Berlusconi “neoliberista” e “criminale”: un quadro senza cornice

Luca Michelini

“Berlusconismo”, volume curato da Paul Ginsborg ed Enrica Asquer (Laterza), è una ricca e meritoria analisi del carattere anti-democratico e illegale del sistema di potere berlusconiano. Che non ne indaga però il rapporto con la natura costituzionalmente eversiva del capitalismo italiano.

[1]

1. La casa editrice Laterza è da diverso tempo in prima linea nella polemica contro il sistema di potere berlusconiano: il fatto non è secondario perché il nostro Paese ha tremendo bisogno di presidi anche imprenditoriali (e capitalistici), oltre che culturali, di libertà repubblicane. Il fatto non è secondario anche per la storia italiana del Novecento: ci fu un tempo in cui la Laterza, come ho avuto occasione di sottolineare in alcune ricerche, fu molto attigua al neo-liberismo nazionalista e fascista – pubblicava i testi di Maffeo Pantaleoni –, finché, vuoi motu proprio vuoi sospinta da Benedetto Croce e da Luigi Einaudi, resisi finalmente conto, solo dopo il delitto Matteotti, del gran danno che per l’Italia costituiva l’operato di Mussolini, fu tra le poche case editrici a mettere in circolazione in Italia testi (e basti pensare a quelli di Antonio Labriola o degli stessi Einaudi e Croce) che oggettivamente preservavano, trasmettevano e innovavano la tradizione che poi prenderà fiato nell’Italia repubblicana e di cui la stessa Laterza era stata insigne portavoce nei primi anni della sua esistenza.

In Italia manca una “pubblica opinione” articolata, pluralista e indipendente per davvero. Naturalmente, e purtroppo, i meccanismi dell’imprenditoria editoriale sono costretti per mille rivoli ad intersecare, prima o poi, l’intermediazione della politica e della logica di potere della “società civile” capitalistica: inutile ora fare lunghi excursus storici e disquisizioni dottrinali; basta, per fare un esempio, analizzare quanto sta avvenendo nell’Università con l’introduzione dei cosiddetti “criteri oggettivi” di valutazione, che, mettendo nel gioco case editrici private (e relativi comitati scientifici composti anche da docenti – con relativi conflitti d’interesse –, o composti… da chi, di grazia?), di fatto stanno operando una chiusura oligarchica e classista o, peggio ancora, neo-coloniale (a favore di una cultura, quella anglo-americana, ora ideologicamente orientata, ora in evidente affanno su tutto ciò che riguarda la crisi epocale in corso) del sapere proprio nel momento in cui con le reti informatiche la discussione scientifica, che dovrebbe essere del tutto indipendente dai diritti di proprietà vigenti, conosce potenzialmente una espansione virtuosa senza limiti. Ma si tratta solo di un esempio tra i tanti possibili: si tratta, infatti, della medesima logica che sottende il cosiddetto “ciclo economico” (orrenda definizione neutrale) capitalistico, che consente ad alcune classi (con complessi codazzi di ceti) e/o ad alcuni Paesi, di impedire un salto di sistema, quando ve ne sono e le condizioni e le necessità oggettive, da rintuzzare in tutti i modi con antistoriche forme di classismo e/o neo-colonialismo quali manovre finanziarie targate BCE o FMI, “riforme” (sic!) della scuola e dell’Università, privatizzazioni, liberalizzazioni, precarizzazioni e via via discorrendo, secondo tutte le ricette di politica economica che abbiamo conosciuto, ora da centro-destra ora da centro-sinistra, dal 1992 fino ad oggi.

Non è quindi mia intenzione incensare la Laterza, proponendo un concetto di “pubblica opinione” del tutto avulso dal concreto delle dinamiche sociali in atto; piuttosto, mi limito a constare il fatto molto positivo che, pur se, presumo, inevitabilmente coinvolta in queste dinamiche – in forme che solo la ricerca storica o solo l’esistenza di una pubblica opinione vera possono mettere in luce e che comunque meriterebbero un’analisi articolata –, la casa editrice sta tentando di portare avanti un discorso “repubblicano” incentrato sui valori della nostra Costituzione.

Il testo curato da Paul Ginsborg ed Enrica Asquer Berlusconismo. Analisi di un sistema di potere (2011) è la dimostrazione di questo meritorio operato: di seguito ne analizzerò punti di forza e di debolezza anche per proporre un ragionamento di carattere generale sia sul nostro capitalismo, sia sulle tante “casematte” che lo caratterizzano, prime tra tutte la “pubblica opinione” nelle sue multiformi espressioni: dai compartimenti disciplinari (economia, politologia, antropologia ecc.), ai quotidiani, riviste, fondazioni fino alle case editrici e ai quotidiani.

