cronici, o semplicemente vecchissimi, contano le piccole cose, l’aiuto immediato, l’attenzione. Dove non c’è la presenza della famiglia, dove non c’è l’amore, presto i vecchi si rifiutano di mangiare, vanno in denutrimento. Allora i compiti degli assistenti diventano quasi impossibili. Eppure bisogna riconoscere che ci sono carichi psicologici e di presenza che la famiglia non può sopportare…».
Nella mia mente il pranzo di Babette si allontanava, come successe altre volte, poi, nel corso della giornata. Si allontanava come argomento improponibile, come un’utopica stupidaggine, eppure se ero venuta qui la ragione doveva andare al di là dei problemi di fondo, la ragione era nella salvezza delle fantasie, delle illusioni, del piacere.
Ci fu un silenzio abbastanza lungo ma il direttore si prestò a rispondere alle domande non fatte e cominciò un racconto che doveva esser ripreso e lasciato altre volte nel corso della giornata, e da altre persone.
«Se lei vivesse qui saprebbe che il vitto è una delle aspettative più importanti. È “l’aspettativa”, che dà un senso alla giornata. Essa ruota intorno a questi appuntamenti fissi, che provocano delusioni, amarezze, soddisfazioni. Faccio parte anch’io di Slow Food, diramato in Italia, nell’Occidente e nel mondo. In Emilia, in Friuli e nel Veneto, si sono moltiplicati i pranzi di Babette e sono stati presi accordi con le istituzioni per migliorare nelle case di riposo, negli ospedali la qualità non solo della cucina ma degli ambienti dove si mangia. Nel programma dei lavori non c’è solo la confezione del cibo, come e dove viene servito, ma una ricerca mirata all’agricoltura, campo dove esistono rischi sempre più alti. L’agricoltura, e di conseguenza il cibo, rappresentano un segno profondo di cultura e di civiltà. Nessuno di noi conosce veramente i pericoli che ci sono in questo campo. Dunque l’idea di uno dei pranzi di Babette a Montedomini è stata collegiale, con una mira precisa: stimolare il ricordo dei cibi tradizionali spesso dimenticati, far toccare con mano che cosa vuol dire qualità e gusto.
Vale per tutti, naturalmente, ma in particolare per chi vive in stato collegiale. Questo avvenimento non voleva essere una eccezione ma un esemplare incentivo: una dimostrazione che certe semplici e sane abitudini e certi avvenimenti ritenuti complicati e impossibili possono diventare con semplicità appuntamenti regolari e costruttivi, patrimonio di ricordi, di sentimenti, di allegria e convivialità dimenticate o mai avute. Il proprietario del ristorante Cibrèo, che viene da molte esperienze di collettività ed è un cultore della cucina italiana e toscana, ha aderito con entusiasmo, si è offerto di addossarsi tutto il peso del pranzo: cibi cucinati, servizio, vini. Le racconteranno. Mi permetto solo di sottolineare alcuni aspetti.
Con nostra sorpresa gli inviti per i maggiorenti della città sono stati tutti accettati: il sindaco, il prefetto, il questore, il presidente della provincia e altri che si sono distribuiti ai
vari tavoli. I tassisti, saputa la novità, hanno proposto una continuazione del pranzo con una passeggiata in taxi al piazzale Michelangelo per un caffè e pasticcini. Il personale delle cucine (che prepara seicento pasti al giorno ed era stato estromesso per lasciare il posto al proprietario del Cibrèo con i suoi assistenti) si è offeso e ha proposto di fare un pranzo speciale per le persone non autosufficienti.
Insomma, si era stabilita una gara, quasi commovente. Era la festa della dignità umana, una festa della solidarietà, di una comune voglia di conoscersi e offrire qualche cosa: la presenza, l’auto, il rinfresco, il cibo, la compagnia, la qualità e il piacere di una tavola bene apparecchiata, di cibi proposti con gentilezza ed educazione. Bello, è stato molto bello. Le racconteranno loro del menu».
Mentre andavo verso la stanza di accoglimento dove giocano a carte, leggono il giornale, conversano con i parenti, riflettevo su un altro problema: nel lasciarmi il direttore mi aveva detto: «Il grosso progetto è di riportare le strutture pubbliche alla gestione privata». Ricordavo certe agghiaccianti fotografie di alcune case di riposo lager gestite privatamente. «Non è molto rischioso?», avevo chiesto. «Lei parla di eccessi vergognosi cresciuti per mancanza di controllo. No. Sarebbe solo un bene se si riuscisse a rendere producente la gestione privata». «E chi avrebbe il compito di controllare che i degenti non venissero a soffrire di abusi e di ristrettezze per permettere un guadagno?». «Rimarrebbero agli enti pubblici la struttura tecnica e di controllo. Un compito, infatti, non di poca responsabilità».
