La rabbia cornuta. Colloquio con Andrea Camilleri
Enzo Mangini
, da Carta, 23 settembre 2010
È un’intervista da cinque sigarette quella con Andrea Camilleri, un giorno prima dell’uscita del suo nuovo romanzo «Intermittenza» [Mondadori, appunto]. «Mi sono quasi spaventato a scriverlo – dice serissimo – Perché ho voluto provare a capire come funziona un sistema che consente di svuotare un’azienda e lasciarla come un guscio vuoto, da gettare. I miei sono personaggi di fantasia, sia chiaro, ma proprio pochi giorni fa alcuni imprenditori sono stati arrestati per aver usato il meccanismo che ho cercato di descrivere. C’è ormai in Italia una borghesia che se non è criminale, poco ci manca».
Un libro con Mondadori? Nonostante le polemiche estive?
Vede, quando accettai per la prima volta di pubblicare con Mondadori, sapevo benissimo chi era e chi è Berlusconi. Oggi, sinceramente, non so se accetterei ancora. Però bisogna dire una cosa e cioè che il punto essenziale è se un autore viene censurato o meno. A me non è mai capitato. Il resto sono problemi che attengono alla coscienza di ciascuno ma mi pare che la questione riguardi molto più la saggistica che non la narrativa, e infatti Einaudi ha rifiutato l’ultimo libro di Saramago. È una buona cosa, però, che ci siano queste polemiche, che le acque un po’ si muovano, altrimenti rischiamo di rimanere sommersi dalla melma.
In questa melma, che fine hanno fatto gli intellettuali? Perché non c’è in Italia la mobilitazione che per esempio c’è stata in Francia contro le leggi razziste di Sarkozy?
Le ragioni credo siano tante. Il silenzio degli intellettuali c’è, è innegabile. Mi rifaccio alla storia di nuovo. Quando il fascismo chiese a tutti coloro che dipendevano dallo Stato, dagli impiegatucci dei ministeri, ai magistrati, il giuramento di fedeltà al regime, i magistrati giurarono tutti. Significa che anteponevano il regime alla giustizia, mica uno scherzo da niente. I professori universitari giurarono tutti tranne dodici, che perdettero la cattedra. Ci fu uno che avrebbe voluto non giurare, ma il partito gli disse no, giura, perché ci fa comodo averti lì ed era Concetto Marchesi. Sarebbero stati tredici, comunque, un numero irrisorio.
Oggi non viene chiesto nessun giuramento, ma viene chiesto una sorta di «No, tu non occuparti di questa faccenda». I più avvertiti tra gli intellettuali, peraltro, hanno capito benissimo che anche se parlano, non vengono ascoltati. C’è stato un momento in Italia in cui la voce di un Pasolini, di un Moravia, di uno Sciascia avevano un’incidenza immediata sull’opinione pubblica, ma il berlusconismo è stata anche una perdita di cultura dell’opinione pubblica.
Oggi, anche se qualcuno scrive o parla, lascia il tempo che trova. La politica è ridotta a un punto tale che l’intellettuale ha quasi paura a entrarci dentro.
Parlo dei più volenterosi, ovviamente, gli altri se ne fregano e basta. I più insofferenti, interveniamo, ma siamo pochi, pochissimi, ci contiamo su venti dita. L’impegno, in una situazione simile, dovrebbe essere quotidiano, ma siamo tutti un po’ vecchietti e un po’ stanchi.
C’è da dire che Pasolini scriveva sul Corriere della sera. Anche l’informazione ha abdicato al suo ruolo?
Certo. Se il Corriere della sera oggi mi chiede un articolo, me lo chiede sulla letteratura, mica sulla politica. È avvenuto anche un regresso culturale, rispetto ai tempi di Pasolini le persone che leggono i giornali sono diminuite di molto, ormai per l’80 per cento l’informazione è televisiva e distorta. Quindi se scriviamo oggi sul Corriere non otteniamo lo stesso effetto di una volta, perché è cambiato anche il lettore.
