Bologna e i bambini. Ancora sul referendum

Giovanni Cocchi

intervista a Luca Lambertini e Federico Cinetto , da Gli Asini rivista

Giovanni Cocchi, maestro per oltre 20 anni, da alcuni insegna in una scuola secondaria di primo grado di Bologna ed è un attivista del “Comitato articolo 33” che ha promosso un referendum consultivo sull’abolizione dei contributi comunali alle scuole dell’infanzia paritarie private. Lo abbiamo intervistato a proposito della vicenda referendaria che vede schierato in forze il partito di maggioranza dell’amministrazione comunale (il PD) nella difesa del finanziamento delle scuole private e del sistema scolastico misto pubblico-privato. Ci sembra significativo che questa vicenda si svolga proprio nella città che, negli anni ’60, è stata luogo fondamentale di elaborazione e sperimentazione della scuola dell’infanzia pubblica. Uno scontro che poteva essere evitato e depotenziato dall’amministrazione in più occasioni, dando vita a un ragionamento ampio e partecipato (più volte promesso ma realizzato solo tardivamente e in modo estremamente parziale) sul futuro dei servizi scolastici ed educativi in un contesto legislativo che da anni non fa che tagliare i fondi e impedire alle amministrazioni pubbliche la gestione diretta dei servizi. È stata invece preferita la via dell’autoreferenzialità, dello scontro frontale contro quello che dovrebbe essere il proprio bacino elettorale che chiede con forza di poter dire la propria su questioni fondamentali per il futuro della città. Una vicenda che, ci pare, ben si inserisce nello scenario di “suicidio politico” che la sinistra italiana sta compiendo in queste settimane anche a livello nazionale.

Partiamo dalla storia del referendum, ovvero, dove’ è nata l’idea, in quali contesti e che percorso è stato fatto?

Dunque, la storia del referendum di Bologna è lunga, l’inizio del percorso lo si può ricondurre al 1994, quando venne deciso dalla giunta Vitali di stanziare il corrispettivo di 295.000 euro annui di finanziamento alle scuole materne private convenzionate; finanziamenti che sono via via cresciuti, di giunta in giunta, fino a raggiungere nel 2012 la cifra di ben 1.189.000 euro annui.

Già allora vi fu chi cercò di contrastare quei finanziamenti e quelli deliberati dalla successiva legge regionale del 1995. Fu promosso un ricorso (da parte del Comitato Bolognese di Scuola e Costituzione, Comunità ebraica, Chiesa evangelica metodista, Chiesa cristiana avventista), che portò il TAR dell’Emilia Romagna a sollevare il dubbio di incostituzionalità della legge regionale. Nel 1999 la Regione tentò di allargare i finanziamenti a tutti gli ordini di scuola introducendo (Legge Rivola) il rimborso delle spese scolastiche sostenute. I primi due anni di applicazione mostrarono che i beneficiari del provvedimento erano al 90% genitori di scuole private. Furono raccolte 60.000 firme per un referendum regionale. La regione sostituì la legge da poco approvata con un’altra abrogativa della precedente che il comitato dei garanti giudicò tale da soddisfare la richiesta referendaria e annullare il referendum. Tale Legge (Bastico) eliminò il rimborso delle spese sostenute sostituendolo con un assegno a tutti i bisognosi ma mantenne il finanziamento alle scuole materne convenzionate. Tale impostazione fu poi ripresa nella legge nazionale di parità n. 62/2000.

Il referendum di oggi è nato dall’evidenza del fallimento del sistema misto-integrato bolognese e dalla negazione di un diritto costituzionale: il diritto delle famiglie di poter iscrivere i propri figli ad una scuola pubblica. L’anno scorso, a giugno, c’era una lista d’attesa per le scuole dell’infanzia che contava ben 423 bambini; ancora a gennaio, nonostante l’apertura di 9 nuove sezioni part time, la lista d’attesa era ancora di 126 posti con 94 posti disponibili nelle scuole paritarie private, a dimostrazione del fatto che ci sono famiglie che non possono permettersi e/o non vogliono mandare i propri figli alle scuole paritarie private.

Il “comitato articolo 33”, di cui fanno parte diverse realtà associative (alcuni sindacati, Assemblea scuole, Comitato genitori nidi e materne, educatrici ed educatori contro i tagli, Genitori esclusi, Comitato bolognese Scuola e Costituzione…), ha depositato due anni fa una prima volta il quesito referendario, dichiarato inammissibile dai garanti del Comune di Bologna nel giugno del 2011, poi riformulato ed accolto il 23 luglio 2012.