Entrai nella stanza chiara, con le finestre che davano sul giardino. Alcuni ospiti chiacchieravano con due dei giovani che avevano scelto il servizio civile, assegnati a Montedomini. Mentre io guardavo loro, loro guardavano me con la stessa estraneità. Tavolini quadrati, sedie uguali, solide e dure. Uno scaffale di libri. Non c’era niente da dire sull’ambiente. Già alcune informazioni avevano messo in moto un modo, un diverso modo di vedere che di solito nei visitatori, me compresa, non c’è. Perché infatti solo sedie e tavolini? Perché non creare una sala soggiorno, con divani adeguati, quadri, colori, riviste, giochi? Con mobili di buon livello e non da comunità anonima, senza «bisogni estetici»? La vecchiaia toglie anche il piacere degli occhi? No. Ma i vecchi sono guardinghi, non vogliono pensare a ciò che non c’è, e non nominano mai ciò che potrebbe esserci o che vedono nelle loro fantasie. Sanno bene che la sopravvivenza è fatta di un continuo volontario adeguamento a ciò che si trova, di una memoria coartata a dimenticare. La famiglia, la casa, gli affetti. Tutto. Anche il benessere del vivere. Anche i sapori.
Il musicista. Si presentò: era il rappresentante degli ospiti presso la direzione. Seduti intorno a un tavolino c’erano tre o quattro uomini. Quasi tutti se ne erano andati perché era tardi e in collegio, disse ironicamente, si mangia presto e non si rinuncia per nessuna ragione. Lui era un vecchio alto, diritto, robusto: baffi e capelli bianchi, camicia di lino giallo aperta sul petto, una catena d’oro al collo, mi pare un anello al dito. Non avrei saputo suggerire un lavoro nel passato. Parlava: la vivacità di carattere, la memoria, il piglio sicuro gli permettevano scherzi e giudizi su se stesso, sugli altri, sulle istituzioni. Un uomo di esperienza e senza paure, di età indefinibile. Le informazioni sul pranzo si allontanavano, intanto avevo incontrato qualcuno da conoscere. Era un musicista. Aveva suonato chitarra e contrabbasso in complessi nei night, in sale da ballo, in giro per l’Italia. Questa era stata la sua vita passata, ora poteva parlare dei condizionamenti che trasformano le persone, dei meccanismi ripetitivi senza scelta o iniziative. Di conseguenza si trovano vecchi sempre più apatici, senza speranze, persino cattivi.
«E lei come si difende?».
«Come mi difendo? Esco tutti i giorni, leggo, non rimango mai senza fare qualche cosa. Vado ai concerti. Non suono più. Qualche volta il piano. La chitarra e il contrabbasso stanno lì, appoggiati alla parete; non mi piace insistere su quello che non si può più fare. Non ho più le mani adatte. Vuole un consiglio? Non giudichi subito le persone che incontra senza riflettere che cosa significa abitare qui da anni. Tutti hanno presente che siamo entrati con i piedi avanti e così ne usciremo; e non faccio commenti. Sopra le nostre teste c’è il reparto dei non autonomi. Sono rari quelli che hanno il coraggio di salire le scale, chiedere di loro, perché gli incubi, i pensieri di ciò che può accadere in un futuro vicino si formano subito».
Guardai il giardino dalla portafinestra, il cortile, le arcate quattrocentesche. Il luogo era sereno, persino bello, perché si sentiva una Storia rispettata, non c’era l’asettico luccicore della modernità senza vita. Il musicista intanto parlava: «L’ozio è il male peggiore, genera maldicenze, liti inutili, ci si esaspera. Non si sta male ma il male sta nel sapere che davanti c’è solo un giorno uguale a quello finito. Siamo qui insieme, a guardarci, più di sessanta. Sopra vivono centoventi persone non autonome. Non è colpa di nessuno: le cose stanno così. È l’ozio, il male che dovrebbe essere eliminato, e non so come».
Ci siamo seduti. Alla mia destra mi guardava con una cordialità nativa un vecchio con gli occhi azzurri. Altri non mi parevano altrettanto ben disposti. La mia presenza, oltre a essere anomala, era inutile. Non portavo novità, niente di buono, di concreto. Ero venuta, li avevano informati, per una stranezza: sapere qualche cosa del pranzo che c’era stato in aprile.
Volevo un racconto. Impressioni. Perché Slow Food lo chiamava il pranzo di Babette? A Firenze ne avevano parlato anche i giornali.
«Da dove viene?». «Da Roma», risposi. «Da Roma per parlare del pranzo?».
Condividevo l’incredulità: un pranzo, tra i tanti problemi, era davvero un argomento lieve, che si disfaceva nelle parole necessarie per entrare in argomento. Mi venne in aiuto il musicista. «Non creda, sa, che fossero tutti contenti prima del pranzo. Erano diffidenti, dicevano: “Chissà che cosa si va a mangiare…”. Molti pensavano di rimanere con la fame. Alcuni decisero di farsi un panino prima di andare a tavola. Diffidenza».
Un ospite: «Qui si perde il gusto, però di solito non ci trattano male… Ma quel giorno fu eccezionale: crostini, pâté, caviale, poi la polenta, i colli di pollo ripieni, la torta di cioccolato come si faceva in casa tanto tempo fa».
«Colli di pollo ripieni? Mai visti né assaggiati».
«Li cucinavano mia madre e mia nonna. Oggi non usano più. Dentro al collo si mette il ripieno e le testa resta attaccata».
Un altro si avvicinò: «L’insalata di trippa, l’insalata di pecorino e baccelli. Li ha mai mangiati questi piatti nostri?».
