Buttare via il lavoro
Furio Colombo
, il Fatto quotidiano, 25 maggio 2011
Arriva il manager a Sestri Ponente, nel mondo di Fincantieri e accerta che la produzione di navi, specialità della vasta impresa nazionale italiana, ha avuto una forte caduta della domanda nel mondo. Un mondo ancora in piena crisi finanziaria ordina meno navi. Il manager, debitamente dotato di master, esperienza, cultura del fare e adeguata remunerazione per talento e saggezza, vede subito il percorso giusto: tagliare tutto.
Due cantieri, quelli più importanti, li chiudiamo, uno lo dimezziamo, licenziamo il personale più esperto del mondo e, più o meno, lasciamo perdere con questa storia delle navi. Non vedete che il prodotto, con tutta la fama delle navi italiane, non tira?
La crisi è crisi e il manager sa come si risponde in tempi duri: chiudere e licenziare. Se fosse un caso da Scuola di Business, la storia finisce qui, con una bocciatura.
Nel caso Sestri Levante e Castellammare di Stabia ci sono due variabili: i sindacati e il governo. I sindacati si rivoltano perché non vedono il senso. E infatti non c’è senso comune in questa decisione di distruggere tutto come soluzione di una crisi. Il governo sta occupandosi giorno e notte di tre gravi problemi: spostare due ministeri a Milano; impedire che la capitale morale diventi Zingaropoli con annessa moschea; e bloccare il Parlamento per votare con la fiducia l’abolizione del referendum popolare sul Nucleare. Abbiate pazienza, ma per ora il governo non può venire, benché Fincantieri non sia un’azienda privata e la responsabilità dei vari ministri tipo Porta a Porta è immediata e diretta.
Insomma, stanno compiendo un delitto impunito e pubblico e questo fatto, credo, più ancora della perdita del posto, provoca la rivolta di lavoratori e sindacati. Il manager agisce fuori da ogni logica, si comporta come se le navi fossero un prodotto scaduto. Pensate, stiamo parlando dell’unico mezzo di trasporto merci fino ai razzi intercontinentali. Il governo è cieco, suonato, assente. Per favore non dite ai lavoratori di abbassare i toni. Che il loro giusto clamore copra almeno le altre voci, che sono dementi.
(25 maggio 2011)
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