2. Il volume ha il pregio di focalizzare alcuni concetti imprescindibili: Berlusconi rappresenta una “minaccia” per la democrazia italiana e questa minaccia è stata colpevolmente e consociativamente sottovalutata dalle opposizioni tanto che, p.es., l’operato di M. D’Alema “ha condotto ad una ben nota sequela di disastri”[2]. Mentre la tradizione culturale del comunismo italiano si è tradotta in una penetrante capacità di analisi della realtà, e perciò stesso in un’efficace capacità di azione, i post-comunisti “non hanno dato prova di altrettanta serietà intellettuale”. Non solo i vari governi di centro-sinistra non hanno mai affrontato il conflitto d’interesse, ma si stanno dimostrando della stessa pasta dei “partiti democratici europei” dopo la prima guerra mondiale, che “non riuscirono in alcun modo a evitare la distruzione della democrazia”.

Diviene fondamentale, dunque, argomentare il motivo per il quale Berlusconi e il berlusconismo rappresentano un pericolo per la democrazia. Il testo, opportunamente, ricorre a differenti punti di vista, cioè a diverse discipline: il giornalismo, l’antropologia, la storia contemporanea, la politologia, la sociologia, il diritto (costituzionale, amministrativo ecc.), l’economia ecc. Lo schema proposto, se non sbaglio, è così riassumibile.

Berlusconi rappresenta anzitutto una “dittatura proprietaria”, secondo quanto propone P. Flores d’Arcais su “Micromega”, o, weberianamente, è un personaggio che alimenta un “sistema politico” fondato sul “patrimonialismo”[3]. Berlusconi è uomo ricchissimo, dotato della capacità di comperare qualsiasi cosa e soprattutto “uomini” attraverso l’uso di un certo tipo di “dono”[4], dotato di un potere fondato sulla televisione e perciò stesso su un preciso modello culturale, infine maestro nel saper utilizzare ai propri fini antiche consuetudini (clientelari) e antichi meccanismi propri della macchina statale e pubblica (e basti pensare al controllo di fatto esercitato sull’Agcom-Rai).

Berlusconi non è quindi solo “economia”, ma anche “discorso culturale”: ricorre all’ideologia neo-liberista anglo-americana, fa perno su una “celebrazione acritica
del mondo dei beni di consumo”, su una offerta televisiva capace di imbarbarire, per egemonia, anche quella pubblica, su un “populismo culturale” deliberatamente vocato alla manipolazione della realtà, sulla esaltazione dell’eroismo imprenditoriale e individuale che del kitsch e del trash si fa vanto per rimarcare la distanza dai vetusti costumi delle classi un tempo dirigenti; non solo Berlusconi ha creato nuove forme di “intellettuali organici”, come V. Sgarbi e G. Ferrara, ma ricorre anche ai più classici canali della produzione culturale, come dimostra la nascita di riviste come “Ideazione”, “Liberal”, “L’Occidentale”. Notevole importanza assume la visione “dei ruoli di genere” e quindi della donna: “il corpo delle donne viene consapevolmente proposto come merce, la cui vendita rischia di apparire l’unica strada valida per la conquista della realizzazione”. Trattandosi di una vera e propria “reazione” alle conquiste realizzate dalle donne fino agli anni settanta, non può sorprendere l’alleanza strategica realizzata da Berlusconi con la Chiesa cattolica, per la precisione con la CEI (Conferenza Episcopale Italiana), essendo il multiforme cattolicesimo sociale di fatto all’opposizione del sistema berlusconiano, come dimostra la questione “immigrazione”.

Questo coacervo mediatico-culturale propone un modello di società nettamente classista, anti-repubblicano e anti-democratico. Antistatalismo, esaltazione della libertà contro la democrazia, accentuazione delle diseguaglianze sociali e di opportunità, decisa scelta a favore del mondo imprenditoriale contro il mondo del lavoro, favoreggiamento dell’illegalità (alias evasione fiscale), clientelismo, xenofobia: ecco alcuni degli ingredienti del modello berlusconiano. In conclusione si tratta della proposizione di un potere “arcaico”, che probabilmente, suggeriscono i curatori, non sarà in grado di affrontare l’improvvisa venuta di “tempi difficili”, perché adatto ai tempi di cuccagna. Un sistema di potere, precisa Ginsborg in un contributo rivolto all’analisi dei ceti medi, che di fatto è eversivo o rivoluzionario (ma i due termini sono miei): Berlusconi “ha sempre considerato la sfera pubblica una zona di conquista, di occupazione, di trasformazione” (p. 55).

