Cari padroni, da che pulpito!
Massimo Mucchetti
, Il Corriere della Sera, 10 luglio 2012
Gli allarmi di Giorgio Squinzi sui rischi di «macelleria sociale» impliciti nel rigore del governo Monti e le prese di distanza prontamente manifestate da alcuni big dell’industria fanno emergere due Confindustrie. La frattura attraversa l’associazione e tocca anche il campo dei grandi elettori dello stesso Squinzi. Sabato sembrava quasi che il presidente degli industriali fosse tentato di diventare un Cossiga dell’economia.
Nei suoi ultimi anni al Quirinale, Francesco Cossiga ritenne utile alla democrazia mettere a nudo le incongruenze della Prima Repubblica. Squinzi sembrava voler rompere il coro dei Poteri Responsabili, che a parole sostiene Monti e, dietro le quinte, esige la sua libbra di carne. Ma le precisazioni di ieri lo riportano nell’alveo istituzionale.
In Confindustria convivono come in un caleidoscopio cinque grandi famiglie di imprese: le piccole imprese, che vendono soprattutto in patria; le piccole e le medie organizzate nei distretti industriali, che in parte esportano; le multinazionali tascabili, tra cui la Mapei di Squinzi e la Brembo del suo arcirivale, Alberto Bombassei; le poche grandi imprese private ormai proiettate nel mondo; le pochissime grandi pubbliche, in parte globali e in parte legate a rendite di posizione domestiche. Queste cinque famiglie si ricompongono nelle due Confindustrie: quella che si sente morire senza una rapida ripresa della domanda interna, e quella che ha altre risorse.
Squinzi è un uomo libero, padrone di sé stesso. Gianfelice Rocca, suo critico, lo è altrettanto con la Techint. Altri censori del presidente, invece, non rischiano di tasca propria, se non inezie. Si tratta di manager, alcuni dei quali divenuti imprenditori, sostenuti da grandi azionisti: Montezemolo dagli Agnelli in Ferrari e fino a ieri in Fiat, Tronchetti dai soci del patto di sindacato Pirelli, Bernabé da banche e assicurazioni in Telecom Italia, Scaroni dal governo all’Eni. Non è una diminutio : le grandi imprese evolvono oltre la fase padronale. In Confindustria, talvolta, prevalgono le imprese manageriali, talvolta i self made men. Accadde anche con Antonio D’Amato, esponente del Quarto Capitalismo che superò il pur valido candidato della Fiat.
Ora i critici del presidente della Confindustria si ritrovano uniti dietro un premier che rappresenta il meglio oggi possibile in Italia. Ma Mario Monti saprà senz’altro leggere oltre le dichiarazioni ed evitare di farsi trasformare in una bandiera di comodo. Nelle parole di Squinzi non dovrebbe essere difficile cogliere il disorientamento dei tanti – padroni e operai, manager e impiegati, commercianti e artigiani – che scoprono un 2012 in recessione per almeno il 2% quando le élite sempre pronte a dare lezioni prevedevano una crescita dell’1%. Si predica l’aumento della produttività. Ottimo per il sistema Paese, ma che cosa vuol dire per l’industria manifatturiera? Significa certo fare meglio qui e ora, ma soprattutto significa aumentare le componenti acquistate o prodotte all’estero, laddove conviene. I bilanci ne risentono positivamente, l’export pure. Ma un Paese evoluto di 60 milioni di abitanti non vive di solo export. Nelle parole di Squinzi si legge l’angoscia delle imprese che lavorano per il mercato interno e vedono la domanda aggregata crollare. Quando mai ci sarà la ripresa se Sergio Marchionne profetizza altri 2-3 anni di magra per l’auto in tutta Europa?
Nella convergenza mediatica tra Squinzi e Susanna Camusso, si coglie la memoria dei buoni rapporti tra industriali e sindacati chimici e una scarsa dimestichezza con le durezze dei meccanici. È un limite. Ma perché non vedere il bicchiere mezzo pieno e lavorare per costruire una rinnovata intesa tra imprese e tutti i sindacati? Gli estremisti Fiom e anti Fiom possono dolersene. Ma il Paese? La Germania ha ridotto l’orario e le paghe nel momento del bisogno, ma non ha licenziato per salvare le competenze. La Ducati di Bologna è passata da un fondo di private equity all’Audi con il sostegno dell’intero fronte sindacale. Come mai? Perché in Ducati sono capaci di fare le moto e all’Audi questo interessa. Sul resto ci si mette d’accordo. Nella sua intervista al Corriere, il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, auspica l’apertura di uno sportello unico per rimuovere gli ostacoli burocratici agli investimenti esteri in Italia. È un appello al governo. Ma lo sportello non basta. Talvolta bisogna andarsele un po’ a cercare le Audi di turno, offrendo, negoziando, sfidando banche e sindacati alla prova della responsabilità con prospettive dure ma credibili.
La censura dei colleghi a Squinzi ricuce l’unità nazionale nella guerra dello spread. Bene. La spending review va fatta senza sconti né ai sindacati né alle imprese fornitrici dello Stato a prezzi fantasiosi né alle imprese pubbliche, ancora piene di sprechi e rendite di posizione. Ma i manager, gli industriali e i banchieri montianamente corretti non hanno nulla da rispondere a Visco, quando tira le orecchie alla classe imprenditoriale italiana? Confrontando quanto hanno intascato negli ultimi 10 anni e quanto hanno davvero dato alle loro imprese e al Paese, ritengono di avere la coscienza a posto di fronte agli ultimi e pure al ceto medio declassato? Quanto ha fatto perdere all’Italia la resistenza dell’Eni a tutela del monopolio Snam? E quanto pesa il debito fatto dai soci di Telecom, vecchi e nuovi, sul contenimento degli investimenti domestici che modernizzerebbero il Paese? Che cosa dice Montezemolo, da uomo Fiat, del progetto Fabbrica Italia svanito nella nebbia? Squinzi e Bombassei sono due campioni dell’industria che vince. Il Tronchetti che torna in Pirelli anche. Dibattano. Altri hanno molto da spiegare. A Monti, a Visco e a noi.
(11 luglio 2012)
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