Biografie non autorizzate dei vertici della Chiesa
Valerio Gigante
Pubblichiamo qui di seguito il capitolo di "Paraventi sacri. Il ‘ventennio’ della Chiesa cattolica dietro il ritratto dei suoi protagonisti" (Trapani, Di Girolamo editore, 2010, pp. 155, euro 13,50), dedicato al card. Tarcisio Bertone. Il libro, scritto da Valerio Gigante, redattore dell’agenzia di informazione politico-religiosa Adista e collaboratore di MicroMega, è costituito da una galleria di brevi ritratti, biografie rigorosamente “non autorizzate”, che tentano di ricostruire vicende e percorsi di una serie di esponenti della gerarchia cattolica alla ribalta delle cronache ecclesiali e politiche degli ultimi 20-25 anni, in Italia e non solo: “Il ventennio” della Chiesa cattolica di Wojtyla, Ratzinger, Ruini, e molti altri emerge così come dai tasselli di un puzzle, attraverso contributi che mettono a fuoco la lunga marcia (indietro) che ha portato la Chiesa cattolica uscita dal Concilio Vaticano II verso l’attuale stagione di intransigente conflitto con la modernità.
Tarcisio Bertone
UNA CARRIERA SOTTO VUOTO.
SPINTO DA RATZINGER
Il colmo, per il capo della diplomazia vaticana: essere stato nominato attraverso quello che è apparso a tutti gli effetti un pasticcio diplomatico. Ma alla fine, nonostante tutto, il risultato è stato incassato e la corsa alla Segreteria di Stato vaticana l’ha vinta lui: il card. Tarcisio Bertone.
Seppure da tempo voci insistenti lo pronosticassero in pole position per la successione al card. Angelo Sodano, la scalata di Bertone ai vertici della Curia – compiutasi nel giugno 2006 – è stata più difficile di quanto, apparentemente, potrebbe sembrare. Pare che la scelta del papa fosse stata fatta già diverse settimane prima, ma abbia dovuto attendere a lungo il gradimento della Curia: un dato che mostra quanto fossero forti le resistenze di alcuni settori del Vaticano alla nomina di Bertone. Principalmente, le resistenze venivano dalla cordata che fa capo al card. Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazione per i Vescovi, che alla successione di Sodano aveva a lungo (inutilmente) aspirato. Ma anche dal fatto che in Vaticano qualcuno non gradiva il fatto che Bertone, scardinando la tradizione, divenisse Segretario di Stato senza aver fatto alcun “tirocinio” diplomatico.
Il malumore che circolava negli ambienti della Curia trovava una ulteriore conferma anche dalla fuga incontrollata di notizie che davano per avvenuta la nomina di Bertone già una settimana prima della ratifica ufficiale: qualcuno, dentro il Vaticano, aveva forse tentato in extremis di “bruciarne” la candidatura, dandola in pasto alla stampa prima che essa venisse effettivamente formalizzata. Difficile, del resto, pensare che a pilotare la fuga di notizie sia stato lo stesso Bertone, magari per sbloccare un’impasse che iniziava a diventare imbarazzante e pericolosa, visto il disappunto con cui lo stesso Bertone smentì le indiscrezioni sul suo conto. Del tutto inusuale, in ogni caso, il modo con cui avvenne l ’avvicendamento tra Sodano e Bertone, con il papa che si limitava ad annunciare una nomina che sarebbe stata effettivamente ratificata solo il 15 settembre successivo. Questo, infatti, il comunicato rilasciato dalla Sala Stampa vaticana il 22 giugno 2006: “Il Santo Padre ha accettato, secondo il Can. 354 del Codice di Diritto Canonico le dimissioni di Sua Eminenza il Card. Angelo Sodano, Segretario di Stato, chiedendogli, però, di rimanere in carica fino al 15 settembre 2006, con tutte le facoltà inerenti a tale ufficio. In detta medesima data – il 15 settembre prossimo – il Santo Padre nominerà il Card. Tarcisio Bertone, Arcivescovo di Genova, come nuovo Segretario di Stato. In quell’occasione, Sua Santità ringrazierà pubblicamente il Card. Sodano per il suo lungo e generoso servizio alla Santa Sede e presenterà il nuovo Segretario di Stato”.
Un pasticcio, insomma, che evidenziava chiaramente la volontà del papa di mettere una toppa ad una situazione che rischiava di sfuggirgli di mano, anticipando una decisione che i rapporti di forza interni stavano rendendo sempre più difficile da imporre, poiché sul nome di Bertone, in Vaticano, si stava facendo il vuoto. L’imbarazzo del papa coinvolgeva anche i fedeli della diocesi di Genova, cui Ratzinger aveva sentito il bisogno di scrivere una breve lettera, pubblicata su Avvenire il 23/6, in cui chiedeva ai genovesi il “grande sacrificio” di privarsi di Bertone.