3. Molto utili gli approfondimenti, di cui darò conto solo sommariamente, offerti dai diversi autori.
G. Santomassimo si sofferma ad analizzare continuità e discontinuità tra il sistema di potere di Craxi e quello di Berlusconi: e così sottolinea il “revisionismo costituzionale”, l’attacco al mito resistenziale e il ruolo d’avanguardia degli intellettuali socialisti (PSI) nel formare “la scuola quadri” di Forza Italia. G. Gozzini rileva l’importanza della tv nel successo politico di Berlusconi[5]. A G. Turi preme rimarcare come il disarmo della cultura di sinistra (es.: la vicenda dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione e dell’“Unità”) corra parallelo alla nascita di un imponente reticolo istituzionale e culturale della destra (nel quale Dell’Utri gioca un certo ruolo), che passa anche per l’acquisizione (sappiamo avvenuta come) di case editrici come la Mondadori-Einaudi e per il contemporaneo e sistematico smantellamento della scuola pubblica a favore di quella privata-cattolica. F. Garibaldo mette in luce l’enorme trasferimento di ricchezza avvenuto ai danni del salario e a vantaggio del profitto e come le politiche del lavoro di Sacconi (che si dimentica di ricordare essere una tra le tante eredità di Craxi) siano tra le più reazionarie d’Europa. A. Gibelli si sofferma sul patto CEI-Berlusconi, fatto di un impasto, dall’inequivocabile sapore di antico regime (feudale), tra “interessi e valori”.

M. Revelli insiste su un concetto: l’Italia è un paese di poveri e ciò nonostante latita una seria politica di welfare (anche grazie al ministro leghista Maroni) come quella dei paesi europei più progrediti; l’immane trasferimento dal salario al profitto non si è poi tradotto nella nascita di “imprenditori schumpeteriani”, visto che investimenti e produttività del lavoro sono al palo. Berlusconi è causa, e non effetto di questo sistema sociale, che comunque contribuisce ad irrobustire facendosi portavoce di politiche e di ideologie completamente refrattarie alla redistribuzione della ricchezza in senso egualitario. E. Asquer si sofferma su un caso specifico, ma emblematico, di strategia culturale ed editoriale berlusconiana, il caso del settimanale “Chi”, che propone un modello sociale dove la ricchezza è finalmente vissuta senza noiosi sensi di colpa. E. Rubini dimostra come l’entrata in campo di Berlusconi sia dovuta all’impellente necessità di salvarsi dai processi, oltre che dal fallimento. N. Rangeri ci aiuta a comprendere i motivi profondi dei tagli di G. Tremonti all’editoria d’informazione: si tratta di fare tabula rasa del già asfittico mercato culturale italiano, miserrimo se paragonato a quello di Paesi europei simili al nostro.

A. Vannucci, occupandosi degli andamenti della corruzione in Italia, conclude amaramente constatando come ormai essa si sia stratificata in codici comportamentali e carrieristici, che, di fatto, la costituiscono in Stato nello Stato, avente un proprio preciso “ordinamento giuridico”. Rilevate alcune caratteristiche di fondo della burocrazia italiana – estrazione meridionale e formazione giuridica – G. Melis ne sottolinea la refrattarietà ad ogni tentativo di cambiamento, pur necessario per creare moderni “servizi”: un termine che Berlusconi semplicemente non include nel proprio lessico, poiché “aborrisce il corretto funzionamento della macchina pubblica” (p. 188), considerata come mero ostacolo agli animal  spirits del profitto. M. Onado registra il numero impressionante di scandali finanziari che punteggiano la storia italiana, focalizzando l’attenzione sui casi emblematici di Sindona e della Montedison: si tratta di un fenomeno connesso alla particolare caratteristica del capitalismo italiano, costituito da una ristrettissima élite finanziaria, più che industriale, che, adusa alla corruzione politica e sempre più moralmente spregiudicata, di fatto ha costituito il brodo di coltura dell’avventura di Berlusconi. Si propone addirittura la considerazione che l’ideal-tipo dell’imprenditore italiano sia caratterizzato da un’alta e sempre più crescente propensione all’illecito (p. 204).

A. Signorelli analizza il machismo berlusconiano, interpretato come parte integrante della totale mercificazione dell’esistente e quindi come parte di una oggettiva e generalizzata trasformazione del modello femminile: “sono le ragazze stesse le imprenditrici del loro corpo” (p. 217). Di suo Berlusconi mette una concezione feudale dello Stato, ereditata dalla vecchia DC, ma irrobustita da leggi come quella elettorale (“porcellum”). Infine G. Zagrebelsky apre gli occhi al lettore sul significato reale, per le poste in gioco che implica, di una terminologia che si tende a considerare neutrale e naturale: la “scesa in campo” sottende una vera e propria “teologia politica” incentrata sul “salvatore” (mandato dalla “provvidenza”) della pat
ria; il “contratto” rimanda ad un popolo bisognoso di “soccorso”: “rispondere alla chiamata sarebbe un atto di egoismo”; ecco dunque che Berlusconi “ama” l’Italia, secondo un lessico purtroppo accettato anche dal PD, si identifica con gli “italiani”, come a dire che chi non la pensa come lui italiano non è, e via via discorrendo, secondo terminologie che, purtroppo, tutti noi conosciamo e che il pubblico non solo televisivo e non solo del centro-destra usa inconsapevolmente, segno manifesto della “assuefazione” ad un mondo quale è quello fin qui descritto.

