Calciopoli, la vera storia

Daniele Nalbone

Nel libro di Giuseppe Narducci, il Pm che ha scoperto Calciopoli, si ricostruisce l’indagine che ha cambiato il calcio italiano, ripercorrendo la lunghissima requisitoria – 18 ore, tra le più lunghe nella storia giudiziaria italiana – con la quale si è concluso il processo di Napoli. Pubblichiamo la recensione del volume e una parte della prefazione di Marco Travaglio.



"Volevo tranquillizzare sia il dottor Narducci che il dottor Travaglio. Amnistia e indulto? Non ci pensiamo proprio. Chi ha sbagliato paga e sarà la giustizia sportiva a decidere".

Con queste parole, il presidente della Federazione Italiana Gioco Calcio, Giancarlo Abete, ha voluto rispondere al "pm di calciopoli" e all’autore del libro "Calciopoli – La vera storia" (ed. Alegre, pp269, euro 15) che aveva suonato l’allarme amnistia dopo l’ottimo campionato Europeo disputato dalla nazionale italiana. Amnistia relativa, ovviamente, all’ultimo scandalo del nostro calcio: quello del calcioscommesse.

E così lo stesso Abete, uomo "di palazzo", ha di fatto confermato ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno, che se c’è una speranza nel mondo del calcio di poter assistere a campionati puliti, lo dobbiamo a esponenti del mondo delle toghe come Giuseppe Narducci che dopo aver scovato nei meandri degli spogliatoi lo scandalo del torneo 2004-2005, ogni tanto pensa bene di ricordare al popolo del pallone di tenere gli occhi bene aperti e di non farsi abbindolare solo e soltanto dai risultati sportivi.

E dovrebbe essere proprio quanto giunto al suo culmine nel torneo 2004-2005 a ricordarcelo. Il torneo delle schede telefoniche del Liechtenstein consegnate da Luciano Moggi, allora direttore sportivo della Juventus, ai disegnatori degli arbitri, Pierluigi Pairetto e Paolo Bergamo, e ai loro uomini, da Massimo De Santis a Paolo Dondarini. Schede volte a rimanere in contatto al fine di "apparecchiare" l’andamento di una serie di partite. Ben 39 solo nel 2005-2005.

Ed ora che calciopoli sembra lontana, che la Juventus è tornata sul tetto della Serie A, che dei Moggi, dei Bergamo, dei Giraudo e dei Pairetto si ha solo un’immagine sfocata. Ma soprattutto ora che il calcio ha trascorso l’ennesima estate di ubriacatura collettiva spenta solo dai 4 gol delle Furie Rosse in quel di Kiev, per fortuna è arrivato il libro di Giuseppe Narducci a ricordarci non solo quello che è stato, ma quello che è il mondo del calcio.

"Calciopoli" è un libro – frutto della trascrizione delle 18 ore di requisitoria di Narducci – che ogni amante del calcio dovrebbe leggere e rileggere per capire quante domeniche sono state buttate nella speranza che la propria squadra riuscisse a battere sul campo l’avversario o nell’attesa che dagli altri campi di gioco arrivassero i risultati sperati. Tutto vano. Tutto finto. Dai 90 minuti giocati alla chiacchiere post partita, era tutto artefatto, deciso a tavolino. O meglio, deciso "a telefonino".

Narducci, il pm che ha scoperto Calciopoli ed ha portato alla sbarra chi aveva messo in piedi quella che si è rivelata una vera e propria associazione a delinquere, ha chiuso tutto in un libro per non far finire tutto in un cassetto. E quello che ne esce non è solo il panorama, chiaro e completo, di quella inchiesta e di quel processo. Calciopoli è un memoriale inattaccabile in quanto, oltre la giustizia e le sentenza, racconta e ricostruisce una serie di eventi, di situazioni, di fatti che spiegano cosa, chi e come ha "aggiustato" i risultati almeno di un intero campionato. Quello 2004-2005.

Un campionato che fu vinto (?) dalla Juventus, titolo poi revocato proprio per lo scandalo Calciopoli, e vide salvarsi squadre come Reggina, Fiorentina e Lazio che furono penalizzate rispettivamente di 11, 8 e 3 punti. Senza dimenticare il Milan che nel 2004-2005 si classificò secondo ma fu poi condannato a scontare 8 punti di penalizzazione nel campionato 2006-2007.

L’importanza di Calciopoli (il libro) è nella sua capacità di andare oltre i giudizi ma di spiegare il "sistema Moggi". Quali erano le regole con cui venivano designati gli arbitri. Quali i rapporti tra i dirigenti della più importante squadra italiana e chi gestiva quelle designazioni. E, andando oltre i nomi più noti, il libro di Narducci spiega come si sono mossi gli inquirenti e quali strade hanno seguito muovendosi nei meandri della Federcalcio e degli spogliatoi. Soprattutto quelli di arbitri e assistenti.

Ma è nel racconto dei particolari di questa inchiesta che il testo si trasforma da "trascrizione di requisitoria" a "libro". Un esempio? La spiegazione di come si potevano decidere a tavolino le designazioni arbitrali anche se queste si tenevano con sorteggio "pubblico". Questa la procedura "teorica".

"L’operazione di sorteggio – spiega Narducci – avveniva alle 11 del mattino, quasi sempre il venerdì, con un accesso limitato di persone. Questa fase era seguita da un’altra, tenuta invece al riparo da occhi di giornalisti, addetti ai lavori e notai, quella della scelta di assistenti e quarto uomo. Infine, veniva diramato un comunicato". Teoria. Ecco la pratica.

