Berlusconi-Mubarak, regimi a confronto
Marco Alloni
Se il punto di congiunzione fra Berlusconi e Mubarak fosse davvero Ruby potremmo dormire sonni tranquilli. In realtà le corrispondenze sono molto più complesse. È opportuno analizzarle per mettere in luce quanto l’espressione "regime" non sia affatto una forzatura terminologica.
Il primo dato di assonanza macroscopica fra i due è nella parola monopolio. Mubarak non ha mai dovuto subire l’accusa di trovarsi in uno stato di "conflitto d’interessi" semplicemente perché in Egitto si è dato per trent’anni per scontato che un presidente sia legittimato a controllare tutto, media e giornali in testa. Ma certo non può sfuggire che la connotazione di "regime" dei rispettivi governi trovi nella anomalia del "conflitto d’interessi" uno dei suoi elementi cardinali. Stupisce, semmai, che questa equivalenza fra i due non cessi laddove Berlusconi si presenta come premier di uno Stato democratico e Mubarak come ex presidente di una repubblica nient’affatto democratica. Poiché di fatto la dinamica del controllo sui media e sulla carta stampata è identica in entrambi. Alle testate subordinate al controllo dell’esecutivo – noi diremmo asservite alle volontà dell’esecutivo – fa il paio l’inclinazione analoga a sottoporre a censura, o a denunciare come eversive, quelle residuali testate che a tale sottomissione non si prestano. Mubarak ha forse avuto la mano più pesante di Berlusconi, e quando un programma o un articolo non gli erano particolarmente graditi, semplicemente mandava in carcere i direttori responsabili. Berlusconi è più delicato, emette editti bulgari e invoca la logica del complotto, ma di fatto – se potesse – probabilmente Biagi l’avrebbe spedito al confino, Luttazzi nelle patrie galere e Travaglio ai lavori forzati. Ma il Cavaliere deve darsi una patina (come gli è estetisticamente abituale) e fingere una moderazione che non ha. Quanto al monopolio, è una vocazione che non gli si può misconoscere, e con ogni evidenza fa parte del suo "regime" ritenere – secondo la stessa logica populistica di Mubarak – che chi non asseconda la sua politica sia un persecutore, e soprattutto che la legittimità e legittimazione al dominio incontrastato dei media siano sancite dal voto popolare, esattamente come, nella logica del raìs, il plebiscito estorto coi brogli implica il diritto alla dittatura.
Accanto al monopolio e in stretta affinità con esso è il patrimonio. Sia per Mubarak che per Berlusconi il patrimonio non si presenta come elemento parallelo o collaterale alla gestione degli affari politici, ma come strumento di coercizione consunsanziale alla stessa gestione politica. Mubarak, con un patrimonio familiare che ammonta intorno ai 70 miliardi di dollari, ha potuto comprare semplicemente l’obbedienza di ministri e sottoposti. Berlusconi – il cui spirito di fondo è quello della simonia – ha fatto e continua a fare altrettanto con la sola risibile differenza che chiama la sua perpetua campagna acquisti – dentro e fuori le lenzuola – "regalie". Ora, che si possa comprare qualcuno pagandolo, o che lo stesso effetto si possa ottenere elargendogli gratuitamente un regalo (cioè pagandolo in forma più elegante), la distinzione fra questa e quella forma di coercizione o di prebenda è solo un capriccio sofistico. Di fatto, se vogliamo escludere il reato di concussione vero e proprio – in cui pure il nostro si è distinto – l’acquisto della fedeltà ricade sotto la stessa logica, la coercizione. Anche sotto questo profilo, quindi, Berlusconi ha dato la stura a un’abitudine, a una (in)cultura dell’uso gerarchico del denaro, che in Mubarak trova un paradigma perfetto. Patrimoniale diventa la politica e patrimoniale l’entourage che su questo affidamento al capitale sente di dover prestare la propria opera di difesa delle ragioni del capo.