4. Dei saggi che compongono il volume non ho ancora menzionato quello di M. Travaglio e di S. Bonsanti: accennando anche ad altri autori, ne discuto ora per proporre alcune considerazioni critiche sul testo in esame e alcune riflessioni di carattere generale.

Berlusconismo non affronta in modo appropriato un’importante questione interpretativa, che pure pone. Non si capisce bene, infatti, se Berlusconi adotta un’ideologia neo-liberista o adotta anche una politica economica neo-liberista: la distinzione è fondamentale. Delle due l’una. O Berlusconi considera e tratta, con concreti atti di governo, “lo Stato e i suoi servitori” come “una potenziale minaccia alla persona del cittadino”, rigetta ogni forma di “pianificazione statale” a favore dell’unico controllo garantito dalla concorrenza facendo assumere al privato quasi una “assoluta precedenza” sul pubblico[6], è paladino di “individualismo”, di “difesa dallo Stato” e di “rifiuto dello Stato”[7] e di “liberismo”[8]. Oppure Berlusconi entra in politica e conquista lo Stato per salvarsi dai processi e dal fallimento[9], dopo avere di fatto conquistato una “posizione monopolistica” in campo televisivo[10] ed editoriale[11]. Il berlusconismo ha dato vita ad “un organicismo sociale corporativo” che demanda alle parti sociali la realizzazione e la gestione del welfare smantellando ogni forma di contratto collettivo e puntando su politiche economiche neo-mercantiliste di penetrazione dei mercati, oppure è paladino di un neo-liberismo à la Marchionne[12]? E Marchionne è davvero neo-liberista o piuttosto sta svolgendo una complessa politica con un attore, gli Stati Uniti d’America, che in patria sono tutt’altro che liberisti? E la politica sanitaria e scolastica incentrata sulla penetrazione di CL (Comunione e Liberazione) nel pubblico e lo smantellamento della scuola pubblica[13], è neo-liberismo? Berlusconi è neo-liberista o è il frutto di un sistema di potere incentrato su una concentrazione monopolistica del potere (rilevata dagli “intrecci nei consigli di amministrazione”) di carattere soprattutto finanziaria[14]?

Anche se si leggono le pagine di Ginsborg Berlusconi. Ambizioni patrimoniali di una democrazia mediatica, il dubbio non viene sciolto. L’antistatalismo e il neo-liberismo berlusconiano vengono infatti dimostrati ricorrendo ai discorsi di Berlusconi quindi analizzandone l’ideologia[15]. D’altra parte, la definizione di “patrimonialismo” – un “piano” incentrato “sull’accumulo illimitato di beni e proprietà”, sul “capriccioso arbitrio del patrono fondato su un debole stato di diritto”, sulla “reciprocità dei favori”[16] – oltre che essere forse troppo sintetica e affrettata rispetto al gran compito che le è affidato – quello di interpretare il “sistema berlusconiano” –, risulta una categoria avulsa dal resto della storia italiana. Da un lato c’è Berlusconi e il sistema berlusconiano (televisioni, Parlamento, partito, politica estera ecc.), dall’altro c’è… il capitalismo italiano: due entità che non s’incontrano mai. Berlusconi è un monopolista che si appropria della macchina statale oppure è un neo-liberista e un paladino di un blocco sociale neo-liberista? Ginsborg è consapevole della necessità di ricucire questo iato tra “storia di Berlusconi” e “storia italiana” e che i differenti punti di vista disciplinari adoperati per analizzare il sistema di potere berlusconiano alla fine devono proporre una sintesi interpretativa: infatti, in Berlusconismo Ginsborg propone una riflessione sull’atteggiamento dei ceti medi, e quindi del complesso mondo dei “distretti industriali”, uno degli assi portanti della società civile italiana, nei confronti di Berlusconi. Tuttavia, osservare che si tratta di un patto sociale fondato, da un alto (quello distrettuale) sul “concorrenzialismo” e dall’altro lato (Berlusconi) su “agevolazioni fiscali, condoni edilizi e depenalizzazione del falso in bilancio”[17], contribuisce poco a risolvere il problema circa la natura del sistema berlusconiano, cioè la natura dell’Italia post 1992, che viene definita Seconda Repubblica.

