Berlusconi prigioniero di se stesso
Curzio Maltese
, da Repubblica, 9 settembre 2011
Al culmine di una crisi che rischia di travolgere nell’ordine l’Italia, l’euro, l’Europa e il mondo, il capo del governo trascorre ore di intenso lavoro, chiuso in una stanza con l’avvocato Ghedini, per studiare un decreto anti-intercettazioni. Il terrore del premier non è affatto misterioso. Fra una settimana la procura di Bari deposita le intercettazioni dell’inchiesta Tarantini-escort, nelle quali pare che Berlusconi ne dica di tutti i colori.
Richieste, dettagli, particolari sulla vera natura delle «cene eleganti» di Arcore diverranno di pubblico dominio sui media italiani e stranieri, dove già Berlusconi è considerato, per usare la formula più diffusa, «un tragico clown». Lo squallore della vicenda è tale da augurarsi che ciò non avvenga. Per la pietà che suscitano certi casi umani e la vergogna che ricadrebbe sull’intero Paese. Ma un conto è provare pena da uomini e cittadini, altro è armare una guerra parlamentare, come sta facendo il premier, per arrivare all’ennesima legge ad personam.
Cerchiamo di essere chiari. La vita sessuale del presidente del Consiglio a noi non interessa e ne sappiamo già molto più di quanto vorremmo. Almeno fino a quando non lo spinge a commettere veri e propri reati. Come per esempio l’induzione alla prostituzione di ragazze minorenni e la concussione nel caso Ruby. Ai quali bisogna aggiungere, secondo l’anticipazione dell’Espresso, la telefonata in cui il premier suggerisce al fuggiasco Lavitola di non tornare in Italia. Una circostanza che perfino l’avvocato Ghedini in qualche modo conferma, sia pure alla sua maniera da azzeccagarbugli. Lo scandalo è che il presidente del Consiglio, per coprire le proprie miserie, non esiti a proporre una legge che equivale a un colpo mortale su decine e centinaia di indagini su mafia, camorra, ‘ndrangheta e traffici criminali d’ogni genere.
Per giustificare la follia il Cavaliere ha scatenato la più bugiarda e demenziale campagna mediatica mai affidata al suo apparato avvocatesco e giornalistico. A partire dall’argomento principale, portato dall’ineffabile avvocato Ghedini, secondo il quale «non è normale un Paese dove la magistratura intercetta il presidente del Consiglio». Sarebbe vero, ma non è mai accaduto. Mai nessuna toga rossa, bianca o nera, ha messo sotto controllo i telefoni del premier, ma soltanto quelli di indagati per reati comuni. E allora, caro avvocato Ghedini, la sentenza deve essere rovesciata. Non è normale un Paese dove un magistrato non può intercettare uno spacciatore, un latitante o un corrotto senza imbattersi, prima o poi, nell’inconfondibile voce del presidente del Consiglio. Indaghi su Lavitola e spunta Berlusconi, insegui le piste di cocaina di Tarantini ed ecco il Cavaliere, avvii un’inchiesta sui traffici di Lele Mora o sugli appalti Rai di Saccà e rieccolo. Che cosa dovrebbero fare i magistrati, tapparsi le orecchie, bruciare i nastri non appena riconoscono la voce, dimettersi? Non è colpa dei magistrati di Bari o Napoli se il capo del governo passa ore e ore al telefono con faccendieri, galeotti e pregiudicati.
Sono falsi gli altri argomenti che Berlusconi e la sottostante corte di servi da anni spacciano per dati inconfutabili. È una grossolana fesseria che «il novanta per cento degli italiani sono intercettati». È una favola che «le intercettazioni costano miliardi ogni anno». La nostra magistratura usa le intercettazioni né più né meno di quanto fanno i magistrati stranieri. Se non si è informati sulle grandi inchieste di mafia, e non sarebbe strano visti i telegiornali pubblici e privati, basta pensare al ruolo decisivo che le intercettazioni hanno avuto nei delitti più conosciuti dal pubblico, dalla strage di Novi all’omicidio di Sarah Scazzi.
Ma il presidente del Consiglio se ne infischia della lotta al crimine. È disposto a disarmare la magistratura pur di coprire il suo chiacchiericcio su puttane e tariffe con gentiluomini del calibro di Tarantini o Lavitola. È stato capace a suo tempo, per la stessa ragione, di distruggere l’alleanza di governo con Fini. L’ossessione del premier, in un mondo in fiamme, è salvare quel briciola di apparenza che lo circonda. Per farlo deve censurare se stesso, bruciare le frasi dette e le cose fatte. Il Berlusconi pubblico è atterrito dal Berlusconi privato, e noi da entrambi.
(9 settembre 2011)
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