Bersani, Serra e il pubblico di Rete 4
Per Pier Luigi Bersani “Non può dirsi popolare un partito che non riesce a parlare con chi guarda Rete 4”. Per Michele Serra la sinistra non può eludere la sua missione verso la complessità. Chi ha ragione?
di Emilio Carnevali
Michela Serra l’ha definita giustamente una “frase nevralgica” e le ha dedicato un interessante articolo sulla Repubblica di oggi. È quella pronunciata da Pier Luigi Bersani nel suo intervento di chiusura dell’Assemblea nazionale del Pd sabato scorso: "Non può dirsi popolare un partito che non riesce a parlare con chi guarda Rete 4".
A me l’espressione usata da Bersani – l’espressione, non la relazione nel suo complesso – è piaciuta molto. A Serra un po’ meno, dal momento che ha sentito il bisogno di evidenziarne il lato oscuro, di analizzarne i rischi: “Se per farsi capire da chi guarda Rete 4 bisogna parlare come Rete 4 – ha scritto Serra – allora ogni differenza culturale e politica, perde senso e valore. Allora – brutalmente – Berlusconi ha stravinto. Perché la chiave di quel linguaggio è la semplificazione, e il suo successo ‘popolare’ dipende esattamente dalla riduzione della realtà a un gradevole, maneggevole accessorio. Mentre la ‘chiave’, pesante come una croce, maledetta come un dovere, che la sinistra si porta in spalla è la complessità”.
Dall’ontologico legame con la ‘complessità’, con la consapevolezza dell’irriducibilità del proteiforme panorama sociale ad una formula accattivante, la sinistra avrebbe ricevuto lo stigma dello “snobismo” e dell’“antipatia”, alla base della sua epocale sconfitta.
Ma per Serra la via d’uscita non può consistere nel “fronteggiare il breviario di slogan oggi in corso con un contro-breviario di slogan alternativi”. Ne discenderebbe il venir meno delle ragioni profonde della sinistra come modalità di ‘orientamento nel mondo’ prima ancora che come opzione politica.
Scrive bene, Serra, quando individua nella Ragione (categoria egualitaria per eccellenza) la scaturigine primaria della Sinistra. Quello tra logos e mythos è, in fondo, il conflitto sotteso a quello fra l’illuminismo rivoluzionario del tardo Settecento e il tradizionalismo reazionario dell’età della Restaurazione, dal quale ha origine la stessa organizzazione del pensiero politico moderno attraverso le categorie spaziali di “Destra e Sinistra”.
La contrapposizione tra Destra e Sinistra, ha scritto Marco Revelli in un suo saggio uscito un paio di anni fa ed intitolato appunto Sinistra destra. L’identità smarrita (Laterza), è stata spesso concepita come “antitesi fra assunzione o distruzione della Ragione, che vede l’opzione prevalentemente razionalistica della sinistra, il suo privilegiare il logos sul mythos, contrapporsi al prevalente scetticismo della destra nei confronti delle costruzioni razionali e intellettuali e alla ricorrente esaltazione ora dell’intuizionismo ora di un empirismo a-razionale”.
Tutte cose verissime. E da tenere in gran conto, specialmente in tempi in cui la scelta della “scorciatoia”, ovvero della “subalternità culturale” alla destra, è stata spesso quella preferita dai leader politici del riformismo europeo.
Tuttavia non si può prescindere dal fatto che la politica di sinistra, ovvero la politica che dovrebbe trarre la propria Ragion (d’essere) da un disegno di “emancipazione”, non può prescindere dalla forza propulsiva di una “narrazione dell’emancipazione”.
Il movimento operaio, che in più di un secolo di lotte ha conseguito traguardi ineguagliati nel progresso civile e morale della società umana (vedi gli strenui tentativi del presidente Usa Obama di introdurre una cosa che qui da noi è scontata da diversi decenni, la sanità per tutti), era mosso nei sacrifici e nella voglia di riscatto dei suoi componenti dalla possibilità di un futuro più giusto, e non dal dibattito sul problema della trasformazione del valore in prezzi presente nel terzo libro del Capitale di Marx.
La bandiera delle 8 ore di lavoro fu anch’essa, in fondo, un contro-slogan agli slogan della fazione dell’ordine e del privilegio che allora tentava di soffocare nella culla il nascente movimento di emancipazione del lavoro. Uno slogan che evocava una straordinaria e concretissima conquista di dignità e progresso.
In un mondo sconvolto dalla cesura epocale della globalizzazione, è oggi molto più difficile per la sinistra proporre “bandiere” che abbiano la stessa capacità mobilitante delle 8 ore: ma è proprio attorno alla ricostruzione di “parole forti” che la sinistra dovrebbe fare pubblico uso della propria ragione, per usare un’espressione cara agli illuministi di ogni epoca.
Altrimenti rischiamo di essere travolti non dagli effimeri slogan di Rete 4, ma dalle “parole forti” di una destra che sa bene come offrire alle nostre desolate periferie metropolitane, alle consistenti marginalità sociali e culturali del nostro Paese, le risposte alla propria insicurezza ed al proprio disorientamento.
(10 ottobre 2009)
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