Genova, infatti, ormai dall’epoca del card. Giuseppe Siri – per 40 anni metropolita della città – non riesce ad avere un arcivescovo che “duri” più di pochi anni. In ogni caso, l’elezione di Bertone confermava che Ratzinger nelle nomine curiali aveva seguito pedissequamente quei criteri carrieristici che tanto aveva deprecato prima da cardinale e poi da papa ed era guidato dall’intento di mettere nei posti chiave dello scacchiere vaticano uomini di provata fedeltà.
Una carriera a carburazione lenta
Nato a Romano Canavese (provincia di Torino e diocesi di Ivrea) nel 1934, Tarcisio Bertone è il quinto di otto figli. Ha studiato in un “santuario” salesiano, l’oratorio di Valdocco a Torino, che, ancora giovane, lo attrasse verso la sequela di don Bosco. Divenuto prete salesiano il 1° luglio 1960, dopo essersi licenziato in Teologia alla Facoltà Teologica Salesiana di Torino, proseguì gli studi in Diritto Canonico a Roma, presso il Pontificio Ateneo Salesiano, dove insegnò dal 1967 al 1991.
Come docente e studioso Bertone si segnalò non tanto come teologo, quanto per la profonda conoscenza del diritto canonico e l’esperienza in campo giuridico. La sua carriera ecclesiastica vera e propria cominciò negli anni ’80, quando assunse il ruolo di consultore in diversi dicasteri della Curia Romana, soprattutto quello per la Dottrina della Fede. Poi, nel 1989, Bertone iniziò a bruciare le tappe: quell’anno venne eletto Rettore Magnifico dell’Università Pontificia Salesiana. Appena due anni dopo, nel 1991, il papa lo chiamò alla guida della diocesi di Vercelli. Altri due anni appena e la Cei lo nominò presidente della Commissione Ecclesiale Giustizia e Pace. Poi nel 1995, Giovanni Paolo II lo volle Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, vice di Joseph Ratzinger, di cui divenne il fedele braccio destro. Come Segretario dell’ex Sant’Uffizio fu corresponsabile di molte discusse decisioni prese dal dicastero e si fece la fama di coriaceo e inflessibile custode dell’ortodossia romanocentrica.
Nel ’97 firmò l’incredibile scomunica al teologo progressista cingalese Tissa Balasuriya – uno degli esponenti più autorevoli della teologia asiatica – ritirata però dopo appena un anno. Collaborò poi alla stesura della Dominus Iesus, documento che, affermando l ’unicità salvifica di Cristo che si realizza solo attraverso la sua Chiesa (ovviamente quella cattolica), comprometteva seriamente il dialogo ecumenico. Nel 2000 il papa lo incaricò di curare la pubblicazione della terza parte del “segreto” di Fatima e nel 2001 di “curare”, dopo il clamoroso matrimonio con Maria Sung, mons. Milingo, cui Bertone prescrisse un lungo (e misterioso, giacché del vescovo guaritore non si ebbe alcuna notizia per diversi mesi) “ritiro spirituale”. Poi nel 2003 Bertone succedette, dopo una lunga lotta tra le correnti curiali, a Tettamanzi come ar
civescovo di Genova: la città della lanterna era all’epoca l’ultima sede cardinalizia ancora disponibile, utile ad ingrossare le file o dei “progressisti” o dei “conservatori” in vista del Conclave. Ovvio quindi che fosse una cattedra particolarmente contesa: la prese Bertone, segnando un punto a favore dell’ala conservatrice del Concistoro, che l’anno successivo dilagò, riuscendo a far eleggere il ciellino Angelo Scola come patriarca di Venezia.
Il segretario di “stadio” e la dottrina della “rete”
Ma oltre ad una grande abilità nel muoversi dentro gli ambienti ecclesiastici, Bertone ha sempre posto grande cura alla promozione di se stesso e della sua immagine presso l’opinione pubblica e i media. Fu per un periodo corrispondente della Radio Vaticana. Non di rado ospite di eventi mondani, kermesse laiche e religiose, nonché di trasmissioni televisive. L’11 gennaio 2004, si fece conoscere al grande pubblico in qualità di telecronista di una emittente locale genovese, commentando la partita Sampdoria-Juventus (nella stessa veste partecipò anche alla trasmissione di Rai2 “Quelli che il calcio …”). Memorabile un passaggio del la telecronaca in cui l ’arcivescovo ipotizzò l ’ideale formazione di una ipotetica nazionale della Chiesa. A se stesso assegnò il ruolo di presidente; per Ratzinger quello di allenatore, “perché – disse – è uno come Trapattoni,riesce a dominare e controllare le situazioni della Chiesa: sì, direi che è il più adatto … Centravanti Ruini,che è come Trezeguet; il regista invece lo farei fare al segretario di Stato Sodano,chi meglio di lui può inventare gioco? E per la difesa Tettamanzi … eh sì, non può certo fare l’attaccante …”.
