Carlo Maria Martini: Norberto Bobbio e il senso del mistero

Carlo Maria Martini

"Bobbio rimane un modello di ricerca umile e sofferta, di sincerità e di autenticità che può mostrare a molti quanto sia importante non accontentarsi di risposte facili e porsi con serietà e impegno quelle domande che toccano il significato dell’esistenza".

, da MicroMega 1/2004

Conoscevo già queste pagine, dove anch’io sono citato, a proposito di «chi prende sul serio questi problemi e chi non li prende sul serio». Ho sempre ritenuto determinante questa distinzione e su di essa ho basato le riflessioni che avevo promosso a Milano nella «Cattedra dei non credenti».
Ma ora che rileggo queste pagine dopo la morte di Bobbio esse mi ispirano ancora maggiore riverenza e rispetto verso quest’uomo onesto e sincero, che non ho avuto modo di incontrare personalmente ma che ho sempre stimato per il suo profondo desiderio di autenticità. In queste pagine il filosofo tocca molti problemi, ma io mi limiterò a esprimer qualcuna delle risonanze che esse suscitano in me.

Rileggendo queste pagine non mi sento intellettualmente molto lontano da lui. Anch’io sento di vivere profondamente il senso del mistero e ritengo che «la ragione dell’uomo è un piccolo lumicino, che illumina uno spazio infimo rispetto alla grandiosità, all’immensità dell’universo». Resta dunque «fondamentale questo profondo senso del mistero, che ci circonda, e che è ciò che io chiamo senso di religiosità».
La differenza sta nel fatto che io a questo «mistero» mi affido, mi abbandono con fiducia perché sono convinto che è un mistero buono, che ha cura di noi e che ha in sé le chiavi di tutti quei problemi che umanamente non riesco a comprendere. Un grande stimolo per questa convinzione e questo affidamento mi è dato dalla persona di Gesù, dalle sue parole, dalla sua vita, morte e risurrezione, che fanno parte di questa nostra vicenda e che nessuna considerazione ipercritica dei documenti del passato riesce ad eliminare. Mi colpisce per questo che nel suo scritto Bobbio non nomini se non di passaggio la persona di Gesù e mostri di non conoscere a fondo i vangeli, egli che pure si è «sempre domandato per quale ragione nelle nostre scuole gli dei di Omero si studino più del Dio della Bibbia».

Egli mostra grande considerazione per «i precetti e la predicazione di Cristo, il discorso della montagna», mostrando così di aver presente la straordinaria apertura di orizzonti che il vangelo ci propizia su una nuova immagine dell’uomo e di Dio. Ma poi si lascia bloccare da qualche pagina più controversa e dice di non accettare per esempio la parola di Gesù «Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti» non intendendone il senso paradossale e provocatorio nel contesto e dimenticando che la «pratica che è invece così umana, pietosa» di seppellire i morti è pratica da sempre tenuta in grande onore da tutta la tradizione cristiana.

Sono convinto, pur nel rispetto del segreto di ogni coscienza, che se Norberto Bobbio avesse approfondito con amore i vangeli distinguendoli accuratamente da altre proposte religiose e avesse sentito il fascino della persona di Gesù, la domanda coinvolgente «Voi chi dite che io sia?» (cfr. Evangelo secondo Matteo 16,15) e l’appello lanciato presso la tomba vuota di Gesù «Non è qui. È risorto» (cfr. Matteo 28,6) – appello che ancora oggi risuona qui a Gerusalemme presso l’edicola del sepolcro – sarebbe forse andato oltre a quell’umile confessione del proprio «non sapere» verso una più fiduciosa considerazione del mistero indicibile che porta dentro di sé le ragioni profonde anche delle nostre sofferenze.
Con tutto questo egli rimane un modello di ricerca umile e sofferta, di sincerità e di autenticità che può mostrare a molti quanto sia importante non accontentarsi di risposte facili e porsi con serietà e impegno quelle domande che toccano il significato dell’esistenza.

(3 settembre 2012)



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