Banlieue di casa nostra

Pierfranco Pellizzetti

, da Il Fatto Quotidiano

È passato un lustro da quando i casseurs franco-magrebini incendiavano la banlieu parigina e “a caldo” i mestatori nel torbido nostrani, i Giuliano Ferrara al servizio del pensiero neo/teo-com allora dominante, potevano sentenziare lo scoppio dell’ennesimo conflitto di civiltà nei quartieri delle città europee.

Poi analisi più serie ci spiegarono come l’esplosione di rabbia avesse esclusivamente motivazioni economiche, non religiose o culturali: la disoccupazione tra i figli degli immigrati francesi, giunta a toccare percentuali attorno al 45 per cento, a fronte di medie sotto il 10.

Dunque, una vicenda a riprova che il conflitto sociale, ormai emigrato dalle fabbriche, andava localizzandosi nei luoghi ricettacolo dell’emarginazione: le periferie. Che imponeva la necessità di riconsiderare il rapporto stesso tra aree periferiche e centro urbano: non più l’effetto di una ripartizione gerarchica di mansioni tra differenti zone della città, quanto il consolidamento irreversibile di sbarramenti determinati da dislivelli economici e sociali, che trascendono le semplici perimetrazioni spaziali: da un lato le suburre come cisti nei Centri Storici; dall’altro le edge city, le città ai bordi, come concentrazioni di uffici e attività di pregio lungo assi residenziali collegati al centro. Dalla Defense di Parigi ai Docklands londinesi.

In questi ultimi tempi, anche dalle nostre parti abbiamo visto esplodere fenomeni da leggersi come conflitto sociale localizzato; in questo caso a base etnica, ma sempre nelle forme di guerre tra poveri e molto poveri: il 7 dicembre scorso, nell’estremo Mezzogiorno – a Rosarno – con l’insurrezione degli immigrati di colore dopo che alcuni di loro erano stati presi a fucilate; poi a nord – a Milano – negli scontri selvaggi tra cinesi e nordafricani in cui è morto un ragazzo egiziano.

Segnali che, mentre si cerca affannosamente di dare nomi depistanti alla “cosa”, la “questione periferie” si dimostra una bomba ad orologeria che può esplodere da un momento all’altro. Qualunque sia il colore d’epidermide dei residenti, siano indigeni come stranieri.

Ho appena coordinato una ricerca su alcuni quartieri periferici in una città settentrionale di antica tradizione industriale, e il disagio che vi ho potuto registrare prescinde totalmente da aspetti multietnici e multiculturali (anche se questioni di questo tipo – ad esempio l’ubicazione di una moschea – fanno da innesco a motivazioni ben più profonde).

Quanto mi sembra di capire è che – al fondo – tale questione nasce da un fatto preciso: ancora non si riesce a individuare una via d’uscita dalla crisi del modello industrialista novecentesco; sicché ogni frammento anche minimo di società cerca scialuppe di salvamento, in ordine sparso o individualmente. Affannosamente.

Non di rado gli anziani praticano una sorta di fuga nella memoria agganciandosi ad antiche reti di solidarietà (i lasciti della tradizione operaia e del suo associazionismo; più a ritroso, le sopravvivenze comunitarie da villaggio).

D’altro canto, una fuga nella memoria e nei retaggi di appartenenze del tutto impraticabile per le generazioni più giovani, che non trovano nel territorio il benché minimo simulacro tangibile di quel mondo cui i più anziani fanno riferimento. Dunque, una via per loro totalmente sbarrata; tra l’altro, in quanto impossibilitati a rappresentarla.

Sicché, l’impressione che ne traggo è che la “questione periferie” vada saldandosi con quella generazionale: un cocktail altamente esplosivo. Assolutamente rimosso dal dibattito pubblico, focalizzato sui problemi di tenuta del quadro politico e non sulle problematiche del governo strategico della transizione in atto.

Quando le vere questioni sono ben altre: una specializzazione produttiva dei territori per tornare a creare ricchezza sociale, dunque occupazione come buon lavoro grazie a un sistema produttivo che recuperi capacità competitive. Già lo si è detto: una politica industriale in età postindustriale. Da saldare con una politica per l’integrazione, visto che molti di quei giovani sempre più marginali hanno la pelle due/tre tonalità più scura della mia.

Sino ad oggi l’unico luogo per tale integrazione era il sistema scolastico; sempre più sovraccaricato di compiti, nel passaggio da centro della formazione ad agenzia del disagio. Comunque una meritoria attività di supplenza, destinata ad essere stroncata dall’indifferenza suicida di questo governo, che affida la questione a una Gelmini qualsiasi.

Intanto – ad ascoltarla – si sente montare la rabbia da degrado. Acuita dalla trasformazione dei centri cittadini in quartieri vetrina dell’opulenza; dedicati al business e al turismo di élite, inavvicinabili per le capacità di spesa dei giovani periferici.

Davanti all’allarme per il crollo delle nostre capacità esportative (scese nel 2009 del 20,7 per cento) si sta dicendo che il Paese deve ritrovare competitività. Più che giusto. Purtroppo abbiamo a monte un problema ancora più grave: quello della coesione.

(8 marzo 2010)



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