«Sì, quando stavo a Firenze, molti anni fa, da ragazza».
«Lo sformatino di ricotta calda…», disse sottovoce l’ospite dagli occhi azzurri. «Non l’ho mai assaggiato», dissi. Scosse la testa, dispiaciuto per me.
A poco a poco affioravano i ricordi dei gusti speciali che li riportavano alla famiglia, alla madre, per alcuni alla campagna. Il pranzo se lo raccontavano tra loro. La mia prese
nza era diventata un’occasione per tornare ai sapori, esaltarli, aggiungere qualche cosa, come ho saputo dopo. La fantasia si lasciava andare al gioco di rievocare tra i cibi e i vini conosciuti altri mai provati. Champagne, caviale, pâté apparivano tra la polenta e il pomodoro in gelatina. Descrivevano la gentilezza di chi serviva, uno parlò di bellissime ragazze eleganti vestite di nero e ragazzi con i guanti bianchi. Seppi dal padrone del Cibrèo che nessuno aveva guanti bianchi, anzi non li possedevano nemmeno e le ragazze non erano speciali miss come sembrava dai racconti, ma le ragazze che servivano di solito al ristorante, carine naturalmente, educate, sorridenti, e sapevano posare i piatti sui tavoli con garbo. «Non buttati là con un tonfo», disse uno, gli altri risero.
Uno di loro cercò di spiegare come erano andate le cose: «La prima sorpresa è stata quella dei tavoli da sei. Quando l’avevamo saputo, era partita subito una protesta. Stavamo sempre allo stesso tavolino con due, tre conoscenti. E poi, mescolati con le donne, mai! Protestarono anche loro, invece funzionò. Diventammo subito di buon umore, appena seduti: tovaglie e tovaglioli bianchi, di lino. Erano dell’istituto ma non li avevamo mai visti. Mazzolini di fiori. Bicchieri di cristallo per il vino e l’acqua. E che bottiglie! Acqua ne abbiamo bevuta poca».
L’ospite con gli occhi azzurri osservò che chi ha centomila lire va al ristorante e si paga il piacere di essere trattato come una persona, ma loro non avevano i soldi per fare pazzie. Per questo fu un gran bel fatto. E poi tutti in taxi al piazzale Michelangelo a prendere il caffè con i pasticcini. No, non c’era mai stata una cosa di questo genere. Il sindaco, il prefetto e le altre personalità sparsi ai tavoli. «Chissà se avremo mai un altro pranzo così».
Il progetto per rendere regolari questi appuntamenti con il concorso dei ristoranti della città c’è, dissi, e in tante altre città è già stato fatto. Molte iniziative diverse sorgono qua e là per salvare le coltivazioni, il cibo, la qualità che è una cosa più complessa e riguarda anche l’arredamento, le luci e tante altre cose.
«Per ora siamo tornati pacchi postali».
«Come?».
«Ci considerano così, si dice tra noi: pacchi postali. I muratori l’altro giorno avevano fatto una frittata che pareva una spugna per i muri… (chiamiamo così i due cuochi ma è brava gente). Preparano certe pentolone per seicento porzioni perché cucinano anche per un’altra istituzione. Vengono a prendere più della metà della roba. Noi, a voler essere egoisti, ci diciamo che gli altri stanno peggio di noi, in quanto a gusto, tutto freddo o riscaldato. Per questa ragione ci sembrano più muratori che cuochi… Quel giorno della spugna abbiamo protestato… Il pranzo sì, fu una bella cosa, lo chieda in giro, lo chieda a tutti. Il pranzo di Babette…».
«L’avete visto il film?».
«No, me l’hanno raccontato. Racconta la preparazione e il pranzo preparato da questa Babette. E il pranzo è così buono e di cose mai assaggiate che l’umore cambia a tutti, i nemici fanno la pace, si mettono a cantare insieme… Mah… un po’ è vero, però è un film».
Due si alzarono, rimasero in tre con il musicista. «E le amicizie? Ci sono?, chiesi. Il musicista: «Qui? Non ci può essere amicizia. I sentimenti rimangono fuori, non si ricordano neanche, resta rabbia, stanchezza, voglia di non far niente e paura. Quando suonavo nel complesso, eravamo legati ma ora… morti, oppure fanno un altro tipo di vita».
Alludeva a famiglie, a mogli, a figli. Riprese il discorso per gli altri: «Se lavorassero sarebbe un’altra cosa… però nessuno si sottoporrebbe a un lavoro organizzato. Bisognerebbe che ci fossero incentivi, iniziative personali. Eppure, quando ci sono, molti boicottano… Si potrebbe pulire il giardino, portare i carrelli… Senta un po’ il mio amico contadino. Aveva fatto un orto e glielo hanno distrutto. Intrecciava bellissimi cestini in vimini perché lui sa fare tutto e tutto bene. Nessuno sapeva che farsene. Venderli, dove?».
Mi girai verso l’ospite dagli occhi azzurri. Infatti era stato anche contadino e pareva portare addosso l’amore per la terra, per i suoi frutti, benché fossero cose passate. Ma qui aveva tentato un miracolo. Cominciò con fatica a piantare i semi, le pianticelle e riuscì a far crescere un orto vicino a un muro del cortile.
