Carceri, se l’Europa condanna l’Italia
Patrizio Gonnella
Tra sovraffollamento, condizioni igieniche disumane e lentezza della giustizia, il sistema penitenziario nostrano è al collasso. La sentenza di Strasburgo ci dà un anno per rimediare a questa annosa e barbara situazione, ma finora i governi che si sono succeduti hanno fatto poco per le patrie galere. E il prossimo?
Una sentenza epocale per almeno tre motivi: non riguarda un carcere ma tutto il sistema penitenziario italiano; impone soluzioni politiche al sovraffollamento entro un anno; prevede una maxi risarcimento economico tanto da rendere oltre che indegno anche costoso violare i diritti umani.
Con la sentenza-pilota nel caso “Torreggiani e altri contro Italia”, la Corte Europea di Strasburgo martedì scorso all’unanimità ha nuovamente condannato l’Italia per violazione dell’art. 3 della Convezione dei Diritti dell’Uomo – l’articolo che proibisce la tortura e i trattamenti inumani o degradanti – in relazione al sovraffollamento delle carceri. Alle autorità italiane, che dovranno risarcire i ricorrenti per complessivi 99.600 euro più 6.000 euro di spese legali, è stato intimato di adottare entro un anno provvedimenti che pongano rimedio alle violazioni alla Convezione conseguenti al sovraffollamento carcerario. La decisione della Corte di utilizzare la procedura della sentenza-pilota trova fondamento nel numero crescente di persone che in Italia sono potenzialmente interessate da un giudizio analogo. Le parti hanno adesso tre mesi per chiedere eventualmente che il caso venga portato di fronte alla Grande Camera della Corte, scaduti altrimenti i quali la sentenza diverrà definitiva.
Al momento in cui il ricorso è stato sporto, i signori Torreggiani, Bamba, Biondi, Sela, El Haili, Hajjoubi e Ghisoni erano detenuti nelle carceri di Busto Arsizio e Piacenza. Ognuno di loro ha denunciato che condivideva al tempo una cella di 9 metri quadrati con altri due detenuti, avendo dunque a disposizione 3 metri quadrati ciascuno, senza disponibilità di acqua calda e in alcuni casi senza sufficiente ricambio d’aria né sufficiente illuminazione.
Il 10 aprile 2010 il signor Ghisoni e due altre persone detenute nel carcere di Piacenza presentarono un ricorso al magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia in relazione alle proprie condizioni di detenzione. Nell’agosto di quell’anno il magistrato dette loro ragione, sostenendo che i ricorrenti avevano subito trattamenti inumani e degradanti ed erano stati discriminati rispetto a detenuti alloggiati in condizioni più favorevoli. Alle autorità penitenziarie fu chiesto di risolvere immediatamente la situazione. Ghisoni fu trasferito in una cella doppia solo nel febbraio 2011. Nonostante questo, il Governo italiano ha sostenuto di fronte alla Corte di Strasburgo l’inammissibilità del ricorso a essa presentato, affermando che il rimedio interno esperito da Ghisoni e gli altri si era rivelato perfettamente effettivo.
La Corte, nella sua sentenza, sostiene viceversa – così come anche più volte sostenuto dalla Corte Costituzionale – che il reclamo al magistrato di sorveglianza è privo di garanzie per il detenuto ricorrente. La Corte specifica come, nell’attuale situazione di sovraffollamento del sistema penitenziario italiano, alle nostre autorità non sia possibile dal seguito alle decisioni della magistratura di sorveglianza e garantire condizioni di detenzione rispettose della Convenzione Europea.
Nel luglio del 2009 l’Italia era già stata condannata dalla Corte per violazione dell’art. 3 nel caso “Sulejmanovic contro Italia”, nel quale al ricorrente era stato riconosciuto di essere stato sottoposto a trattamenti inumani e degradanti durante la sua permanenza nel carcere romano di Rebibbia, quando a disposizione era arrivato ad avere 2,7 metri quadri di spazio per lunghe ore di permanenza all’interno della cella.
Ora vedremo che faranno e cosa diranno le forze politiche che si candidano a governare il Paese.
(12 gennaio 2013)
MicroMega rimane a disposizione dei titolari di copyright che non fosse riuscita a raggiungere.