E’ poi il contributo di M. Travaglio a levare ogni dubbio circa la debolezza interpretativa di fondo offerta da Berlusconismo. Per quanto l’autore utilizzi toni e argomenti paradossali, in ogni caso alla fine suggerisce un ragionamento così riassumibile: il berlusconismo non è un regime, perché “non c’è alcun disegno” e quindi non c’è alcuna “ideologia e cultura”; non si tratta nemmeno di un “regime di destra”: l’unico motore dell’azione di Berlusconi è l’interesse personale. Siamo dunque di fronte ad “un regime ad personam”. Il “primo grande successo” della “propaganda” di Berlusconi è “far credere di essere un’altra cosa rispetto a quello che è”. L’iter della parabola di Berlusconi è il seguente: accumulazione originaria fondata su fondi di origine mafiosa e illegale; fortuna imprenditoriale legata al fatto che, fino al 1992, la legge non era uguale per tutti; di fronte a Mani Pulite, che rende per la prima volta effettivo l’articolo 3 della Costituzione, Berlusconi è costretto a mettersi in politica per tutelare i propri interessi, appoggiandosi di fatto a dell’Utri e quindi nuovamente alla mafia. Nasce quindi un sistema di potere fondato sulla reiterazione dei reati: “i reati vengono commessi uno dopo l’altro serialmente, sempre per occultare il reato precedente”; ne scaturisce una sequenza impressionante di “leggi vergogna”, che per altro trovano sponda in
un atteggiamento consociativo del centro-sinistra. Il risultato è lo svuotamento di fatto della Costituzione, soprattutto di tutto ciò che essa prevede in materia di “poteri di controllo”, una sistematica intimidazione delle opposizioni e “lo spegnimento delle voci dell’informazione libera”. Conclusione retorica: “Che cosa sarebbe stato dell’Italia se quelli che hanno buona vista e un buon cervello avessero voluto sin dall’inizio prendere Berlusconi per quello che era e trattarlo per quello che era, cioè non come un leader del centrodestra, non come un liberista, non come un conservatore, non come capo di un governo di destra (…) ma come un fenomeno completamente avulso da qualsiasi contesto ideologico, ideale, filosofico, semplicemente come un uomo che si stava facendo gli affari suoi e che, a immagine e somiglianza degli affari suoi, stava trasformando tutto quanto stava intorno a lui, le leggi, la Costituzione, il codice penale, l’opposizione, la televisione, i giornali e gli organi di controllo?”[18].

Ripeto: a Travaglio piace il paradosso e la posa gladiatoria; soprattutto, Travaglio ha il merito indiscusso di ricostruire con precisione e senza guardare in faccia a nessuno la lunga marcia di Berlusconi e rimando al suo recente ed indispensabile testo Ad personam. 1994-2010. Così destra e sinistra hanno privatizzato la democrazia (Chiarelettere, Milano, 2010). Il punto, tuttavia, ora è un altro. E’, infatti, assolutamente necessario capire sia il tipo di azione che caratterizza Berlusconi (e in tanti ne ignorano contenuti e significato… ), sia, però, come, per quali motivi e con quali esiti, proprio quel tipo di azione abbia potuto arrivare al governo del Paese, trasformandone radicalmente la fisionomia. Non credo di esagerare sintetizzando le tesi di Berlusconismo, e quindi di Ginsborg e di Travaglio, in questo modo: Berlusconi ha dato vita ad un sistema (uso un termine che rimane deliberatamente sul generico) neo-liberista e criminale. Domando: ma siamo proprio sicuri che si tratti di un sistema neo-liberista? E se è un sistema criminale, come considerare il fatto che l’Italia è diventata uno Stato e un sistema sociale… criminale? Portando il mio ragionamento fino alle estreme conseguenze, soprattutto analizzando il saggio di Travaglio, mi verrebbe da osservare: la lunga e meritoria opera d’analisi, che alla fine mette in luce il carattere eversivo e illegale dell’azione di Forza Italia, rinuncia tuttavia esplicitamente a chiarire e la natura del capitalismo italiano e, probabilmente, anche la natura dell’attuale fase del capitalismo in sé. Travaglio è arrivato al limite estremo delle potenzialità del pensiero liberale e democratico, dal quale proviene, e non osa oltrepassarlo. Non vuole varcare la soglia di quella che, genericamente, possiamo chiamare tradizione socialista, cioè di tutto quel complesso coacervo di teorie (anche in reciproca opposizione: Marx non è Bakunin o Keynes, e Keynes non è Stiglitz ecc.) che, individuate le leggi intime del capitalismo, ne scorge i limiti oggettivi e tenta di offrire razionali soluzioni, invischiandosi, alla fine, nei modi più capricciosi e complessi con le vicende della politica e del divenire storico. Non solo Travaglio non parla di capitalismo, ma nemmeno si avventura in una distinzione, tipica di larga parte della cultura italiana ora anti-sistema ora pro-sistema (p.es. i liberal-liberisti come Einaudi), tra capitalismo “vero” e capitalismo “straccione” o che dir si voglia, secondo altrettante declinazioni terminologiche (che sarebbe lungo ora richiamare) individuate, di periodo storico in periodo storico, paragonando il nostro Paese a quelli “più avanzati e civili”[19]. Per fare un esempio concreto, basti dire che il tema dei conflitti d’interesse, così importante nel caso di Berlusconi e opportunamente messo in luce da Travaglio (naturalmente, in Italia c’è chi nega e l’importanza e l’esistenza del problema… ), pervade una parte significativa della riflessione sul capitalismo contemporaneo, a cominciare da quello anglo-americano, e sulla crisi in corso: e per tutti rimando al testo di J.E. Stiglitz Bancarotta. L’economia mondiale in caduta libera (Einaudi, 2010).