Il contadino: «Pomodori, zucchine, sedani, cetrioli, zucche da friggere sulla rete. Tiravo su cassette d’insalata. Prendevo la scaletta e attaccavo i tralci, zappavo, ripulivo… poi regalavo tutto in cucina, agli altri compagni. Mi pareva una cosa buona per noi avere la verdura fresca e senza veleni, e invece… Un anno dovetti andare al paese e restai via un mese. Mi staccarono i tralci di pomodori e pesticciarono tutto, anche le zucche, levarono persino la terra. Ci rimasi male. Anche i cestini non li faccio più perché non servono a nessuno». Venderli? Scrollò la testa: «A chi? Fino al ’61 sono stato contadino, nel ’62 manovale e in una ditta stradale fino al ’69. Poi ho girato i ristoranti di Firenze come sciacquino, Baglioni e tanti altri. Ora ho una pensione di settecentomila lire al mese. Mi restano centonovantamila lire per i medicinali, la lavatura dei vestiti, il caffè. Ho ottant’anni. Sparare non mi sparo…».
Il terzo ospite s’intromise: «Loro ridono perché hanno avuto tanti lavori e una famiglia. Hanno visto il mondo. Io sono sempre stato un disgraziato».
Lo guardai meglio. Non sembrava molto vecchio e infatti non lo era, stava dicendo che lavorava e che sarebbe andato in pensione alla fine del 2001. Raccontò una storia che veniva dall’immaginario più cupo del mondo dei diseredati: «Mio padre era alcolizzato, non lavorava, era cattivo. Mi picchiò sempre da quando avevo un anno, senza ragione, poi scappò, mia madre faceva la prostituta. Quando avevo tre anni, perché anche lei beveva, mi hanno preso e messo all’Umberto I. Ci sono rimasto fino a diciotto. Poi a Montedomini. Sono il più vecchio di tutti, qui, perché ci sono stato tutta la vita e non conosco altro. Quando fecero il decreto sull’invalidità, avevo trent’anni e mi trovarono un lavoro alla Zanussi. Ma quella vita nell’infanzia mi aveva distrutto la salute e il sistema nervoso. Sono pieno di malattie: convulsioni, svenimenti, epilessia. Ci vogliono medicine robuste. Di solito mi accorgo mezz’ora prima che sta per arrivare una crisi, allora prendo subito la medicina e se non arrivo in tempo sono dolori. Mi schiuma la bocca, batto la testa contro il muro, perdo la conoscenza: è un pericolo, un pericolo per me stesso. La mia dannazione di tutti i giorni è l’ansia, sempre ansia giorno e notte. Non può immaginare quello che si prova. Lei dice che non si direbbe. Eh già, non si direbbe… Il pranzo? No, ero a lavorare».
Il musicista: «Può restare ancora?». «Lei non mangia?», domandai «Non ha importanza. Dopo. Mi arrangio. Tutti i giorni vado al piano di sopra. Sono affezionato. Non bisogna immaginare, bisogna vedere. Venga con me».
Di sopra entrammo in un lungo terrazzo bellissimo, che seguiva gli archi del colonnato. Il sole era pallido anche qui ma confortevole. Le sedie, le panchine erano vuote. Lontano due
persone stavano sedute di fronte uno all’altra: un vecchio uomo su una carrozzina e una giovane ragazza di schiena. Sembravano assorti in un’affettuosa conversazione. Il musicista mi disse che era stato un professore di lettere e filosofia.
Il musicista gli chiese come si sentiva oggi. «Bene, bene», rispose con una specie di impazienza. «Chi sei?». Fissava me. Mi accorsi che aveva un tremito in tutto il corpo. «Fai l’università? Sei mia figlia?».
«Questa è tua figlia», disse il musicista, «sta qui con te». Mi avvicinai. Il professore era magro, si vedevano le ossa, portava una giacca nera sul pigiama. La ragazza gli teneva le mani con affetto e adesso potevo vedere che anche la testa dondolava, la bocca restava aperta e gli occhi mi guardavano annebbiati e inquieti. Ci osservava. Era l’Alzheimer.
«Papà», la ragazza gli sorrideva, «non mi vedi? Sono qui con te, sono tua figlia». «Sei una studentessa…». «Insegno papà…». «Mia figlia doveva venire oggi…». Mi guardò: «Sei mia figlia?».
Il musicista si rese conto che aumentava in me uno stato di ansia, di paura, di panico. Mi tirò indietro. Rimase la figlia sorridente che continuava una dolce nenia, che tentava l’allegria per rassicurarlo: «Sono io, papà, tua figlia Rossana, sono io…».
Nella sala mensa c’erano i soliti tavolini da quattro quasi tutti vuoti. Il pranzo era finito e poi non tutti potevano venire a mangiare. Pochi erano seduti, stavano anche su sedie a rotelle o sedie speciali, quasi diritti. Ci fissavano, restando immobili, senza scambiarsi una parola, con lo sguardo appuntato lontano fino a quando il personale di servizio non veniva a riprenderli. Vicino a noi si alzò di scatto una donna e si mise a piangere, a singhiozzare come una bambina. Davanti a lei aveva un piatto sporco e una buccia di una banana. «Perché non mi date da mangiare? Hanno mangiato tutti e io ho fame… Mi volete far morire, delinquenti… Lo stomaco mi fa male, non resisto… perché mi fate morire?».
