Bavaglio Agcom al web, la censura di un bene comune

Benedetto Vecchi

Petizioni, raccolta di firme, una no-stop durata tutta una notte a Roma per chiedere che la Rete non diventi una frontiera da recintare ulteriormente in funzione di un’idea arcaica di attività economica, cioè che il web garantisca le rendite di posizione attraverso lo strumento del copyright.

Per questo, l’Authority Garante delle comunicazioni (Agcom) rivendica a se il diritto di colpire e rendere inaccesibili tutti i siti che potrebbero o ignorano la legislazione sul diritto d’autore. Il 6 luglio era la data indicata dall’organismo istituzionale per prendere una decisione. E così è stato. Con sette voti a favore e un astenuto, l’Agcom ha approvato la delibera, leggermente modificata rispetto alla versione originale, ma che ripropone comunque la stessa logica: i siti che diffondono materiali coperti da copyright vanno chiusi.

A nulla sono servite le reazioni di protesta da parte della blogsfera, mediattivisti e esponenti politici. C’è chi, infatti, nei giorni scorsi ha scritto, sul web e fuori dallo schermo, che la delibera proposta dall’Agcom sull’interdizione dell’accesso ai siti sospettati di diffondere materiale protetto dal diritto d’autore in realtà sia un bavaglio messo a Internet per limitare la libertà di espressione. Toni forti, allarmati che hanno visto insieme blogger, mediattivisti, giuristi, esponenti politici.

Sul sito di Agorà digitale (www.agoradigitale.org) si sono moltiplicate le prese di posizione contro la proposta dell’Agcom; un altro sito (www.avaaz.org) sono state raccolte oltre duecentomila firme per chiedere al presidente dell’Authority, Corrado Calabrò, di ritornare sui suoi passi.

Il filosofo del diritto Stefano Rodotà ha scritto su Repubblica che quella di Agcom suonerebbe come una misura di censura preventiva, invitando il parlamento ad aprire gli occhi su come è cambiato il mondo dell’informazione e della produzione di conoscenza, assegnando alla Rete il ruolo di straordinario medium per la diffusione di contenuti che non può essere imbrigliato da una misura amministrativa come quella in discussione.

Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha sottolineato che una materia delicata come il diritto d’autore non può essere regolamentata da una struttura con funzioni di controllo, bensì dal parlamento. Sulla stessa linea il segretario del Pd Pier Luigi Bersani. Parole più dure, ma che vanno nella stessa direzione, quelle del presidente dell’Italia dei valori Antonio Di Pietro.

E se queste sono state le inziative della società civile, il gruppo hacker Anonymous ha lanciato un Distribuite Denial of Service (DDoS) contro il sito dell’Agcom, paralizzandolo per alcune ore. Un’azione dimostrativa, visto che un DdoS altro non è che una reiterata richiesta di connessione a un sito fino a paralizzarlo perché non riesce a soddisfare tutte le richieste.

La delibera dell’Agcom è in forte sintonia con quanto deciso dal G8 sul governo di Internet. La proprietà intellettuale è un principio che va sempre salvaguardato. Per avere successo i governi nazionali devono scoraggiare la presenza di siti o di esperienze basate invece su un altro concetto, quella della condivisione della conoscenza, anche nelle sue forme digitali.

Va ricordato che il G8 dedicato a questo argomento era stato voluto dal presidente francese Nicolas Sarkozy, paladino di una legge fortemente criticata e contestata nel suo paese. Secondo questa legge, chiamata «familiarmente» Hadopi, i gestori dei server devono controllare cosa fanno gli internauti e se scoprono che distribuiscono materiale audio o video protetti dal copyright, devono invare una lettera di dissuasione. Alla eventuale nuova «violazione» del diritto d’autore, devono impedire l’accesso in Rete dei responsabili di tale violazione.

La proposta dell’Agcom compie un passo in avanti su questo crinale liberticida. Non vanno colpiti solo gli utenti, ma anche i siti, chiudendoli d’imperio. E il respondabile dell’Agcom, Corrado Calabrò, non ha, d’altronde, mai nascosto il suo proposito di far diventare l’Italia una sorta di paese modello nella difesa della proprietà intellettuale. Ma al di là della ambizioni del garante, c’è da constatare che tanta solerzia del garante delle comunicazioni arriva dopo che Mediaset ha lanciato il servizio a pagamento di video streaming, cioè proprio di quella tecnica molto in auge in Rete che consente di vedere gratuitamente film più o meno recenti.

Sospetto infondato? Forse, ma legittimo, visto che il conflitto di interessi è ormai una costante della vita pubblica, e dunque politica, sebbene non sia solo un’anomalia italiana. Gran parte dei paesi ne hanno una versione «locale» con cui fare i conti. Per quanto riguarda la proprietà intellettuale ci troviamo di fronte a un altro problema. La denuncia dei mediattivisti e dei giuristi inglesi, statunitensi, francesi è che più che di conflitto di interessi, va registrata, sul copyright e i brevetti, una subalternità del potere legislativo agli interessi delle imprese, proprio quando si fa strada l’idea che la conoscenza sia un bene comune che non può essere reso proprietà di nessuno. L’operato di Agcom si colloca anche su questo crinale.

(6 giugno 2011)

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