È quindi partita la raccolta delle firme e, nonostante le poche forze, c’è stata una grande risposta da parte della cittadinanza con oltre tredicimila firme, quando ne sarebbero bastate novemila. È il numero di firme più alto mai raccolto per un referendum comunale (il 4,3% degli elettori bolognesi); è come fossero state raccolte più di 2 milioni di firme a livello nazionale (quando ne basterebbero 500.000).

I problemi sono nati successivamente, quando occorreva rendere possibile la più ampia partecipazione alla consultazione referendaria. È stato chiesto all’amministrazione comunale che il referendum venisse accorpato con le elezioni politiche di febbraio, ma è stata data risposta negativa. Abbiamo allora chiesto, sempre per favorire la partecipazione, che il referendum venisse svolto in più giorni e con un numero adeguato di seggi, ma anche queste richieste non sono state accolte. Infatti ci saranno poche postazioni (65 per tutta la città!) e si voterà un solo giorno. Ci sono zone della città che a causa del scarso numero dei seggi saranno completamente scoperte. Inoltre è evidente il fatto che il sindaco non fa solo da arbitro, da “garante” come sarebbe corretto, ma anche da “giocatore”; sindaco che infine, con grande spirito democratico, è arrivato ad affermare che sostanzialmente non gliene importerà nulla del risultato, perché comunque lui andrà avanti per la sua strada. In questo modo si svilisce lo stesso istituto referendario voluto proprio dal Consiglio Comunale e soprattutto, a nostro avviso, si dimostra una sordità preoccupante nei confronti del parere degli amministrati, svalutando un’occasione che invece per un sindaco dovrebbe essere considerata assolutamente preziosa. “Sarò un sindaco che ascolterà la gente, che non avrà la puzza sotto il naso”, queste furono più o meno le parole di Merola all’indomani della sua elezione.

I rapporti con le istituzioni sono stati sempre burrascosi come lo sono oggi, o, nella vicenda referendaria degli ultimi due anni, ci sono stati anche dei momenti di dialogo?

Il rapporto con l’Amministrazione comunale, su questo tema, è andato sempre piuttosto male. Quando venne presentato per la prima volta il quesito che venne bocciato dai garanti, la Giunta manifestò profonda soddisfazione e stima nei loro confronti. La seconda volta, quando invece i “saggi” (che sono di nomina del Consiglio comunale) hanno ritenuto legittimo il nuovo quesito i detrattori del referendum hanno iniziato a dire che l’unico consigliere garante ad aver votato contro aveva ragione, che si poteva fare ricorso e sicuramente vincerlo (ma nessuno l’ha poi fatto…).

C’è anche, a nostro avviso, un utilizzo degli spazi pubblici quasi privato. Merola sta facendo con Donini (segretario provinciale del PD) il tour per tutti i quartie
ri della città per spiegare le ragioni della scelta B; non si sono mai degnati di invitare una controparte in modo tale da imbastire, in quelle che sono le “case” di tutti i cittadini, una discussione che non fosse a senso unico. Altro esempio: gli spazi per la pubblicità elettorale sono, da regolamento referendario, un terzo per il sindaco, un terzo per chi ha proposto il referendum ed un terzo per le forze politiche (che, a parte SEL e M5S, sono tutte a favore del finanziamento alle private). Noi ci aspettavamo che, negli spazi a sua disposizione, il sindaco si preoccupasse della comunicazione, informando i cittadini sul quesito referendario, sulla dislocazione dei seggi, ecc. Invece Merola ha deciso di fare campagna elettorale vera e propria sia per sé, sia concedendo suoi spazi ai sostenitori della B. In questo modo la pubblicità per il mantenimento dei finanziamenti sarà dei due terzi, altro indizio che forse la partita è stata un po’ truccata: l’arbitro fa il giocatore e pure l’allenatore…

A tutto ciò noi rispondiamo con una diffusa azione di informazione davanti alle scuole e nei quartieri e con un appello nazionale che ha visto l’adesione di centinaia di personalità (tra le quali Stefano Rodotà, presidente d’onore del Comitato referendario, Camilleri, Hack, Settis, Landini) definite dall’assessore Lepore “marziani” ed invitati ad interessarsi degli affari di casa loro…

Che idea vi siete fatti rispetto ad una posizione così inossidabilmente a favore del finanziamento delle scuole private da parte dell’amministrazione comunale? E, oltre a ciò, chi sono gli altri blocchi che compongono il fronte del B?

