Berlino Zoo Station

Fabio Bartoli

Ben al di là di una semplice "guida alternativa", Berlino Zoo Station di Massimo Palma è teatro di un dialogo costante tra diverse anime che hanno scritto e vissuto la storia di Berlino, da Hegel a Lou Reed, da Walter Benjamin a Christiane F., da Bertolt Brecht a David Bowie, da Schmitt agli U2. Un dialogo tra la filosofia tedesca, di cui Palma è competente studioso, e la cultura pop degli ultimi decenni.

Il musical Linie Eins, opera teatrale che i berlinesi si sentono cucita addosso come le loro giacche Jack Wolfskin, si apre con la giovanissima Sunnie che approda nella Bahnhof Zoo di una Berlino ancora divisa, dove è giunta dalla provincia tedesca sulle tracce di un musicista del quale si è invaghita. Sono le 6.14, «mattino presto in una città sconosciuta», la cui aria odora di «metropoli, fuliggine, avventura, cinema, guerra mondiale, benzina, destino e piscio». Per inseguire il suo sogno Sunnie attraverserà la città compiendo una sorta di viaggio iniziatico alla scopertà della varia umanità/animalità che affolla i vagoni della linea della metropolitana U1.

Ma non sulla U1 bensì sulla U2 si concentra Massimo Palma nel suo libro Berlino Zoo Station (Cooper Editore, pp. 224, euro 11,70), in virtù dell’elevata portata semantica della linea che attraversa tutta Berlino, un tempo divisa come la città e poi come essa, con essa, riunitasi. U2 come la band di Bono Vox, di cui Palma ripercorre il cammino nella capitale tedesca, dove i quattro dubliners giunsero per registrare Achtung Baby, aperto proprio dal brano che dà il titolo anche al libro. Come Sunnie, gli U2 approdarono nella nuova Berlino unita nel 1990 ebbri di aspettative in parte disilluse ed è anche per questo che la loro One perora la causa dell’unione argomentando di una dolorosa lacerazione (nello specifico del brano, le incomprensioni tra un padre e un figlio malato di AIDS). Non è un caso quindi che i «francescani del rock» abbiamo dato alla luce negli Hansa Studios ricavati da quella che un tempo era una sala da ballo delle SS uno dei loro album più cupi e diffidenti, teso a smascherare l’armamentario di menzogne con cui la società dello spettacolo occulta la real thing (Even better than the Real Thing è la seconda traccia di Achtung Baby); e non lo è nemmno che da qui in avanti, per un certo periodo, l’evangelista Bono abbia indossato i luciferini panni di Mr. MacPhisto, il signore delle mosche. Seguendo gli U2 nella loro avventura berlinese, Palma ci guida alla scoperta della città nei suoi aspetti più accattivanti come di quelli più spigolosi, compiendo un’operazione la cui porata va ben al di là della connotazione quale «guida alternativa» che strizza l’occhio all’eventuale acquirente. Nella disarticolazione di Berlino, nella scomposizione e nel riassemblaggio dei suoi luoghi, Palma traccia un percorso che accompagna il lettore alla scoperta di duecento anni di storia della capitale teutonica.

La sua metafora portante è quella dello città come zoo che, nel corso dei decenni, ha contenuto al suo interno l’umanità/animalità più varia. Si va dal geistiges Tierreich (’regno animale dello spirito’ – Tier in tedesco significa appunto animale) della Fenomenologia dello Spirito di Hegel, che a Berlino si consacrò come intellettuale, all’uomo/animale teorizzato dal suo esegeta Kojevé una volta compiutasi la «fine della Storia» profetizzata dal maestro – e nuovamente annunciata da Francis Fukuyama proprio dopo il crollo del Muro – passando perl’ebbra animalità narrata da Christopher Isherwood che affolla i locali della Berlino weimariana di una belle époque destinata a essere travolta dal nazismo, apertura della gabbia da cui, come teorizzato da Carl Schmitt, sono fuggiti tornando liberi di scatenarsi il Leviatano e il Behemoth del potere assoluto, potere che poi avrebbe edificato le crudeli gabbie dei campi di concentramento. Lo zoo della Bahnhof Zoo tristemete nota per i suoi Kinder raccontati nel suo libro autobiografico da Christiane F., tanti dei quali morti in una Berlino che non aveva ancora compiuto la sua Svolta (die Wende: con questo termine i tedeschi chiamano il processo di riunificazione), per i quali «svoltare» significava soltanto ricavare i soldi necessari per una dose facendo marchette. Ed ecco allora che la concomitanza della nascita di Babsi, la più giovane vittima dell’eroina berlinese, con la visita di John F. Kennedy scandita dal celebre Ich bin ein Berliner diventa emblema delle speranze e delle promesse fatte e tradite dalla Storia.

Berlino Zoo Station è teatro di un dialogo costante tra diverse anime che hanno scritto e vissuto la storia di Berlino, da Hegel a Lou Reed, da Walter Benjamin a Christiane F., da Bertolt Brecht a David Bowie, da Schmitt agli U2. Un dialogo tra la filosofia tedesca, di cui Palma è competente studioso, e la cultura pop degli ultimi decenni, nuova heideggeriana «casa dell’essere», intorno l’anima di una città dove la Storia è spesso passata, trionfante e brutale, redentrice e crudele, per modellare quella che oggi è la terra promessa per tanti ragazzi europei affamati di coolness e döner i quali, colpevolmente ignari o volutamente estranei, ne ignorano l’opera e l’eredità. Proprio per questo Berlino Zoo Station non è consigliato al turista occasionale interessato solo ai cafè di Simon-Dach-Straße o alle serate techno della discoteca Watergate ma al lettore che vorrà lasciarsi condurre, più che alla scoperta, alla comprensione di Berlino con tutto il suo asimmetrico fascino, tutte le sue suggestive contraddizioni e tutta la sua elevata portata destinale.

(5 maggio 2012)



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