Ma il rapporto fra denaro e politica va anche al di là dell’uso che si fa di entrambi. Fondamentale è la natura di questo denaro e la sua fonte. Anche in questo senso è esemplare come sia Mubarak che Berlusconi abbiano potuto costruirsi una fortuna non solo grazie alla propria abilità professionale – Mubarak come aviatore, Berlusconi come imprenditore – ma grazie all’avallo di una politica complice dei loro affari. Nel primo caso, Mubarak cominciò a far soldi quando, prima di essere eletto presidente, commerciava armamenti militari intascando, come rappresentante del governo, percentuali astronomiche sul loro acquisto. Berlusconi, lo sappiamo, ricevette di sponda i benefici legislativi dell’amico Bettino. In entrambi i casi non erano dei ricchi prima di essere implicati nella politica, ma si sono arricchiti grazie alle loro implicazioni nella politica.
Un altro dato evidente è quello della menzogna. È stato sistematico, nella politica di Mubarak, presentare la propria azione come servizio alla popolazione e servigio al paese. Berlusconi, nel suo quindicennio populista, ha fatto lo stesso, ammantando l’insistito ricorso a leggi ad personam come espletamento di un dovere istituzionale nei confronti dei cittadini, che fosse la privacy ad essere invocata (sic!) oppure il diritto a governare "per il bene del paese" senza interferenze di tipo giudiziario. Mubarak non ha avuto bisogno di promulgare leggi ad personam per il semplice fatto che si è avvalso, senza scrupoli, della legge d’emergenza in vigore dall’assassinio di Sadat, che più che ad personam è proprio ad princeps. Ma ciò non toglie che lo spirito è lo stesso in entrambi: laddove la gestione del paese non corrisponde agli interessi privati del presidente una qualche legittimazione a perseguirli legalmente viene invocata nel diritto (nei due sensi del termine) a fare così. Non dimentichiamo poi che l’indipendenza della magistratura è stata in entrambi i casi sottoposta alle più esplicite e sottese pressioni, al punto che ammonimenti di questa o quella fatta a non perseguire i due capi o i loro sottoposti (pensiamo al caso Schifani-Tabucchi) valgono in effetti come avvertimenti, di carattere mafioso, lanciati contemporaneamente alla magistratura nel suo insieme e ai giornalisti che ne diffondevano le inchieste.
Non da ultimo va ricordato il modo di gestire il proprio declino. Mubarak non ha mai sottaciuto la propria arroganza di fronte alle manifestazioni di piazza, e pur di non riconoscere l’evidenza di un paese ostile ha minimizzato sistematicamente il peso della protesta popolare e cercato, altrettanto sistematicamente – come Berlusconi – di contrattaccare con manifestazioni di piazza in suo favore. Nel caso della rivoluzione egiziana con una devastante serie di attacchi alla pacifica protesta popolare – costati oltre 300 morti e più di 5000 feriti – e nel caso del ripiegamento reazionario di Berlusconi con quella che si potrebbe definire la patetica mess’in scena del kantismo di cantina, cioè l’ostentazione libertaria di libertini che fino a ieri professavano la centralità della famiglia, l’inno alla vita embrionale e via elencando. Insomma, di fronte all’evidenza nessuno dei due ha voluto affrontare il tribunale della storia ma ha scelto, con tipico spirito da regime, di appellarsi alla contraddittorietà più sfacciata: in entrambi i casi ostentando un "non ho colpe di cui rimproverarmi" che se non mietesse tragiche conseguenze sarebbe davvero ridicolo dover considerare seriamente.
Cosa ne dobbiamo dedurre? Che un regime è un regime a prescindere dalla fraseologia che ne accompagna il decorso e dalle forme esteriori di c
ui si ammanta. Un regime è innanzitutto la protervia nella difesa dell’indifendibile e l’ostinazione a ridurre le ragioni di tutti alle ragioni dell’uno. Nel caso di Mubarak sappiamo come è andata a finire. Nel caso di Berlusconi ci aspettiamo che l’indignazione popolare prenda, almeno in parte, i connotati di una rivoluzione. Se non proprio come quella egiziana, almeno nelle forme di cui può dotarsi un paese civile quando la misura è colma. Resistere, resistere, resistere, finché il buon senso non torni finalmente a prevalere.
(19 febbraio 2011)
| Condividi |
MicroMega rimane a disposizione dei titolari di copyright che non fosse riuscita a raggiungere.