Sempre in Tv, il 17 febbraio 2005, ospite di Bruno Vespa in una puntata di “Porta a Porta”, rivelò in anteprima assoluta che la Commissione teologica istituita per analizzare il caso della lacrimazione della Madonna di Civitavecchia aveva emesso un verdetto che stabiliva che il fenomeno “non consta della soprannaturalità”. Non lo sapevano neanche la famiglia Gregori, proprietaria della statua “miracolosa”, ed il vescovo di Civitavecchia, mons. Girolamo Grillo.
Dai riflettori alla “lanterna”
Anche come vescovo di Genova Bertone non ha mancato di confermare la sua fama di duro:nel 2004, in un intervento pubblicato il 13 giugno sulla testata diocesana Settimanale cattolico (che ora si chiama Il cittadino), giudicò la lettera scritta dai parroci di Cornigliano per osteggiare la costruzione di una moschea nel loro quartiere “un intervento stimolante” e, pur ribadendo il “diritto di ogni comunità religiosa di avere il suo proprio luogo di culto”, invocava il principio di reciprocità. E comunque, disse, sarebbe stato meglio se la moschea si fosse costruita “in un ambito meno caratterizzato socialmente, tale da non suscitare la reazione della popolazione locale, in uno spazio più ampio, più aperto, più ‘neutrale’, urbanisticamente dignitoso, ma meno invasivo della vita di quel 99 ed oltre per cento di persone che non sono musulmane, come accadrebbe in quella via di Cornigliano”. Particolarmente controversa fu la decisione di Bertone di presenziare, il 20 luglio dello stesso anno, accanto al presidente della Repubblica Ciampi, al ministro della Difesa Martino e al Capo di Stato Maggiore della Marina Biraghi, all’inaugurazione della portaerei “Cavour”, la più grande della flotta militare italiana, impartendo – proprio lui che era stato presidente della Commissione Cei Giustizia e Pace – la sua benedizione alla nave da guerra ancorata nel porto di Genova.
Più recentemente, gli strali di Bertone hanno colpito don Andrea Gallo, reo di aver pubblicamente preso posizione a sostegno della libertà di coscienza nel referendum sulla fecondazione assistita del 2005: mons. Luigi Palletti, vicario generale dell’arcidiocesi di Genova,rimproverò aspramente, a nome della Curia, il sacerdote intimandogli di “fare chiarezza”, “smentire” e “rettificare pubblicamente” le sue affermazioni, minacciando, in caso contrario, “i provvedimenti canonici del caso” nei suoi con fronti.
Sono invece del 2006 i ripetuti attacchi al Codice Da Vinci di Dan Brown, e l’anatema scagliato contro lo spettacolo teatrale “La scimia”, andato in scena il 21 e 22 aprile dello stesso anno al teatro dell’Archivolto di Genova. La pièce, per la sua satira nei confronti di un certo tipo di religiosità repressiva ed oscurantista, era da tempo oggetto di feroci strali da parte del cattolicesimo più tradizionalista, cui Bertone non aveva voluto far man care il suo sostegno: “Questa non è libertà di espressione – tuonò Bertone – ma è una vera offesa ai simboli cristiani, è blasfema al pari delle vignette su Maometto”. Nella Lectio magistralis tenuta in occasione dell’apertura,ai primi di dicembre 2008, dell’anno accademico della Facoltà di Diritto Canonico San Pio X di Venezia, Bertone fugò poi ogni residuo dubbio sul fatto che all’interno della comunità ecclesiale vi possa essere spazio per la democrazia e l’uguaglianza tra i suoi membri. Nella Chiesa, affermò il Segretario di Stato vaticano,“la fondamentale e uguale dignità e partecipazione che tutti hanno in forza dell’unico battesimo, viene esercitata secondo una diversità di funzioni” avendo quindi come risultato “distinzione e ineguaglianza tra i membri”. Non è pensabile, proseguì il cardinale, una Chiesa “che riposi solamente sulle decisioni di una maggioranza” perché diverrebbe “una Chiesa puramente umana, ridotta al livello di ciò che è fattibile e plausibile, di quanto è frutto della propria azione e delle proprie intuizioni e opinioni, in cui quest’ultime sostituiscono la fede”.