L’unico intervento possibile sarebbe sulla televisione, ma sappiamo qual è lo stato di salute della tv italiana. Tanto è vero che i programmi dove un intellettuale o chi per esso possa prendere la parola ed essere veramente libero sono osteggiati dalla tv pubblica e non contemplati, se non a scopo propagandistico, sulle televisioni di Berlusconi. Anche perché sai benissimo che l’oppositore non intende ragionare con te, ma ti offende. Sono stato invitato molte volte in trasmissioni televisive di dibattito, ma non ci sono mai andato, perché non sono luoghi dove io possa offrire un concetto e ricevere in cambio un altro concetto. Se offro un concetto scomodo, ricevo un insulto. E perché devo andare a farmi insultare? Eppure il bisogno di una televisione che sia informazione più libera c’è, tanto è vero che La7 con Mentana sta avendo questo balzo formidabile.
Non le sembra però che i cosiddetti grandi media raccontino un paese che spesso esiste solo sulle loro pagine, come se fosse impossibile sciogliersi dalla vicinanza con il potere?
Sì, questo è vero, in parte, perché mentre prima il potere era un potere politico, oggi è politico ma ha anche in mano i giornali, le case editrici e tutto il resto. Quindi c’è anche l’intellettuale che dice: «Ma chi me lo fa fare di compromettere la mia pubblicazione»… Ci vuole, non dico coraggio, perché quello bene o male si trova, ci vuole uno ‘scendere in campo’ come dice il Cavaliere, e questo non tutti vogliono farlo.
Che sia l’egoismo la cifra più utile a capire l’Italia di oggi?
Certamente serve molto. Il trionfo della Lega è basato su questo. La Lega non ha né un’idea nazionale, né un’idea supranazionale, né europea. Ha solo la Padania. Noi siamo qua, siamo i padroni, dobbiamo fare i comodi nostri, gli stranieri non ci devono stare. È l’ego portato al massimo livello. L’Italia in questo momento è come un vaso che sta cadendo per terra. In questo momento lo stiamo guardando mentre precipita. E diciamo: si rompe e buona notte ai suonatori. Questo è l’atteggiamento della maggior parte degli italiani. La parte minoritaria dice: vediamo in quanti cocci e vediamo se possiamo incollarlo. Ma in questo momento non sappiamo in quanti cocci e se sarà possibile incollarlo. C’è come un senso di attesa, di sospensione, mentre questo vaso continua a dirigersi verso il pavimento. La soluzione ideale sarebbe scommettere sul fatto che possiamo salvare il vaso all’ultimo centimetro. Ma chi si butta per farlo? Ieri sera guardavo una trasmissione, Presa diretta, quella di Iacona, che era dedicata all’evasione fiscale. A un certo punto, il procuratore di non so dove, che aveva scoperto ad Arzignano un giro mostruoso di fatture false, si chiedeva ‘ma come mai la gente non capisce che l’evasione danneggia tutti?’ Portava degli esempi pratici: con questi soldi si poteva
no sistemare tot precari, e via dicendo. Un discorso lucidissimo su quello che praticamente è il danno che viene arrecato. Come mai nessuno si ribella? La risposta non c’è, c’è un’altra domanda. Infelici veramente i popoli che arrivano a questo stadio. La nostra fortuna oggi è che non c’è nessuno che abbia una statura realmente dittatoriale – Berlusconi fa ridere – ma se ci fosse, il pericolo che correremmo sarebbe enorme. Perché in questa materia inerte, in questo magma, nasce il nocciolo della dittatura.
C’è però un altro rischio, quello della disgregazione del paese, no?
Quello è il rischio
enorme. Il futuro mi preoccupa. Ma come, si potrebbe dire, a 85 anni ti preoccupi del futuro? Certo, ho figli, ho nipoti, perché non dovrei pensare al futuro? Se gli lascio un futuro assolutamente oscuro, vuol dire che ho fallito la mia vita. Posso avere involontariamente educato ad avere delle idee, delle idee sane, di democrazia, ma magari un giorno dovranno pentirsene. Vallo a sapere.