Il musicista: «Ha già mangiato. Vuole che si occupino di lei. Fa sempre così per richiamare l’attenzione».
Le grida erano strazianti, le lacrime le scendevano per le guance: «Ho diritto a mangiare come gli altri…».
Nel corridoio le porte erano aperte, potevamo vedere i vari tipi di immobilità da magrezza, da rigidità, le curve delle schiene, quasi contro la forza di gravità: una donna stava inarcata, su uno speciale cavalletto. Tra loro nessuno parlava. Vicino ai letti era rimasto del cibo, molte volte il piatto non era stato toccato. Non lo volevano o non l’avevano visto, o non avevano le forze per reggere il cucchiaio. Aspettavano le addette al servizio. Erano inutili le domande. Si poteva pensare alla qualità della vita? Capii che bisognava farlo, anche qui.
Da una stanza intravidi nella penombra una figuretta che camminava sbilenca tra due bastoni, la vita era così sottile che le due parti del corpo parevano incrociarsi. Aveva un colletto di pizzo, una catena d’oro e due anelli. Mi era apparsa come un fantasma del tempo passato, ma al tempo resisteva, lo sforzo si concentrava in un solo punto, passo dopo passo. Uscì una voce gutturale. Mi prese la mano e mi fece entrare nella stanza: fotografie ovunque, piccole, grandi, ingiallite, con dedica di cantanti in costume. Pezzi di giornali, gingilli, vecchi libri. «Guardi». Additava qua e là: era stata cantante. Raccontava. Aveva solo novantadue anni. Le ricordai il grande pranzo. Lei sbarrò gli occhi.
«È stato tanto tempo fa, tanto tempo fa…, una favola. Una cosa mai vista. Camerieri, champagne… sono passati tanti anni però. Adesso non mangio, mi sento male perché non mangio e allora cado. Non mi piace mangiare…».
Non indagai a quale pranzo si riferisse. È possibile che il pranzo dell’aprile fosse già scivolato nel tempo dei ricordi mitici, dei teatri, dei cantanti, della giovinezza. È qui tra i non autosufficienti perché accetta solo qualche biscotto e le gambe all’improvviso si piegano per denutrizione. Se mangiasse potrebbe scendere insieme agli autosufficienti.
Uscendo passai dalla vasta chiesa, oggi parrocchia, intitolata a San Ferdinando per onorare Ferdinando III, duca di Toscana, fondata dalle monache di Montedomini nel 1541, e di struttura rinascimentale di buona semplicità. Un vecchio stava in ginocchio, curvo. Non era andato a mangiare o aveva già mangiato. Avrei voluto sapere che cosa chiedeva nelle sue preghiere. O forse non pensava a niente, e questa era la sua preghiera. Si alzò con fatica e strisciando i piedi senza alzarli da terra mi passò davanti. In quanto al tepore, al sole pallido, ai muri lisci e chiari, illuminati e tagliati solo dalla pietra serena degli archi d’ingresso, tutto era come quarant’anni fa: da Montedomini alle strade quiete del quartiere in siesta, al mercato ancora aperto e in via di chiusura. Arrivare in centro era una questione di dieci minuti. Ma, pensai, se si entra in un luogo di separatezza è come entrare nel magico cerchio di gesso. Il passo che ci riporta insieme agli altri, vivi e attivi, è il più difficile. Via via che il tempo passa sempre maggiori difficoltà ci saranno ad uscire dall’ozio e dal vuoto immobile silenzio.
3. A pranzo al Cibrèo, il proprietario Fabio, il fiduciario di Slow Food: una pausa, piacevole e necessaria, per capire chi erano le persone che avevano inventato e volevano allargare questi interventi «a contrasto»; fatti, pareva, con la volontà di cambiare un andamento di fondo e con la forza di una convinzione idealistica. La cultura del cibo non sarebbe sparita come è sparita la cultura contadina?
Il ristorante era vecchio, come i ristoranti fiorentini degli anni Cinquanta: legno scuro, tovaglie semplici e pulite, cucina in vista, tavoli vicini, molti clienti fissi. Di solito persone che apprezzavano i piatti della tradizione, le possibili varianti, e alle quali piaceva lodare o criticare un cambiamento inaspettato. I veri buongustai che non vedremo mai nei ristoranti alla moda e sui rotocalchi e che possiedono il valore del cibo, credono ai sapori semplici, al piacere di assaporarli con calma. Sanno scegliere un vino e in loro è nascosta una civiltà dello spirito sconosciuta.