Chi fa politica?
Ma l’azione di Bertone non smette di suscitare malumori in Curia e la fronda al Segretario di Stato si è negli anni consolidata. A guidarla, il card. Camillo Ruini, non più presidente della Cei, ma ancora potentissimo all’interno della Conferenza Episcopale e perciò ostinatamente convinto di poter continuare a condizionare le scelte politiche della Chiesa in Italia. Tanto più che Bertone, sempre più insofferente nei confronti dell’inossidabile potere ruiniano, ha invece mostrato il desiderio di dare un’impronta più equilibrata all’azione politica della Chiesa.
Un primo round dello scontro tra i due si è consumato sull’Eurostar Roma-Bologna, sul quale l’8 febbraio 2008 stava viaggiando Pierferdinando Casini. Il leader dell’Udc,che stava accompagnando la moglie ad una visita medica, secondo il racconto fatto da Claudio Tito su Repubblica (9/2/08) – sarebbe stato raggiunto da una telefonata di Gianni Letta che, in viva voce, lo avrebbe messo in comunicazione con Berlusconi e Fini. I due, che stavano mettendo a punto gli ultimi dettagli dell’intesa sulla lista unica che alle politiche avrebbe visto correre sotto un unico simbolo Forza Italia e Alleanza Nazionale, dopo aver informato Casini dell’accordo, lo avrebbero invitato a dare la sua adesione, rinunciando a presentare il simbolo dell’Udc alle elezioni per confluire nel listone con Fi ed An.“Io – avrebbe sbottato il capo dei centristi – fino a ieri non avevo il minimo sentor
e di questo disegno. E ora venite a dirmi ‘o dentro o fuori’?”. Indignato, Casini avrebbe poi telefonato a Ruini. Il cardinale lo avrebbe tranquillizzato, sottolineando l’importanza di una presenza cattolica autonoma nello schieramento di centrodestra e garantendo il suo intervento per convincere Berlusconi e Fini ad accettare l’apparentamento tra la lista del Popolo della Libertà e quella dell’Udc. Il giorno dopo (9/2/08), proprio un fedelissimo di Ruini, il direttore di Avvenire Dino Boffo, illustrava la linea ruiniana ai microfoni del Tg1 delle 20 con una inquadratura che non ammetteva equivoci: Boffo parlava infatti da ponte S. Angelo, con vista sul Cupolone. Come a dire: la mia è la posizione della Chiesa: “Per gli umori che raccolgo in giro – disse infatti Boffo (le cui parole sono state riprese il giorno successivo dal suo giornale, l’Avvenire (10/2/08)– è interesse dei cattolici, come credo sia interesse dello stesso polo di centrodestra,che sia salvaguardata la persistenza di un partito che fa direttamente riferimento alla dottrina sociale cristiana ”. Una ingerenza che pare non piacque affatto al card. Bertone. Che pensò bene di utilizzare l’organo ufficioso del Vaticano, l’Osservatore Romano, per lanciare la sua controffensiva. Il giorno dell’anniversario dei Patti Lateranensi, è tradizione che il quotidiano vaticano pubblichi un articolo per tracciare un bilancio dei rapporti tra Stato e Chiesa. Stesso titolo ogni anno, “11 febbraio”, stessa collocazione, la spalla destra di prima pagina. Nessuna firma, ad intendere che il contenuto del pezzo è concordato con la Segreteria di Stato vaticana.