Mi capitò nell’immediato dopoguerra, nel 1945, di legge re una cosa che non ho mai più dimenticato. Un articolo di un giornalista americano, Matthews, pubblicato sulla rivista Mercurio. L’articolo era intitolato ‘Non l’avete ucciso’. Parla va di Mussolini e del fascismo e diceva che a noi sembrava di averlo ucciso, ma non era così. Diceva che ci eravamo levati il foruncolo, ma l’infezione era ancora lì e si sarebbe riproposta ancora, per decenni e decenni, nelle forme più inaspettate. Mi incazzai e pensai ‘sto americano non ha capito niente, ce ne siamo liberati’. Pochi anni dopo, nasceva l’Msi ed entrava in parlamento. E ho pensato ‘cazzo, forse l’amerciano ha ragione’. E ci penso ancora perché quella che viviamo oggi è una forma di fascismo, stranissima, perché non è rapportabile al fascismo storico… Sai quando si dice, quest’anno arriva l’asiatica? È un virus mutante. Molta dell’indifferenza, dell’atteggiamento degli italiani di allora si ripete oggi. Sento parlare male di Berlusconi, ma lo votano, come si parlava male di Mussolini ma poi si andava alle adunate.
Tutto il danno fatto negli ultimi quindici anni, quanto ci vorrà per riparagarlo? Il danno profondissimo è un danno morale, un danno di comportamento.
In che senso?
Non è una questione di moralismo. Devo constatare che c’è una perdita enorme del concetto, per esempio, di bene pubblico, che è un concetto morale. Devo constatare la degradazione dei rapporti interpersonali. Viviamo in una sorta di tensione di cui non ci rendiamo conto. Leggi: «Ammazza a sprangate il tizio che gli aveva chiesto se spostava la macchina perché doveva uscire». È un pazzo? Non è un pazzo. Sono accumuli di tensione. Si tende a minimizzare una situazione tragica dell’Italia, tragica: la disoccupazione che avanza, la precarietà, la gente che non arriva alla fine del mese, però ‘tutto va ben mia nobile marchesa’. Non è vero. All’interno dell’individuo, questo crea una tensione che poi si sfoga nei modi più impensabili. La rabbia esiste, ma è una rabbia individuale, egoistica, personalizzata. Non ha raggiunto il punto di fusione con la rabbia del vicino.
Lo vediamo nelle proteste degli operai: salgono sulle gru, sui tetti, scioperano. E sono lasciati da soli. Soli.
Da dove bisognerebbe ripartire per salvare il vaso?
Questa è una cosa che può fare la politica, se sorretta dall’opinione pubblica. Ma nasce un’altra domanda: quale politica? La politica è un’astrazione, perché è fatta da persone.
C’è una classe politica logorata dal potere, con buona pace di Andreotti. È una classe ristretta nel proprio orizzonte di potere individuale, e vale per la destra, il centro e la sinistra. Se non si rinnova la classe dirigente politica, l’Italia non farà mai nulla. L’unica possibilità viene da una nuova classe politica giovane, non legata ai miti del dopoguerra, non legata a nessun mito se non a quello della democrazia, che un mito poi non è.
Ma ci vorrebbe anche un rinnovamento dell’altro protagonista, la borghesia italiana…
La borghesia italiana, in qualche modo, ha fatto qualche passo. Duro a dirsi, ma nel suo piccolo lo ha fatto. La borghesia italiana non è più quella di trent’anni fa. Oggi il Pd poggia sui voti della borghesia, non su quelli operai. Parlo della piccola borghesia, chiaramente, non la grande borghesia, che se ne fotte. La piccola borghesia oggi assieme ai cassintegrati, ai precari, ai disoccupati è quella che paga il prezzo più alto e quindi potrebbe essere disposta a fare altri piccoli passi avanti. Se ha fiducia. Ma come si fa ad avere fiducia nelle persone che non hanno ottenuto nessun risultato?
E l’alta borghesia? I Montezemolo che sembrano voler sostituire la politica?