5. Tanto Ginsborg che Travaglio sottovalutano, ritengo, anche la tradizione propriamente liberale e/o conservatrice. Per affrontare analiticamente il berlusconismo ho già avuto occasione[20] di utilizzare un celebre brano del Cours d’économie politique di Vilfredo Pareto, che recita così:

“Gli imprenditori risentono vivamente la pressione della libera concorrenza. Per sottrarvisi richiedono al governo ogni specie di protezione: protezione contro la concorrenza dei paesi stranieri; protezione contro gli operai (scioperi, associazioni operaie, ecc.); protezione mediante l’alterazione di monete; protezione contro i possessori di risparmio, il governo provvedendo a conceder prestiti ad un saggio minore di quello che si determina liberamente sul mercato; protezione per i trasporti per terra e per via d’acquea; sovvenzioni marittime; premi, ecc., ecc. Ogni governo, che accorda tali protezioni, impedisce agli ‘imprenditori’ di assolvere la loro funzione sociale. Opera come un governo socialista, che, dopo di aver incaricato dei funzionari di determinare i coefficienti di fabbricazione che danno il massimo di ofelimità, permettesse a questi funzionari di non farne nulla; ben peggio: permettesse loro di determinare i coefficienti di fabbricazione sì da favorire certi interessi particolari. Gli imprenditori, che assolvono la loro funzione sociale, sono degli esseri utili. Gli imprenditori, che non l’assolvono, sono, quanto meno, dei parassiti e possono divenire estremamente nocivi”[21].

Vorrei puntare l’attenzione su questo brano non solo per il suo valore euristico indubbio e fecondo – assai maggiore dei testi di M. Weber citati da Ginsborg in tema di “patrimonialismo” –, ma anche per il significato che ha avuto nel contesto della storia culturale, sociale e politica italiana. Quando scriveva quelle pagine Pareto era ancora libero-scambista, mentre di lì a qualche tempo, con il Manuale, opererà una svolta teorica a favore del protezionismo, cioè di quel sistema di potere che il brano citato metteva alla gogna. Questa svolta coinciderà con un periodo di attivo filo-nazionalismo e/o filo-fascismo non solo di Pareto, ma anche di tutto un coacervo di economisti – come Maffeo Pantaleoni, Luigi Einaudi e tanti altri – che, in modo generico e in questa sede per forza di cose approssimativo, possiamo definire liberisti, o, meglio ancora, disposti a valutare l’alternativa liberismo/protezionismo in termini pragmatici, secondo ragionamenti economici e sociali focalizzati di volta in volta[22]. Ed Einaudi sarà il primo, sempre in nome del liberal-liberismo, a staccarsi dal fascismo (come dicevo, solo dopo il delitto Matteotti), di fatto utilizzando, in modo complesso e originale, proprio l’indicazione del Cours di Pareto prima citata, e finendo per offrire un’interpretazione di carattere generale de
l fascismo e del nesso tra fascismo e borghesia imprenditoriale e finanziaria: e rimando al (davvero) classico volume La condotta economica e gli effetti sociali della guerra italiana (Laterza, 1933), dove l’azione del fascismo e della borghesia nazionale, scandagliata in alcune sue principali componenti (grandi industriali, grandi banche, borghesia distrettuale ecc.) è riscostruita cercando di valutare quale tipo di domini e di egemonie (utilizzo apposta terminologie gramsciane) ne erano sortiti[23].

Insomma: il problema della “scesa in campo” degli imprenditori in politica non è certo nuovo per la storia italiana, anche se con Berlusconi assume aspetti inediti; e si tratta di un problema che costituisce uno snodo teorico e storico centrale anche per la cultura liberale (per questo rammento a Travaglio i testi di Pareto e di Einaudi) per comprendere non solo la natura del capitalismo, tanto nelle sue componenti strutturali quanto in quelle sovrastrutturali (per riprendere una celebre distinzione operata da Marx), ma anche e soprattutto per comprendere la natura del capitalismo italiano[24]. Il fascismo, dobbiamo ricordarlo, fu un modello, un “sistema”, che non solo seppe espandersi a livello globale, ma che destabilizzò gli equilibri geo-politici europei e mondiali.

