Berlusconi ineleggibile, se fosse coerente firmerebbe anche D’Alema
Paolo Flores d’Arcais
D’Alema ha parlato. A favore dell’inciucio e dell’unità nazionale con la destra (en passant: per farlo ha osato anche l’indecenza di tirare in ballo Gramsci, una ignominia che supera ogni suo precedente record in fatto di volgarità e menzogna). Ha concluso che purtroppo l’operazione “inciucissimo”, cioè governissimo con il Pdl, non si può fare solo perché c’è un “impedimento rappresentato da Silvio Berlusconi”, in altri termini perché gli elettori del Pd inseguirebbero D’Alema coi forconi, se facesse maggioranza col putiniano di Arcore.
Se però D’Alema alla indecente “unità nazionale” ci tiene tanto, l’impedimento-Berlusconi lo può rimuovere con grande facilità: basta che i senatori Pd propongano nella “Giunta per le elezioni”, che può attivarsi non appena le camere si riuniscono, dunque in qualsiasi momento a partire dal 15 marzo, di applicare finalmente la legge 361 del 1957 secondo la quale, con cristallina chiarezza, Berlusconi è INELEGGIBILE.
Questa legge il Pd (prima Pds, Ds, eccetera) l’ha calpestata in tutte le precedenti legislature, in combutta con Berlusconi e dimostrando perciò che il “complesso dell’inciucio” di cui D’Alema dice che il Pd debba ora liberarsi non lo ha mai avuto, accettando (e anzi promuovendo) l’interpretazione alla azzecca-garbugli secondo cui la legge riguarda solo amministratori e manager ma non anche i proprietari e beneficiari effettivi delle “rilevanti concessioni statali” (la legge ovviamene dice l’opposto: in primo luogo proprietari e beneficiari effettivi, e insieme anche amministratori e manager, i parlamentari del 1957 non erano del tutto insensati).
Basta che questa volta i senatori Pd applichino la legge. Quelli del M5S hanno dichiarato infinite volte che in tutte le occasioni si comporteranno a prescindere dagli schieramenti e guardando ai contenuti, ed è dunque prevedibile che sceglieranno la legalità, anziché l’imbroglio di casta. Perciò Berlusconi, verso il 20 del corrente mese, potrebbe già essere dichiarato NON eletto. Dovrebbe affrontare i suoi processi da eguale a tutti gli altri cittadini, i suoi gruppi parlamentari entrerebbero in smottamento, una parte si costituirebbe in modo autonomo sotto qualche sigla ironica tipo “per la salvezza dell’Italia”, e D’Alema, con Monti e con loro, e con la benedizione del Colle più alto, avrebbe la sua bella maggioranza di unità nazionale che tanto gli sta a cuore (per senso di responsabilità, ça va sans dire).
Certo un governo così simpaticamente reazionario, incalzato ogni giorno dai parlamentari del M5S, reggerebbe un paio d’anni, forse meno, e Grillo alle elezioni successive otterrebbe un meritato trionfo. Ma D’Alema è convinto invece che gli italiani sarebbero grati a un governo di “inciucissimo” senza complessi, e anche Renzi pensa che andrebbe così (magari se ci fosse lui come prossimo candidato premier). Perché non si comportano allora di conseguenza? Oltretutto seguirebbero questa volta il principio di legalità, anziché quello di impunità, e far applicare la legge ogni dovrebbe risultare sopportabile anche a D’Alema.
Ma non lo farà. Perché la corrispondenza di amorosi sensi con Berlusconi si dimostrerà più forte di ogni logica, di ogni senso dello Stato, di ogni disegno strategico. Salvare Berlusconi è ormai la vocazione unica e la fede divorante di Massimo D’Alema.
(7 marzo 2013)
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