Ah, Montezemolo è stato bravissimo. Si è smarcato dalla Fiat appena ha capito dove voleva andare a parare Marchionne, altrimenti col cavolo che poteva avere ambizioni. La mossa è stata molto abile e quindi lo rende un buon capo borghese, che potrebbe, oggi come oggi, convogliare anche una parte del Pd borghesissimo… Marchionne… Marchionne secondo me è oggi il problema più grosso che si è posto in Italia ne gli ultimi anni. Nell’indifferenza generale, salvo per coloro che ne pagano il fio, cioè gli operai. È un problema più grosso di Berlusconi.
Perché?
Perché non è un politico che si può cacciare via. La sua politica tende alla istituzione in Italia di nuovi patti di lavoro che contemplino la fine di quelli che lui chiama privilegi e che erano invece dei diritti. Per rendere più competitiva l’azienda,lui ha la necessità di configurare un tipo di lavoro che sfiora lo sfruttamento. Quando Bonanni dice che non ci sono diritti se non c’è lavoro, sottoscrive un ricatto. È quindi pericolossissimo, perché il modello Pomigliano e la disdetta del contratto decisa da Federmeccanica significano aprire ai modi di Marchionne e questo porterà delle tensioni sociali enormi che in questo momento non ci volevano, proprio perché siamo disastrati.
La rabbia individuale; la rabbia degli operai. Ma la sua, di rabbia, da dove nasce?
La rabbia nasce dalla situazione che stiamo vivendo. E meno male che c’è questa rabbia, perché, dato che ho raggiunto, felicemente o infelicemente, l’età di 85 anni, mantenersi ancora incazzati credo che sia un dono.
Alla mia età subentra l’indifferenza, la rassegnazione o la voglia di starsene in pace. Io invece mi incazzo ogni giorno che passa sempre di più. Il bello di averla adesso, alla mia età, questa rabbia, è che mentre in gioventù la rabbia presupponeva anche una sorta di perdita della lucidità, la mia rabbia di oggi è molto lucida, si fa tagliente. È pulita, sgombra da incrostazioni. È pura, gelida.
Perché questa rabbia che si accumula non esonda, non diventa massa critica fino a scuotere il paese?
Credo che gli italiani siano un popolo con una certa falicità all’assuefazione. Ho vissuto abbastanza per aver visto la parabola del fascismo e se non ci fosse stata l’alleanza con Hitler, probabilmente Mussolini sarebbe morto nel suo letto come Franco. L’avremmo lasciato lì, assuefatti a un andazzo, a un modo di sopravvivenza.
In una dittatura come quella fascista, si finiva con il rassegnarsi all’idea che in fondo questa libertà non era così importante, se ne poteva fare a meno. Restava, certo, lo sfogo del borbottìo, della lamentela, del malumore sotterraneo, ma non era rabbia quella. La rabbia è esplosa dopo, per la guerra, ma appunto c’è voluta una guerra. Subito dopo ci siamo assuefatti alla Democrazia cristiana. Da noi, le cose durano a lungo. E ora siamo punto e da capo, assuefatti.
Non ci sono guerre in vista, per fortuna, e nemmeno l’orizzonte di un’alternativa di sistema come, con tutte le caute le del caso,
durante la Dc. Che ci resta allora?
Berlusconi governa perché è un’immagine speculare del peggio degli italiani, ma governa anche perché l’alternativa non esiste. Quando lui dice non c’è governo al di fuori del mio, dice una verità, perché in questo momento di crisi noi ipotizziamo al massimo un governo di passaggio, di transito, che abbia il solo scopo di ripristinare le regole del gioco per ciò che riguarda il voto.
È un orizzonte un po’ ristretto. Arriva a domani, ma non a dopodomani. E non ci arriva perché da quest’altra parte manca prima di tutto l’unità sull’idea di come fare opposizione. Siamo al sillabario. C’è l’opposizione di Casini, quella del Partito democratico e quella dell’Italia dei valori, tre forme tra loro inconciliabili di opposizione.
Siamo dunque in una notte oscura, come dice San Giovanni della Croce, cioè c’è ancora molto tempo prima dell’alba.
E tutto questo mi fa incazzare ancora di più. La mia incazzatura, però, non è unidirezionale, è rivolta a entrambi. È una rabbia cornuta.
(25 settembre 2010)
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