Berlusconismo non rimarca il fatto che il fenomeno “Berlusconi” appare dopo che i mercati anglo-americani hanno deliberatamente deciso (nel 1992) di spazzar via “l’anomalia italiana”, costituita dall’esistenza di un gigantesco e spesso dinamico apparato industriale pubblico e di un imponente movimento comunista e socialista, e più in generale, di un enorme movimento democratico trasversale ai partiti che, facendo leva sulla Costituzione, si prefiggeva di fatto, nonostante i veti geopolitici e le mille contraddizioni, un superamento di sistema[25]. Il risultato della crisi del 1992 è stata la nascita di un nuovo “regime capitalistico”, i cui contorni ancora non si riesce a definire in termini astratti, ma di cui tutti conosciamo fin nei minimi dettagli il funzionamento.

Berlusconismo non rimarca il fatto che le politiche adottate dagli anglo-americani in quel torno di tempo in Italia ricalcano alla perfezione le politiche utilizzate in tutto il mondo per porre fine a qualsivoglia alternativa di sistema, per altro innescando proprio quei meccanismi economici che culmineranno nella crisi del 2008 (ancora in corso) e ossessivamente riproposti in questo momento (BCE e FMI in testa) da tutti coloro che di questo sistema antistorico sono sentinelle.

Berlusconismo non rimarca il fatto che la figura imprenditoriale, forse anche e proprio in virtù dell’avventura “imprenditoriale” di Berlusconi e del suo significato sistemico, è assai più ricca di quella rimandataci dalla manualistica. Berlusconi è un imprenditore che senza lo Stato non potrebbe esistere; questo significa che Berlusconi non è un vero imprenditore capitalista, o, al contrario, significa che è emblema della trasformazione del ruolo imprenditoriale-capitalistico o della nascita di una nuova funzione imprenditoriale-capitalistica? Non ho risposte a queste domande: ma ritengo inevitabile porsele e rispondervi. Vorrei ricordare che in Italia vi è una notevole letteratura teorica e storica sull’“imprenditore politico” (nato con le cosiddette municipalizzate e quindi confluito nel sistema IRI ecc.): non voglio ora stabilire, anche perché si tratta di fenomeni assai differenti, paragoni analitici tra “imprenditore politico” e berlusconismo, ma semplicemente sottolineare il fatto che “l’imprenditorialità” è una funzione che si innesta non solo su differenti tipologie d’azienda (cooperative, non-profit, artigianato, imprese distrettuali, media impresa, multinazionali, impresa pubblica e via discorrendo), ma soprattutto su differenti formazioni economico-sociali, ovvero su complessi e differenti intrecci tra Stato e mercato. Quante sono le vecchie e le nuove figure imprenditoriali-capitalistiche (e non) che non potrebbero esistere senza l’intermediazione della politica? E’ possibile fare un qualsivoglia ragionamento sull’imprenditoria edile (per altro all’origine della “fortuna” di Berlusconi c’è la fase “palazzinaro milanese”), poniamo, prescindendo dall’intermediazione politico-urbanistica? E che dire della “imprenditorialità mafiosa”, su cui vi è abbondante letteratura? Naturalmente, mettere in luce le caratteristiche vecchie e nuove della funzione imprenditoriale-capitalistica non significa affatto offrirne in qualche modo una giustificazione: al contrario, significa proporne un’analisi approfondita per individuare, tra l’altro, una strategia precisa per superare il sistema economico-sociale vigente. Il rischio, altrimenti, è quello di pensare, come di fatto invita a pensare Travaglio, che il “problema Berlusconi” concerna solo il codice penale. Presentare Berlusconi soltanto come mero “criminale” significa non interrogarsi sulla natura profondamente eversiva della “borghesia italiana”, di cui Berlusconi si dichiara ossessivamente il miglior esponente: eversiva rispetto ai valori codificati dalla nostra Costituzione, frutto della lotta di liberazione dal nazi-fascismo.

La crisi economica mondiale in corso ripropone la necessità del cambiamento e del superamento dell’attuale sistema, mentre Berlusconi, come dimostrano le sue finanziarie (la politica economica), si batte strenuamente per il suo – del capitalismo, del particolare regime capitalistico italiano, infine del proprio patrimonio –  mantenimento. Non vorrei che le notazioni di Travaglio finiscano per costituire la scusa di un intervento anglo-americano per fare piazza pulita di uno “Stato-canaglia” (“criminale”) come l’Italia, ricorrendo come al solito (dal governo Amato in poi) ad un più “presentabile” centro-sinistra foriero di ulteriori privatizzazioni, flessibilizzazioni e smantellamenti di apparati e servizi pubblici: forse se diventassimo definitivamente una colonia anglo-americana o tedesca ne guadagneremmo in laicismo anticlericale, di cui l’Italia ha un gran bisogno; temo tuttavia che non ne sortirebbe un nuovo boom economico come quello degli anni 1955-1963 (che ebbe tra i protagonisti l’intervento pubblico) o un nuovo New Deal, come pure propone meritoriamente Furio Colombo dalle pagine del “Fatto quotidiano”, di cui vicedirettore è Travaglio; temo, invece, che ne potrebbe sortire, con la prudenza e i significativi silenzi di Travaglio, appunto una semi-colonia (magari balcanizzata) di sfruttamento per il neo-liberismo (all’estero) protezionista (all’interno) anglo-americano, piuttosto che tedesco.

