Carlo Maria Martini: Una comunità cristiana verso il terzo millennio
Carlo Maria Martini
Meditazione del cardinale arcivescovo di Milano alla comunità cristiana della chiesa di St. Joseph del Greenwich Village di New York del 24 febbraio 1998.
, da MicroMega 5/1999
Sono molto contento di trovarmi nella bella città di New York, nella meravigliosa chiesa di St. Joseph nel Greenwich Village, di incontrarmi con voi e di essere ospite di padre Aldo Toss., che rappresenta bene, a mio avviso, il parroco del terzo millennio.
Mi è stato chiesto di tenere una relazione dal titolo: «Una comunità cristiana verso il terzo millennio», e vi parlo come Arcivescovo di una grande diocesi, di una Chiesa locale che si interroga per capire quale sia il modo giusto per celebrare la fine del secondo millennio. Occorre infatti trovare una via che non sia né quella della curiosità o superficialità, né quella della paura propria di chi si domanda se siamo giunti al termine della storia.
Ho saputo che anni fa il sindaco di New York ha fatto un’indagine tra la cittadinanza appunto per avere delle idee su come celebrare la sera del 31 dicembre 1999. E ha creato un «panel of visionary», un comitato di visionari, di persone capaci di valutare i diversi suggerimenti. Il comitato aveva un motto: «Pensa alla grande, pensa con apertura internazionale, pensa gentile, pensa senza rischiare, pensa futurista, ma pensa».
A Milano non abbiamo istituito un comitato del genere, e tuttavia cerchiamo di pensare. Ciò che vi dirò è il risultato del nostro pensare.
Anzitutto mediteremo la lettera di Giovanni Paolo II Tertio millennio adveniente, del 1994, per comprendere le ispirazioni dello Spirito Santo a proposito della celebrazione della fine del secondo millennio e l’inizio del terzo. In altre parole, che cosa dobbiamo fare come comunità cristiana, nella preoccupazione che condividiamo con molti altri per il futuro dell’umanità? Come accogliere questa grazia di iniziare il terzo millennio dell’era cristiana? È una grazia che tante generazioni di cristiani non hanno avuto, e dobbiamo avvertirne la responsabilità.
Espongo quattro punti sotto forma di domande o dilemmi:
– Millennio o Giubileo?
– Millennio o Apocalisse?
– Che cosa è essenziale per questa celebrazione?
– In concreto che cosa significa per una Chiesa locale?
Millennio o Giubileo?
Scrive il papa nella Tertio millennio adveniente: «I duemila anni dalla nascita di Cristo rappresentano un Giubileo straordinariamente grande non soltanto per i cristiani, ma indirettamente per l’intera umanità» (n. 15).
Ci sono qui due termini diversi per indicare il medesimo evento: «duemila anni dalla nascita di Cristo», cioè millennio, e poi «Giubileo». Noi dobbiamo distinguere il significato e l’importanza dei termini mettendo al primo posto la nascita di Cristo, perché il Giubileo è soltanto un modo, uno strumento, per celebrarla.
Ciò che conta è la memoria della natività di Cristo e delle conseguenze che essa ha avuto per l’umanità.
1) Anzitutto i duemila anni dall’incarnazione del Figlio di Dio costituiscono un evento per i cristiani, un evento che divide la storia tra un «prima» e un «dopo», che ha creato una nuova fase della storia, la fase o stadio finale. Si tratta perciò di un evento ecumenico, che riguarda tutti coloro che pensano e credono in Cristo come il centro della storia, come il Figlio di Dio.
E tuttavia riguarda anche l’intera umanità. È vero che il conto degli anni a partire dalla nascita di Cristo è una pratica occidentale. Per esempio, il 2000 sarà per gli ebrei l’anno 5760, per i buddisti il 2544, per i musulmani il 1421. Però tutti nel mondo, anche se non accettano il posto centrale che Cristo ha nella storia, riconoscono che, in un certo modo, con la sua nascita ha preso avvio un nuovo tempo storico. E tutti nel mondo hanno qualcosa a che fare con Gesù e con il suo insegnamento sulla pace, sul perdono, sull’amore per i nemici, sulla solidarietà, sulla giustizia, sul servizio amoroso ai poveri. Quindi il millennio è un evento che interessa tutti.