Il fiduciario di Slow Food, Arcigola: «Abbiamo fatto questo pranzo con la buona volontà: il direttore di Montedomini, nostro socio, Fabio del Cibrèo, l’Arcigola: un accordo completo. Non vogliamo certo fermarci qui, il lavoro fatto altrove, “per la difesa del diritto al piacere per gli anziani”, è infatti molto vasto e opera in diverse regioni. Soprattutto in Emilia-Romagna abbiamo l’adesione convinta dei dirigenti delle istituzioni pubbliche e private di assistenza: a Firenze è stata una prima dimostrazione ed è andata bene. Adesso bisogna proseguire. Il fine che ci muove nell’associazione è difendere il piacere e la cultura del cibo, ma curare in special modo i rapporti con gli anziani. Quindi tra gli obiettivi c’è la trasformazione delle mense in sale ristoranti, primo passo per modificare l’atmosfera tristemente collegiale di questi istituti. E per quanto riuarda gli alimenti si dovrà tener conto prima di tutto delle tradizioni del territorio. La nostra vita è portata avanti da un meccanismo che tutti conosciamo, di cui siamo vittime volontarie e forse i nostri nipoti non capiranno più le ragion
i dei nostri sforzi, se vince, e ha già vinto, la globalizzazione anche in questo campo… Intanto lo Slow Food è nato anche a Firenze e in Toscana, ha riunito amici che aumentano sempre. A poco a poco si vedono i risultati. Ciò che importa è convincere le istituzioni perché senza di loro si fa poco. In Emilia è successo. Anche in Friuli. A Montendomini sono venute le autorità ed è stato importante… Ho pensato: forse dopo questo successo potevamo avere fiducia, cercare collaborazione, allargare i nostri propositi. Lei all’inizio ha parlato di poesia nelle carceri: ebbene come la poesia, il cibo e l’agricoltura sono valori spirituali e sociali, sono una cultura che non deve sparire. Siamo un gruppo che viene più o meno dalle esperienze, confuse ma allora molto sentite, del Sessantotto. Forse non abbiamo abbandonato l’idea di fare qualche cosa che conti per gli altri e per noi. Cerchiamo di mantenere, o cambiare alcune cose, che a molti altri sembrano futili, a noi fondamentali. Ci occupiamo anche di agriturismo, una risorsa importante per non far morire le nostre campagne, i nostri casali».
Fabio, il proprietario del Cibrèo: «I bambini sono già vittime in età scolare di tossine e di veleni nei pasti che gli infliggono a scuola. Essere innovatori, seguendo la logica dell’economia, non costa di più. Perché al venerdì questi bambini devono mangiare il pesce congelato, fritto da ore? Perché devono sottoporsi a un primo, un secondo, la carne, la verdura, quando è risaputo che non vogliono niente di tutto questo? Diamogli un pezzo di formaggio grana con il pane, diamogli un gelato, una macedonia di frutta. A casa mangeranno la carne, la verdura, la pasta. Eppure una proposta del genere, certo di facile realizzazione, passerebbe per uno scandalo. Non si ha il coraggio di riconoscere che un bel gelato è più sano e nutriente del pesce fritto. Avevo trent’anni quando mi sono deciso a occuparmi di cibo. Allora, l’ultima novità era la nouvelle cuisine costata una generazione di cuochi. Per la massima parte vennero fuori dei decoratori. In quanto poi agli equivoci che si sono generati da allora, vediamo un esempio: l’astice e le acciughe. Le acciughe, fino a qualche anno fa, erano il pesce più a buon mercato, per i poveri, oggi costano più dell’astice e si conservano al massimo per due giorni. Di conseguenza i ristoratori comperano l’astice che appare raffinato e non sa di niente, ma si guarderebbero bene dall’investire i loro soldi nelle acciughe, diventate carissime. Da bambino e da ragazzo vivevo tra i “pentolini” della nonna che adesso ha cent’anni.
Uno per la cicoria saltata, l’altro per la pappa al pomodoro o per la trippa o le acciughe benedette. Se la ricorda la schiacciata bianca? La vendevano per le strade, in bicicletta, dentro a un cesto coperto, all’ora della scuola. C’è qualche controindicazione alla schiacciata del mattino? È meno sana dei biscotti pieni di grassi? Li vede i corpi dei bambini che crescono? Grassi, curvi, senza scatto. Intanto le grandi società della biscotteria e merendine, nazionali e internazionali, diventano ricche. Siamo al mondo per questo».
Stavamo mangiando e bevendo vino buonissimo. Anche io avevo scelto sapori che non mangiavo da tempo: la pappa al pomodoro, la trippa, le patate al sugo. Sparizioni della memoria: molte, se ci riflettevo. I sapori-non sapori scacciano il gusto vero, la qualità diversa delle cose. I bambini scambierebbero una merendina o un pacco di biscotti con una schiacciata bianca? E questo pranzo per Montedomini?
Fabio: «È la capacità di lettura del cibo negli anziani che mi ha commosso. Li osservavo: ha mai visto un vecchio spezzare il pane? I suoi gesti, se pure sono incerti, non saranno mai distratti perché la tradizione della famiglia ha insegnato che il pane è la prima benedizione della casa. Li guardavo pensando all’eleganza genuina, fatta di rispetto, quando portavano i bocconi alla bocca, l’eleganza che è un sentimento, profondo, permette di mangiare con le mani senza però mai ingozzarsi, mai dimenticare di cercare il gusto con lentezza. Osservavo come si erano seduti, si erano avvicinati alla bocca il vino, prima guardandolo, poi assaggiando e giudicando; con quale semplice cerimoniale rispettoso e cauto si avvicinavano ai piatti e al cibo. Potevo già pregustare “il ritorno”, così lo chiamiamo, quando vediamo un ospite che sa mangiare e bere, che rispetta il cuoco e il sapore. Prima del pranzo però erano preoccupatissimi, lo sa già, ma c’è un meccanismo conviviale al quale non avrei rinunciato: le regole magiche per la buona riuscita sono la tovaglia bianca di bucato ben stirata, le candeline, i mazzolini di fiori… Il caviale? No, per carità. Un gusto inutile. Forse intendevano i fagioli zolfini. Avevamo scelto questi fagioli, piccoli e scuri, saporiti, diventati rari e costosi (ven¬ti¬cinquemila lire al chilo), che in Toscana si trovano ma non c’è richiesta né esportazione. Costa coltivarli e si conservano male. Una volta, i fagioli zolfini erano su tutte le tavole povere.