Che la diffidenza di Ginsborg per le categorie marxiane[26] non gli sia di impedimento per comprendere le poste in gioco; che Bonsanti, che conclude Berlusconismo spronando la società civile italiana a “resistere”, in nome delle vittorie conseguite (difesa della Costituzione col referendum, radicamento di esperienze come Libera, successo
della campagna contro le “leggi bavaglio”) e di prossimi obiettivi da conseguire (riforma della legge elettorale, ri-democratizzazione di tutti i partiti, informazione indipendente), riesca a comprendere le più profonde dinamiche della “società civile” del capitalismo attuale, e si attrezzi a governarle in nome dei principi codificati dalla nostra Costituzione. Come non convenire con Santomassimo che all’Italia manca “un grande partito popolare e di massa dalla parte dei lavoratori”? Lavoriamo tutti per colmare questo vuoto, anzitutto sul piano analitico e culturale, prim’ancora che politico: pena il disfacimento della nostra civiltà. I “tempi duri” che ci attendono, proprio perché poco propizi a Berlusconi e, più in generale, alle classi dominanti europee e anglo-americane, potrebbero riservarci amarissime soprese.

NOTE

[1] www.lucamichelini.eu

[2] Salvo precisazione, tutte le citazioni del secondo paragrafo sono tratte dall’introduzione di Ginsborg e Asquer “Cos’è il berlusconismo”, pp. V-XXIX.

[3] Ginsborg vi ha dedicato il testo Berlusconi. Ambizioni patrimoniali di una democrazia mediatica, Einaudi, Torino, 2003, sul quale tornerò.

[4] Opportunamente M. Revelli dedica diverse pagine a distinguere il “dono” di maussiana memoria dal dono berlusconiano: pp. 96-100.

[5] Incredibile a dirsi, ma, come sappiamo, c’è chi lo nega! Ingenuità? Nossignore: spesso ben precise parti in causa…

[6] Ginsborg, p. XXXIII.

[7] Santomassimo, p. 5.

[8] Turi, p. 39.

[9] Rubini, p. 133.

[10] Gozzini, p. 17.

[11] Turi, passim.

[12] Garibaldo, passim.

[13] Gibelli, p. 74.

[14] Onado, passim.

[15] P. Ginsborg, Berlusconi ecc., cit., pp. 4-8. Il riferimento è ai due testi di Berlusconi Discorsi per la democrazia e L’Italia che ho in mente, entrambi Mondadori, Milano, 2000.

[16] P. Ginsborg, Berlusconi ecc., cit., p. 42.

[17] In Berlusconismo, cit., p. 55.

[18] M. Travaglio, “Un regine ‘à la charte’”, in Berlusconismo, pp. 149-160.

[19] Anche Ad personam non s’avventura più di tanto in considerazioni di carattere generale: cfr. comunque la premessa e l’Introduzione, ove di parla di “privatizzazione della giustizia”, di berlusconismo come “metastasi” delle istituzioni repubblicane, di assenza di stato di diritto ecc. (pp. 5-37).

[20] L. Michelini, Dallo Stato-imprenditore all’imprenditore-Stato, “Il Ponte”, 2009, n. 4; id., La borghesia illuminata, http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/riflessioni-sulla-borghesia-illuminata-italiana/

[21] V. Pareto, Corso di economia politica, Einaudi, Torino, 1943, vol. II, p. 105.

[22] L. Michelini, Liberalismo, nazionalismo, fascismo, M&B publishing, Milano, 1999.

[23] Id., La cronaca, la storia e la teoria della lotta di classe alla prova dei fatti: Luigi Einaudi e il “controllo operaio”, in G. Pavanalli (a cura di), Luigi Einaudi giornalista ed economista, in “Il Pensiero economico italiano”, 2010, n. 1.

[24] E quindi trovo opportuno l’invito di P. Flores d’Arcais di occuparsi di Fascismo e berlusconismo (“Micromega”, 2001, n.1, pp. 5 e sgg.), con un approccio comparativo ed analitico: un approccio che però ritengo debba essere approfondito.

[25] L. Michelini, La fine del liberismo di sinistra, 1998-2008, Il Ponte editore, Firenze, 2008.

[26] “Capitalisti contro proletari”, in un’Italia fatta di lavoratori autonomi, parrebbe a Ginsborg anticaglia, visto che si richiama ai testi di Sylos Labini: ma siamo poi davvero sicuri che questo sia il nocciolo della riflessione di Marx e che quella sia l’anatomia della società civile italiana?

(6 ottobre 2011)

Condividi Bookmark and Share



MicroMega rimane a disposizione dei titolari di copyright che non fosse riuscita a raggiungere.