Il fronte del B in città è piuttosto ampio e articolato: in primo luogo l’amministrazione comunale, poi il PD, il Pdl, la Lega, l’Udc, la FISM (Federazione Italiana Scuole Materne, che raggruppa un gran numero di scuole materne private), Cei, la Curia, Comunione e Liberazione, le parrocchie e ampia parte dei mass media cittadini. Le forze (anche economiche) di cui disponiamo noi sono di gran lunga inferiori, tanto che abbiamo paragonato la nostra battaglia a quella di Davide contro Golia, ma facciamo molto affidamento sulla fionda delle nostre ragioni.

La prima delle quali è quella del riconoscimento di un “diritto”. Non a caso ci chiamiamo “comitato articolo 33”, cioè quello che recita che “La Repubblica istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi”. E la scuola materna dal 1968 (con la legge n.444) è scuola pubblica a tutti gli effetti, è parte del sistema nazionale d’istruzione; non c’è l’obbligo di frequentarla, ma c’è l’obbligo della Res pubblica, dallo Stato in giù, di soddisfarne la domanda.

La scuola paritaria, identitaria e a pagamento può essere solo aggiuntiva, non può mai essere sostitutiva della scuola pubblica, gratuita, laica, pluralista ed inclusiva e a cui la Repubblica assegna il compito di formare i suoi cittadini. Nessuno può vedersi negato il diritto di iscriversi alla scuola pubblica ed essere costretto ad andare a quella privata a pagamento, di cui potrebbe non condividere le finalitá. Quest’anno a 846 genitori questo diritto é stato negato. La “libertà di scelta” cui si appellano gli antireferendari é stata rispettata solo per chi ha voluto mandarli alle private e non per chi, per primo, avrebbe dovuto aver riconosciuta questa libertà di scelta.

Non ce l’abbiamo con le scuole private cui riconosciamo il giusto diritto ad esistere (ma“senza oneri per lo Stato”); non ce l’abbiamo col Comune a cui riconoscono il merito di aver voluto per anni una scuola pubblica di qualità. Ciò che contestiamo è che il Comune non difenda più le scelte che storicamente e meritoriamente sono state fatte e portate avanti a Bologna fin dai primi anni Sessanta, quando con Bruno Ciari, Tarozzi ed Adriana Lodi (solo per citare alcuni nomi) furono “inventate” (insieme al tempo pieno) vere e proprie scuole pubbliche dell’infanzia di qualità al posto dei pochi “asili” privati, per favorire l’occupazione femminile e per formare, in un’età delicatissima e di grande potenzialità, i giovanissimi futuri cittadini.

Ce l’abbiamo con chi “monetizza” i diritti per cui se non c’è convenienza “chi se ne importa”, per cui é giusto pensare (e dare) sempre di più alla sussidiarietà, dirottando risorse dal pubblico. Ciò che vorremmo è che si andasse verso un orizzonte diverso, che si tornasse nell’ottica della programmazione e di come si fa per rispondere a questo diritto; in sostanza, chiediamo che venga ripresa una strada virtuosa che è stata abbandonata. Era facile prevedere un aumento della richiesta di posti alle scuole d’infanzia (bastava tenere d’occhio gli andamenti demografici), ma le ultime amministrazioni non hanno fatto nulla per fare fronte a questo aumento. L’assessore all’Istruzione ha fatto domanda molto tardivamente allo Stato per l’istituzione di nuove sezioni. Non è un stato un accadimento inaspettato trovarsi le liste d’attesa così gonfie. È mancata una programmazione seria perché si è deciso di affidarsi sempre di più al privato.

A fronte di 10 miliardi tagliati nel corso degli ultimi tre anni alla scuola pubblica, i fondi per le scuole private sono persino aumentati. E invece, tanto più quando le risorse scarseggiano, la scuola pubblica viene prima della scuola privata. Con il referendum vogliamo dare il segnale che, a partire della scuola dell’infanzia, è invece necessario tornare ad investire in tutta la scuola pubblica.