Zolfini dunque, patate in umido, che ha assaggiato anche lei, e in tutte le famiglie toscane si sono mangiate da secoli, polpette di vitello e ricotta, cucinate nello strutto, il fritto più leggero che ci sia. In ultimo la sorpresa: i colli di pollo ripieni, un trionfo della memoria che li ha commossi».
«C’era la polenta?».
«C’era la polenta come dico io, con il rosmarino e la noce moscata, morbida, calda. Alla fine torta al cioccolato. La ricetta, visto che la sta mangiando con gusto, non gliela do, a me non la dette il vecchio cuoco dal quale andavo a mangiare. Dovetti indovinare».
«Champagne, hanno detto».
«Per carità, niente champagne, anche per il vino dovevano essere gusti “leggibili”, adatti a quello che mangiavano».
Dunque ci si era messa l’immaginazione, come sempre nei nostri ricordi belli, aveva aggiunto ingredienti perché nella memoria era stato un pranzo di piaceri e sorprese, «una favola». Poi Fabio raccontò che il Cibrèo dal Settecento era un punto di ristorazione e fino al ’79 fu una trattoria all’incrocio della zona povera di Santa Croce e della zona ricca. Aveva due ingressi e due stanze. Nell’una il vero ristorante, nell’altra si poteva portare il vino e il pane e lasciarlo per il giorno dopo.
«Anch’io venivo di lì, il mio bisnonno era anarchico, mio nonno fondò il Pci di Firenze. La sorella di mio nonno era conosciuta in tutto il quartiere come la contessa di via Vinegia, ricca proprietaria di una famosa casa di tolleranza. Ma il nonno stava sempre in galera e la nonna lavorava, guidava l’omnibus e quando lui era a casa senza lavoro cucinava».
4. D’estate, nel primo pomeriggio, a Firenze la luce diventa insopportabile e accecante, la gente è rara, la città si chiude e mostra il suo aspetto ostile. Ma dentro a Montedomini c’era fresco, la stanza dei tavolini era animata. Notai il musicista, una donna di età incerta, silenziosa e per me nuova, un’ospite molto anziana, magrissima e tremante su una sedia a rotelle, il contadino sereno, l’impiegato che lavorava alla Zanussi, una signorina animatrice e una signora figlia di una ricoverata. Un altro ospite si presentò. Mi parve un uomo che poteva avere non più di cinquantacinquesessant’anni, vigoroso, forse diffidente. La sua faccia non mi era nuova, mi pareva di averlo incontrato ai tempi dell’universit
à. Che cosa faceva prima di venire qui? «Il sindacalista», rispose. Capii che la mia curiosità non avrebbe avuto seguito. Parlavano animatamente di un argomento e fui messa al corrente: dal primo agosto avrebbero dovuto pagare il lavaggio della biancheria e questo rappresentava un serio problema perché nessuno possedeva per le proprie spese più di duecentomila lire al mese. Come potevano fare?
Il contadino, sempre pronto «al fare», propose: «Con una colletta comperiamo due lavatrici e le mettiamo in giardino sotto una tettoia». Nessuno rispose. Circolava la lista dei prezzi. Erano poco più bassi di quelli di una normale lavanderia. «Chi non ha i parenti che cosa fa? Dove trova il denaro? Non restano neanche gli spiccioli per un caffè…».
Il problema era importante, l’ansia comune più che motivata. Non me la sentivo di parlare ancora di cibo, di cene, di qualità. All’improvviso la signora sulla sedia a rotelle si rivolse a me, arrabbiatissima.
«Non creda a nessuno. Sono vigliacchi. Qui si sta malissimo. Macché cena, tutti assaggini…».
L’interruppe il contadino: «Lei non c’era, fa parte dei non autonomi…».
«Non autonomi… È stata una violenza mettermi al piano di sopra. Invece c’ero, ci dovevo essere. Niente di speciale: un pezzetto di questo, un pezzetto di quello. Ci credono tutti grulli, lo scriva. Non c’ero… Paralizzata… per andare a scuola mi mettevano le vesti lunghe perché non mi vedessero le gambe… avevo sei giorni quando ho preso la polio… ho avuto tutte le cure ma non volevo la carrozzina, mi portavano in braccio. Ho studiato le lingue da sola… Non sono bugiarda, è tutto peggio di quello che c’era prima. Nella struttura privata avevo una bella stanza, una bella sala, altro che pranzo… Ci prendono in giro perché pensano: sono tutti grulli…».
Il musicista: «La signora non fa parte dei nostri autosufficienti…».
