Battersi per l’articolo 18 non basta
Marco Furfaro
La controriforma del mercato del lavoro non si occupa solo di coloro che hanno contratti a tempo indeterminato, cioè della pericolosa modifica all’articolo 18. Fatte “in nome e per conto dei giovani”, le nuove norme sono state annunciate come una grande svolta nella lotta alla precarietà. Ma su quel fronte, il testo del ministro Fornero non contiene niente di epocale. Persino l’aumento del carico contributivo per i contratti a termine e a progetto rischia di rappresentare l’ennesima beffa per i precari. Quei contratti, essendo fuori dalla contrattazione collettiva nazionale, non prevedono infatti un salario minimo. Così sarà facile, per le imprese, agire sul cosiddetto cuneo fiscale – cioè il differenziale tra il netto percepito dal lavoratore e il costo dell’azienda – caricando sui lavoratori l’aumento di costo e riducendo il compenso netto in busta paga.
Per il resto, vi è solo la perpetuazione di un modello fallimentare che non risponde ai problemi che affliggono il mercato del lavoro e una generazione intera (o più d’una, ormai). Questa controriforma lascia praticamente intatta la giungla dei contratti atipici, non prevede nessuna forma di reddito minimo garantito e non estende gli ammortizzatori sociali.
Eppure, mentre sull’art.18 c’è un gran rumore di fondo e si promettono battaglie epocali, sulle norme che riguardano la precarietà, quindi circa 5 milioni di persone (per lo più giovani), la voce della politica e dei sindacati è invece molto debole. Anzi, a leggere quotidiani e a sentire la maggioranza, Pd compreso, sembra che le norme sul tema siano per lo più positive. Pure sul fronte delle opposizioni, la voce è molto flebile e i riflettori sono tutti puntati sull’art.18.
In questo parziale oscuramento, c’è il rischio di non comprendere l’importanza della questione per il futuro dell’Italia, ma anche di perdersi un pezzo di società, i giovani, a cui l’art.18 non parla e non scatena indignazioni paragonabili a quelle della sinistra e dei sindacati di questi giorni. E per un motivo piuttosto semplice. L’art.18 ha un valore simbolico e sociale non negoziabile, ma riguarda un pezzo, solo un pezzo del mondo del lavoro. L’altro, che tutele e diritti non ne ha mai visti, è più interessato alla continuità del proprio reddito, all’acquisizione di diritti negati, alla possibilità di scegliere la flessibilità e non vedersela imposta sotto la ghigliottina della precarietà.
Questo mondo è sconosciuto alla politica e ai sindacati perché non è mai riuscito a rappresentarlo. Troppo frammentato, da una parte, e troppo distante dall’altro, anche a causa delle responsabilità che i soggetti tradizionali della rappresentanza portano nell’aver determinato le condizioni di quel mondo. Ma non è un frammento, bensì la proiezione su cui si è costruito un Paese negli ultimi anni. E continuare a far finta che non sia abbastanza importante o secondario non solo rischia di allontanarci da una generazione, ma ci toglie dalla centralità del dibattito in corso. Che non è l’art.18, ma il modello di società con cui vogliamo affrontare le sfide del futuro.
Negli ultimi trent’anni, in Italia, così come in Europa, dinanzi prima alla globalizzazione e poi alla crisi di un tessuto industriale e imprenditoriale che iniziava a perdere terreno su innovazione di processo e di prodotto, ricerca di base, formazione di talenti e nuova imprenditoria, la classe politica – di destra e di sinistra – ha fatto una scelta politica chirurgica: la flessibilità come aspetto strategico su cui rendere competitivo il sistema d’impresa.
La storia ci racconta com’è andata. Non solo la flessibilità è diventata la precarietà esistenziale di una generazione sfruttata fino allo svilimento, ma segna uno dei punti centrali della crisi di un sistema in cui le imprese, in mancanza di investimenti strategici e in presenza di un sistema corrotto e mafioso, si trovano costrette (anche per loro colpe) a galleggiare e competere sul costo del lavoro, avendo l’opportunità di “scaricarlo” con contratti al ribasso su una generazione di persone ricattabili e in perenne ricerca di lavoro.
Per questo, il punto è il modello di società e di welfare che abbiamo in mente, e non semplicemente l’art.18. E se non abbiamo il coraggio di dirlo perderemo anche questa, ennesima, battaglia di resistenza. Sì, battaglia di resistenza, come quelle cui siamo condannati da vent’anni. Venti anni in cui le giovani generazioni non sono mai scese in piazza, fino al 9 aprile dello scorso anno, per le loro rivendicazioni o per l’allargamento dei propri diritti fuori e dentro il lavoro. Una generazione per cui il lavoro è solo uno degli elementi per definire la propria identità, eppure nata sotto la stella della precarietà e “costretta” a manifestare per difendere i diritti acquisiti dalle loro madri e dai loro padri. Ma mai per il reddito di cittadinanza, mai per i diritti sul lavoro, mai per l’accesso al credito negatogli dalle banche, mai per il diritto al futuro. Il rischio di produrre lo stesso schema, è forte anche in questi giorni. Al contrario, se vogliamo parlare a tutte e a tutti, l’unico modo che abbiamo è mettere al centro il modello che vogliamo costruire.
Il problema delle giovani generazioni non è il posto fisso, che mai hanno conosciuto, e tanto meno l’art.18, di cui non si sono mai potuti avvalere, ma poter scegliere tra flessibilità in ascesa e contratti a tempo indeterminato. Questo significa avere il coraggio di affrontare il dibattito per quello che è, significa reclamare con forza il reddito minimo garantito come perno per la costruzione di un nuovo modello di Stato sociale, basato su forti diritti di cittadinanza e su un rinnovato diritto al lavoro. Il reddito minimo garantisce l’autonomia e la libertà di scelta, toglie dalla ricattabilità del lavoro nero e dello schiavismo, permette a una generazione di compiere scelte non dettate dalla condizione economica della propria famiglia e di avviare un percorso di crescita formativa, professionale e di vita con una minima rete di protezione sociale. Il reddito non deve essere visto come una semplice protezione o come una misura assistenziale, ma come un investimento, un’opportunità, una responsabilizzazione degli individui per dargli la possibilità di costruire qualcosa per sé e per la società in cui vivono.
E’ il reddito, inoltre, a costituire uno strumento formidabile nella lotta alla mafia, contribuendo a sottrarre le persone dalla ricattabilità cui fanno affidamento cosche e malapolitica per alimentare un circuito vizioso che come un virus infetta sistema economico e rapporti sociali.
Le mobilitazioni contro la modifica dell’art.18 sono necessarie, ma non sufficienti se non associate a una grande mobilitazione per il reddito, contro la precarietà e per una nuova idea di cittadinanza, fuori e dentro il lavoro.
Se il centrosinistra non ha il coraggio di dire che quella riforma non è solo pessima per i garantiti ma è devastante per i giovani precari, quando sarà in grado di dirlo? E come potremo, nel 2013, porre il tema del reddito minimo garantito se non lo facciamo adesso che è lo strumento con il quale ridisegnare un modello di welfare alternativo a quello propostoci, un welfare innanzitutto a misura di donna?
Tante volte si evoca la sinistra del futuro. Il centrosinistra raccolga la sfida prima che il f
uturo ci passi ancora una volta davanti mentre abbiamo lo sguardo rivolto ad altro. E’ il momento di allargarlo, e di molto, il nostro sguardo.
(3 aprile 2012)
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