Nel fronte del B mi pare che prevalgano due tipi di argomentazioni. La prima è una rivendicazione culturale e politica a favore del privato e del sistema scolastico misto; l’altra è l’attuale stato degli enti pubblici che si trovano stretti in una morsa legislativa che in qualche modo gli obbliga ad esternalizzare i servizi. Secondo te quale di questi argomenti è più sentito ed efficace nel fronte del B?

A proposito dell’ “esternalizzare i servizi” va subito ribadito che la scuola non è un servizio. No, non stiamo parlando di un importante “servizio” alla persona a domanda individuale (come intendono far credere gli antireferendari che ripetono come un mantra questa parola), stiamo parlando di “SCUOLA”.

La Costituzione dice che la Repubblica deve istituire scuole di ogni ordine e grado proprio perché affida alla scuola il compito di educare i suoi cittadini alla cittadinanza . La Costituzione dice ciò solo a proposito della scuola. Per la salute, che pure è dichiarato un bene prezioso dalla Costituzione, non c’è un articolo che dice che lo Stato costruisce ospedali per ogni specialità. Gli antireferendari dicono che c’è già un “sistema integrato” in tanti campi, ma non c’è nessun articolo della Costituzione che dice che lo Stato costituisce polisportive, teatri o quant’altro. Bisogna distinguere ciò che è welfare, cioè “servizio”, da ciò che non lo è, dai diritti. I servizi si pagano, la scuola non si paga.

L’articolo 3 della Costituzione afferma che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Ma, a chi è che lo Stato affida questo compito? Alle scuole, non ai servizi, al
le scuole! Non dobbiamo far sì che la scuola privata diventi la scuola dei ricchi mentre la scuola pubblica quella del servizio ai poveri, agli immigrati, ai portatori di handicap…

Ci sono alcune argomentazioni portate avanti dal fronte del B che trovo piuttosto gratuite. Innanzitutto lo slogan scelto da Merola: “Votate B come bambini”. È uno slogan ingiusto e di cattivo gusto. Perché vuol far passare l’idea che chi sostiene la A voglia meno bene ai bambini, tenga meno al loro futuro o addirittura scelga contro gli interessi dei più piccoli, che li voglia lasciare su una strada… Ed infatti fa il paio con l’affermazione che, se passasse il referendum, tanti, tantissimi bambini (siamo passati, con l’avvicinarsi del referendum, da trecento addirittura a oltre mille…) non avrebbero più una scuola… Questo si chiama fare del terrorismo su premesse non dimostrate alle quali rispondiamo con dati verificati.

Le scuole private materne paritarie oggi ospitano 1.730 bambini, (ossia il 22% del totale); nel 1994/95, quando non avevano ancora i finanziamenti comunali, erano frequentate da 1.666 bimbi (dal 24% ), addirittura un po’ di più della frequenza odierna. Che si tratti di una scelta che queste famiglie legittimamente fanno al di là del costo delle rette lo dimostra il fatto le scuole elementari paritarie private non ricevono alcun finanziamento comunale, eppure esistono, non hanno chiuso, anzi sono frequentate da 2.221 bambini.

Inoltre nessuno di noi ha mai detto che in caso di vittoria referendaria dal giorno dopo si toglierà tutto. Noi vogliamo che il Comune inverta la tendenza, la smetta di orientare una parte di famiglie bolognesi al privato (spesso confessionale e, comunque, a pagamento) perché a lui conviene.

In qualche modo, anche rispetto alla qualità della scuola, rimanendo sulla scuola d’infanzia, esiste ancora una specificità della scuola bolognese, un ”modello Emiliano”?

Sì, qui, come ho già detto, è nata “la scuola dell’infanzia”, qui è nato il tempo pieno, questa è la città dove è nata una scuola pubblica di grande qualità per tutti i bambini molti anni prima che queste esperienze fossero riconosciute ed estese dallo Stato. Qui si è sviluppata un’esperienza pedagogica importante. Attualmente ci si sta scontrando con la mancanza di risorse, con una pauperizzazione anche a livello qualitativo, con la tentazione semplicistica, contro cui ci battiamo con forza, di delegare al privato perché “più conveniente”. Però è ancora forte quello che nel corso degli anni si è sedimentato. Il patrimonio c’è ancora, però sta per essere disperso.

(9 maggio 2013)



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