Significativo quindi che l’11 febbraio 2008, alla fine dell’articolo, ci fosse una stoccata a Ruini ed al suo entourage. “Appaiono assolutamente improprie, anzi senz’altro erronee le confusioni che non di rado si fanno,nella polemica politica e sui mass media, tra la Santa Sede e la Chiesa italiana; tra la Città del Vaticano, che rispetto all’Italia è uno Stato straniero, e l’episcopato italiano riunito nella Conferenza Episcopale Italiana; tra le istituzioni della Santa Sede o vaticane e le istituzioni della Chiesa italiana”. Chiarissimo il senso: i rapporti tra Chiesa e Stato in Italia sono regolati da un Concordato stipulato non con la Cei, ma col Vaticano, ed è quest’ultimo, quindi (attraverso il Segretario di Stato) a dover gestire questioni politiche che insorgessero circa le presenze e l ’attività della Chiesa in Italia. Del resto, l’intervista concessa da Dino Boffo al Tg1 non era sfuggita neanche a Famiglia Cristiana. “È la prima volta nel la storia della Seconda Repubblica – scrisse il settimanale dei religiosi paolini, che ha particolarmente patito lo strapotere ruinia no sui propri media – che un esponente riconducibile all’episcopato italiano, o più probabilmente a qualche suo esponente di rilievo, prende una posizione pubblica di questo genere”. In ogni caso,resta la direttiva del card. Bertone contenuta nella lettera al neoeletto presidente della Conferenza Episcopale Italiana Bagnasco, quando il 27 marzo 2007 il Segretario di Stato invitò il capo della Cei a “riservare priorità all’evangelizzazione, alla catechesi dei giovani e degli adulti, ad una recuperata e motivata disciplina del clero e ad un impegno comune per la promozione specifica delle vocazioni al ministero presbiterale”, facendo nel prosieguo della missiva intendere che era alla Segreteria di Stato vaticana che spettava la gestione dei rapporti con lo Stato italiano e con i partiti. La lettera doveva restare personale. Ma Bertone la fece pubblicare sull’Osservatore Romano. Messaggio chiarissimo. Che però è restato in gran parte inascoltato presso la presidenza della Cei. E lo scontro è continuato.
Il recente affaire Boffo – dimessosi nel settembre 2009 dalla direzione di Avvenire, Sat2000 ed Inblu dopo le rivelazioni del 28 agosto 2009 fatte dal Giornale su una sua pregressa condanna penale per molestie – può essere una testimonianza di questo crescente stato di tensione. Boffo è stato infatti tenacemente difeso dalla Cei, ma debolmente sostenuto in Vaticano. “L ’attacco al di rettore di Avvenire è un fatto disgustoso e molto grave”, aveva subito dichiarato nella forma più solenne possibile il card. Bagnasco al Tg1 (29/8/2009): Bagnasco aveva infatti scelto di rilascia re le dichiarazioni a difesa di Boffo con indosso i paramenti sacri (era a Genova e si apprestava a celebrare la festa del santuario della Madonna della Guardia). Stile e toni ben diversi da quel li usati dal Vaticano. Solo il pomeriggio di martedì 2 settembre, padre Lombardi comunicò la notizia di una telefonata di solidarietà del Segretario di Stato Bertone a Dino Boffo. L’Osservatore Romano, inoltre, non diede alcun rilievo alla vicenda, né con articoli né con commenti. Anzi, il suo direttore, Gian Maria Vian, rilasciò un’intervista al Corriere (31/8/2009) nella quale emergeva una linea ben diversa da quella dei vertici della Cei. Vian rivendi cava a suo merito il non aver mai pubblicato “una riga ” sulle “vicende private” di Silvio Berlusconi, definendo le prese di posizione polemiche di Avvenire nei confronti del governo “imprudenti ed esagerate”. Inoltre, a conferma che la “polpetta avvelenata” nei confronti del direttore di Avvenire era stata probabilmente preparata in ambito ecclesiastico prima di arrivare sulla scrivania del diretto re del Giornale, c’è da aggiungere che il dossier su Boffo circolava da tempo,sia all’interno dell’Università cattolica di Milano che tra i vescovi.
L’ennesima puntata dello scontro tra Bertone e Ruini si è consumata il 20 gennaio 2010, quando Berlusconi e Letta sono andati a trovare l’ex presidente della Cei nella sua casa romana. Durante la cena (ce n’era stata una anche nel luglio 2009), Ruini ha ripreso in mano le redini dei rapporti con il mondo politico italiano, sferrando un nuovo colpo alla leadership di Bertone: ha infatti benedetto la “santa alleanza” tra Pdl e Udc nel Lazio per contrastare la possibile vittoria di Emma Bonino nella corsa alla presidenza della Regione. Il giorno successivo all’incontro, la Santa Sede ha reso nota la lettera con cui il papa confermava Bertone dimissionario poiché aveva compiuto i canonici 75 anni di età) nella carica di Segretario di Stato Vaticano. Un modo per sostenere Bertone e la sua cordata. Ma fino a un certo punto. Nella missiva infatti Ratzinger sottolineava “il sensus fidei, la preparazione dottrinale e canonista” e l’“humanitas” di Bertone. Ma sulle qualità politico-diplomatiche del porporato nemmeno una parola. Un ulteriore segno che da strisciante la guerra tra settori del la gerarchia cattolica si fa sempre più aperta. E che grande è la confusione che regna sotto il “Cielo”.
(22 marzo 2010)
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