Il sindacalista cambiò discorso: «Ed ora faccio il pittore. Ho sempre dipinto, ma adesso, in pensione, finalmente dipingo a tempo pieno. Ci hanno dato uno studio…».
Il contadino: «E io sto con lui e disegno, mi piace molto… Per fortuna me lo lasciano fare: l’orto se ne è andato, i cestini pure. Cambiare, cambiare sempre…».
La sconosciuta era rimasta sempre zitta e mi guardava di sottecchi. Alla fine parlò con timidezza: «Sono emiliana, di Ferrara. Da ragazza lavoravo nei campi e facevo la stagione come mondina. Dopo la guerra sono venuta a Firenze, stiravo nelle tintorie. Ho tanta nostalgia di Parma, si mangiava bene… La mondina è un mestiere molto faticoso. Per quello mi sono rimasti i dolori, le gambe gonfie, cammino poco…».
Non mi sentivo più di fare domande. Indovinavo la loro vita trascorsa, raccontata in due o tre frasi, e quella presente. Chiesi se quel giorno speciale avevano mangiato qualche cosa che si potrebbe fare entrare nei pranzi o nelle cene di tutti i giorni.
Il sindacalista si mise a ridere: «Il Poliziano dell’Antinori del¬l’87… ci vorrebbe quello…».
«O il pâté», concluse il contadino. Era il più fantastico, come lo era stato durante la mattinata. No, il pâté non c’era, lo sapevo.
Chiesi al sindacalista se potevo vedere i quadri e i disegni. Ci alzammo.
Mentre andavamo verso lo studio, il sindacalista disse: «Non creda alla signora: qui non si mangia male, certo non possiamo pretendere che sia sempre un pranzo da Cibrèo. Ma lei, ha visto, è amareggiata ed è immobile da una vita. Per quanto mi riguarda mi accorgo poco di quello che mangio. Se ho cominciato un quadro penso a quello in ogni momento della giornata».
Entrammo nella larga stanza semibuia. Accesero la luce. Con noi c’era anche il musicista. Nello studio di un pittore non avevo mai visto niente di così stratificato, abbondante, finito e non finito, buttato senz’ordine come se non contasse più, come se tutto fosse una prova per il quadro che doveva venire: tele su tele, per terra, alle pareti, accatastate, sui pochi mobili, dentro un armadio, sulle sedie. Non avrei potuto contarle. Ero davanti a un’ossessione, è vero, ma era l’ossessione di una seria ricerca, che dall’esperienza pittorica voleva il nuovo, o ripeteva gesti; che era passata da una larvata ispirazione naturalistica del paesaggio, dalla luce, all’impronta rapida dell’informale, alla schizzatura nera triangolata, sul già fatto che ricordava le superfici annientate di Twombly. Restai stupita. Lui non diceva niente, non mi guardava, non illustrava né quadri né periodi. Potevo camminare in quella selva di quadri posati uno sull’altro, scegliere, osservare, riporre. Potevo fare quello che volevo. Era del tutto distaccato come un artista che ha raggiunto una sicurezza interna.
«Mi piacciono», riuscii a dire.
Il musicista mi porse un pacco di disegni: erano del contadino. Volute che s’inseguivano e nascevano una dall’altra in curve definite con la massima sicurezza. Avevo visto qualche cosa di simile in disegni di Savinio e dei futuristi. Lo sapeva? Ma questi disegni avevano un fascino decorativo e nessuna parentela con il cattivo gusto o i disegni di genere.
«Scelga un quadro», disse il pittore. Era difficile: lo spazio era un insieme compatto di quadri. Scovai, nascosto perché forse non recente, un notturno sull’acqua con una luce da una porta. Ora è nel mio studio, sta insieme agli altri quadri, mi sembra ancora più bello.
Disse il contadino: «Prenda qualche disegno, quelli che vuole… ma i miei sono brutti».
«I tuoi sono belli», lo interruppe il pittore.
Presi il quadro, i disegni. Salutai tutti. Il musicista prima che raggiungessi l’ingresso aprì una porta: «È la mia stanza, qui lavoro»: appoggiati di lato c’erano strumenti. Un piano. Coperto da un panno un computer. Una scrivania. Vide che ancora una volta ero sorpresa e fece un sorriso arguto come quando aveva detto: «Bisogna arrangiarsi».
5. Così li lasciai. Taxi verso la stazione. Scivolavano e sparivano dalla mente temi, per i quali non c’era più senso parlare al futuro: globalizzazione ad esempio, neoliberismo, cibi transgenici, l’avanzamento del nuovo sottoproletariato nel Terzo o Quarto Mondo al posto del vecchio universo occidentale impiegatizio e operaio. Siamo vitellini ciechi, ma lo saremo ancora per poco: venti, trent’anni, poi sarà tutto chiaro: quando sindacati, politici, Stati si ritroveranno, come nelle fiabe, rimpiccioliti, spezzati nella loro importanza basilare. Eppure c’era una trama che oggi non si conosceva, però correva sotterranea, debole ma ricca di uomini e donne, di nuovi utopisti pronti a lottare per salvare cose evanescenti come la qualità della vita, il sentimento della poesia, persino i sapori.
(10 febbraio 2011)
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