Berlusconi, finale di partita
Norma Rangeri
, il manifesto, 18 gennaio 2010
L’Italia non è la Tunisia e pur vivendo noi in una democrazia a bassa intensità, la pretesa di applicare il modello di una moderna schiavitù, con un referendum in fabbrica, è stata smascherata, nella sua cruda verità, di fronte all’opinione pubblica.
Ora ci aspetteremmo una reazione altrettanto dignitosa e forte al referendum annunciato l’altra sera in tv. Lo ha indetto il presidente del consiglio per smentire la vergogna di un’altra catena di montaggio, fatta di operaie del sesso, donne giovanissime che entrano nella sua villa a corto di soldi, per uscirne con migliaia di euro in busta, un appartamento, qualche programma televisivo, un piccolo vitalizio per le più fortunate. Per i comuni mortali, e per i magistrati, si chiama prostituzione di regime.
Berlusconi non è Ben Ali, ma ovunque il potere della casta e del denaro pretende obbedienza e devozione dai sudditi, arriva un punto di non ritorno, un momento in cui l’abuso, perdendo ogni misura, diventa osceno e odioso anche a chi l’ha sopportato (le opposizioni) o applaudito (la maggioranza). Questa volta il referendum non riguarda qualche migliaio di tute blu con la schiena dritta, ma milioni di elettori ridotti a pubblico.
Per arginare una disfatta politica con disonore, il capo del governo sta decidendo come andare allo scontro finale. Intanto si aggrappa al video-messaggio, come fossimo rimasti al 1994, come se la sua faccia nel frattempo non avesse perso il fascino di un sogno per diventare la maschera di un incubo, innanzitutto il suo. Al pubblico che controlla (dal Tg4 al Tg1, per rimbalzo anche La7 che ieri ha censurato la presenza di Patrizia D’Addario da Gad Lerner) Berlusconi offre un’autodifesa ricalcata sulle accuse dei magistrati.
A parte l’incipit e il finale contro i giudici, nel suo discorso egli ammette di aver riempito di soldi le ragazze, ma nega di aver fatto sesso con loro. Ammette di avere dato molto denaro a Lele Mora, il manager delle modelle, ma nega di averlo a libro paga come reclutatore di carne fresca. Ammette l’esistenza di conversazioni telefoniche pericolose, ma nega la verità del contenuto. Poi c’è uno slittamento rivelatore: «A me piace stare con i giovani, di molte conosco situazioni di disagio…», senza soluzione di continuità i giovani diventano "molte" giovani. Fino al colpo di scena, quel «sono fidanzato», estremo tentativo di distogliere l’attenzione dei sudditi dall’accusa di aver abusato di una minorenne.
Nella catena di montaggio del "puttanaio", dove tutto funziona secondo una collaudata routine, ogni tanto capita qualche ingranaggio umano difettoso, qualche ragazza disgustata dallo spettacolo dell’anziano che cattura la giovane preda nella finta discoteca provvista di camerini e costumi per il porno-show. E capita perfino che i magistrati indaghino sulle notizie di reato, rivelatrici del commercio indecente. Così anche il corpo del re appare nudo sotto gli occhi degli italiani e delle cancellerie internazionali che reagiscono sconcertate per «le strategie legali di Berlusconi che degradano il dibattito politico in Italia», come scrive il Financial Times.
Dopo due anni di accecante scandalo al sole, il Bagaglino italiano è a una svolta. Lo spettacolo denunciato solo da alcuni giornali, subìto da opposizioni parlamentari ondivaghe e subalterne, digerito da un’opinione pubblica stanca e assuefatta, è giunto all’ultimo atto. Questa volta non ci saranno prigionieri. Difficilmente finirà in un’aula giudiziaria, per la sentenza sarà scelto il tribunale del popolo.
(18 gennaio 2011)
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