Capire le Primavere arabe
Marco d’Eramo
Sono 4 euro ben spesi quelli che sborsate per comprare il numero speciale di Le monde diplomatique/il manifesto (in vendita in pdf su www.ilmanifesto.it) dedicato alle Primavere Arabe, che raccoglie molti reportage e saggi pubblicati mentre gli eventi si svolgevano, ma anche testi inediti e magnifico materiale documentario, a partire dalla sezione cartografica in cui potete vedere «a colori» l’esplosione dei giovani in questi paesi, l’afflusso di immigrati, le risorse petrolifere, il propagarsi dei moti. Molto utili sono anche le schede paese per paese sui membri della Lega araba.
Ma naturalmente sono gli articoli il pezzo forte di questo speciale dedicato a quello che – insieme alla crisi dell’euro – è stato l’evento marcante del 2011, tanto da farci invidiare quel che succedeva sulla sponda sud del Mediterraneo e chiederci perché non ci fossero da noi «primavere arabe», benché il movimento degli «Indignati» e quello di «Occupy Wall street» abbiano indubbiamente preso spunto dalle grandi manifestazioni tunisine e dall’occupazione di piazza Tahir al Cairo.
Eventi che ci hanno riempito di speranza, ma che sono a tutt’oggi cantieri di lavori in corso se così si può dire, con l’esercito che resta disperatamente appigliato al proprio potere in Egitto, con Bachir Assad che altrettanto disperatamente si aggrappa al suo in Siria e con i destini dello Yemen ancora in bilico, mentre il futuro di Libia e Tunisia appare assai incerto.
Lo speciale ha quindi l’andamento di una cronaca in diretta, anche perché alcuni testi proprio alla primavera scorsa risalgono. Ma per esempio è molto impressionante il recente reportage da Tripoli di Patrick Haimzadeh sui thuwwar (plurale di thair che vuol dire «rivoluzionario»), cioè sulle milizie che occupano la capitale libica e che si oppongono all’autoprocalmato governatore di Tripoli Hakim Belhaj, ex jihadista, proiezione dell’emiro del Qatar sulla scena libica, che viaggia praticamente al seguito dell’emittente Al-jazeera (di proprietà dello stesso emiro del Qatar).
Come assi illuminante è il testo di Marie Bénilde dedicato al peso esatto che hanno avuto i media vecchi (tv, giornali e radio) e quelli nuovi (internet, socialnetworks come Facebook, Twitter, etc) e le loro sinergie o intersezioni o il resoconto del retroscena delle grandi lotte operaie che nell’ultimo decennio hanno incubato la rivoluzione egiziana (Raphael Kempf). Come ci fa conoscere le insospettate, aspre divisioni all’interno stesso dell’integralismo islamico il saggio di François Burgat sui salafiti contro i Fratellli musulmani.
Ma a me personalmente hanno incuriosito di più testi come quello di Tarik Naceur Chaabane che sviscera perché le rivoluzioni giungano sempre inattese e ricorda come tre giorni prima della caduta dei Romanov nel 1917 l’ambasciatore britannico a Mosca scrivesse al proprio ministro degli esteri: «Oggi ci sono stati alcuni disordini ma niente di serio», mentre un rapporto della Cia pochi mesi prima della caduta dello Scia concludeva che «l’Iran non è in una situazione rivoluzionaria e nemmeno rivoluzionaria». O testi come il gioiellino di Edward Said sul doppio uso della lingua tra arabi, un arabo dialettale nella vita quotidiana e un arabo classico (pur se modernizzato) nella vita politica. Insomma, questo speciale è uno strumento non solo utile, ma anche gradevole per decifrare, imparare e conoscere un evento che ci riguarda da vicino e che è ancora in forse.
(5 gennaio 2012)
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