Narducci riferisce della testimonianza di tal Manfredi Martino. Nome ai più sconosciuti. Manfredi Martino era l’addetto della Federcalcio alla Commissione Arbitrale. Ed è proprio Martino a spiegare che la parte fondamentale del "trucco" con cui veniva indirizzato il sorteggio verso gli arbitri vicini al "sistema" era quella della "riconoscibilità delle sfere di metallo collocate nell’urna.

Riconoscibilità desumibile da elementi di tipo materiale: le sfere avevano colori diversi perché si legavano ad operazione di estrazione diversa e alcune avevano alterazioni, scoloriture, graffi, incisioni, colorazione maggiore o minore rispetto alle altre. Avevano, inoltre, tracce più o meno forti di usura legate alle operazioni attraverso cui venivano buttate all’interno dell’urna".

Insomma, mentre i tifosi sognavano i gol di Cristiano Lucarelli (quell’anno capocannoniere con il Livorno), di Alberto Gilardino e Vincenzo Montella, ecco che bastava ammaccare una sfera di metallo, graffiarla un po’, renderla più o meno scura per far si che ogni allenamento, ogni tattica, ogni schema diventasse supremo. In fondo, più che avere Ibrahimovic e Shevchenko in squadra, era più importante avere chi, in Liechtenstein, poteva procurarti una trentina di sim telefoniche da smerciare, poi, tra arbitri, disegnatori e addirittura giornalisti sportivi.

Perché, si sa, il calcio è il gioco più bello del mondo e il gioco più chiacchierato in Italia, tanto in tv quanto al bar. E allora, meglio indirizzare non solo le partite, ma anche quelle chiacchiere. Ovviamente, quelle in tv. Che poi quelle al bar vengono di seguito…


Ci voleva proprio, questo libro di Giuseppe Narducci, per rinfrescare la memoria agli smemorati di Calciopoli. E non mi riferisco tanto ai tifosi che, per definizione (me compreso, quando ancora lo ero), ragionano con la pancia e non con la testa. Ma ai giornalisti, ai commentatori, agli “esperti” veri o presunti e ai dirigenti del calcio italiano, che sono o sarebbero tenuti a rispettare le regole: quelle della correttezza, della deontologia, della completezza dell’informazione, e anche del codice penale e di quello sportivo.

Scrivo questa prefazione poche ore dopo la vittoria dello scudetto da parte della “mia” Juventus: lo scudetto numero 28, che però i dirigenti e molti tifosi bianconeri spacciano per il numero 30, incuranti del fatto che due campionati furono giustamente sanzionati dalla giustizia sportiva (e anche penale) perchè viziati dalle gravissime irregolarità e illegalità di Calciopoli. Sono felice di questo scudetto numero 28 (gli altri due sono quelli della vergogna ed è meglio dimenticarli): felice perchè è stato conquistato sul campo, senza favoritismi né moggismi, così come fui felice che la “mia” Juventus nel 2006 venisse retrocessa per espiare le sue colpe. Colpe che erano sotto gli occhi di tutti i vedenti ancor prima che uscissero le intercettazioni dello scandalo, anche se pochissimi cronisti, commentatori e osservatori osavano scriverlo sui loro giornali e dirlo nei programmi Tv (Moggi controllava militarmente anche quelli).

Quelle intercettazioni fui il primo a pubblicarle, sulle pagine di Repubblica con cui all’epoca collaboravo. Ma, per conoscere il sistema Moggi, non ebbi bisogno di leggerne le trascrizioni: mi era bastato seguire le partite della mia squadra del cuore con occhi non foderati di prosciutto, per rendermi conto che molte delle vittorie travolgenti dell’èra Moggi-Giraudo-Umberto Agnelli avvenivano altrove, fuori dal campo, prima ancora del fischio d’inizio: frutto del doping e dell’abuso di farmaci (come poi dimostrò il processo intentato dal procuratore torinese Raf- faele Guariniello al capo dello staff medico bianconero Riccardo Agricola e all’amministratore delegato Antonio Giraudo, salvati dalla prescrizione in Cassazione), ma anche del controllo padronale e capillare su arbitri, procuratori, dirigenti federali, giornalisti, moviolisti e addirittura sui vertici di altri club (come poi dimostrarono le sentenze della giustizia sportiva e poi di quella penale).

Chi fosse Moggi, poi, l’aveva stabilito un altro processo, celebrato ai tempi in cui Moggi era direttore generale dell’altro club pallonaro subalpino: il Torino Calcio. Un processo che dimostrò come “Lucianone” fosse solito allietare le trasferte delle terne arbitrali sotto la Mole prima e dopo le partite di coppa Uefa con la dolce compagnia di ragazze squillo da lui ingaggiate (quella volta Moggi se la cavò grazie a un buco nella legge sulla frode sportiva, reato punito soltanto se commesso nell’ambito di competizioni organizzate dal Coni e non dall’Uefa). Eppure, nonostante quell’indecente pedigree, o forse proprio per quello, nel 1994 Umberto Agnelli e Antonio Giraudo lo arruolarono come direttore generale del club più blasonato d’Italia, con tanti saluti allo “stile Juventus”. E lui ricominciò a vincere alla sua maniera: con la frode, solo in forme più sistematiche e spudorate (la famigerata “Cupola”) grazie alla potenza della Real Casa zebrata.

Raccontai tutto quel che vedevo e sapevo in un libro, Lucky Luciano, pubblicato da Kaos in tempi non sospetti, nel 1998, a sei mani con due giornalisti sportivi che non vollero firmarlo per non rovinarsi la carriera (questo significava, e forse ancora significa, mettersi contro Moggi). Naturalmente, per motivi di decenza, smisi di tifare per la mia squadra del cuore e mi misi in sonno, in attesa che arrivassero i carabinieri. L’attesa durò 12 anni, ma alla fine i carabinieri arrivarono.

(12 luglio 2012)



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