Possiamo domandarci: è un evento che tocca anche gli ebrei?
Pensiamo quanti problemi e quante sofferenze stanno sotto tale domanda, e come sia necessario e urgente che i cristiani mostrino pentimento e insieme esprimano la forte decisione di evitare in futuro ogni forma di antisemitismo. Allora la celebrazione di fine millennio e d’inizio di un nuovo millennio potrebbe essere una buona occasione per proclamare e promuovere soprattutto in Europa sentimenti di amore, di amicizia, di fraternità verso il popolo ebraico.
E, in questo spirito, perché non sperare anche di trovare una comune comprensione sul significato universale della persona di Gesù di Nazareth, almeno come grande leader, grande profeta ebreo, come è successo negli ultimi anni? In Israele penso al lavoro scientifico dello studioso ebreo – mio buon amico – David Flusser, che ha scritto molto su Gesù profeta; in Europa penso al lavoro dello studioso ebreo Pincas Lapide, o a Ben Chorin, altro pensatore eccellente; penso al lavoro di altri pensatori e studiosi ebrei negli Stati Uniti.
Questa comune comprensione va incoraggiata e mi auguro che il nuovo millennio ci porti a parlare insieme anche di alcuni aspetti della vita di Gesù di Nazareth.
Va naturalmente ricordato che il conto dei duemila anni non è corretto. Sappiamo infatti che, a rigore, il terzo millennio è già iniziato perché Gesù è nato circa sei anni prima dell’era cristiana, e quindi la data che celebriamo ha qualcosa di arbitrario. Ed è pur vero che matematicamente il secondo millennio dovrebbe essere celebrato nel 2001, dal momento che non è esistito un anno zero.
Non possiamo comunque negare che l’avvento dell’anno 2000 nel nostro calendario rivesta come una specie di aura che ne fa un’occasione propizia per la revisione del passato, quasi una pausa nel corso della storia.
2) Consideriamo adesso il termine «giubileo» che viene dalla Bibbia ebraica e, di per sé, indica una festa da celebrare ogni cinquant’anni, cioè dopo 7 settimane di anni; non dunque una celebrazione di un evento del passato. Non aveva un aspetto commemorativo come invece l’avrà il 2000; si trattava piuttosto di un evento sociale, al fine di condonare, perdonare, rimettere le cose a posto, in particolare per la restituzione delle terre ai loro proprietari originari, e per la liberazione degli schiavi. Un evento sociale, possiamo dire, al servizio della giustizia e della solidarietà. Ovviamente il Giubileo veniva celebrato in un contesto religioso, se mai è stato celebrato, perché non abbiamo sufficienti ragioni storiche per affermarlo; in ogni caso, si configurava come una grande idea sociale alla quale soggiaceva la convinzione che il vero padrone della terra è Dio e che la terra va distribuita in modo da evitare l’impoverimento di alcuni e l’arricchimento di altri.
Nella storia del cristianesimo, il termine giubileo è stato introdotto nel XIV secolo, per sottolineare appunto gli anniversari della nascita di Gesù, e questo termine ha il vantaggio di riallacciare una celebrazione cristiana a un’idea ebraica di preoccupazione sociale.
Vorrei sottolineare che, a mio giudizio, il termine giubileo deve essere riservato a eventi di portata sociale ed etica, indubbiamente in un contesto religioso, e non deve essere usato q
uale sinonimo per ogni genere di festa. Non si tratta di festa, ma di un pentimento collettivo, di un grandioso fatto sociale, di un momento di conversione. La parola stessa giubileo significa anzitutto pentimento, conversione, proposito di solidarietà, preoccupazione per i poveri. E, nella visione cristiana, l’accento è posto non su ciò che fanno gli uomini e le donne, bensì su quello che Dio ha operato e opera a favore dell’umanità, nel nostro caso l’Incarnazione di suo Figlio.
Millennio o Apocalisse?
Ogni svolta della storia ha rappresentato un pretesto per l’insorgere del pensiero apocalittico.
Non è facile definire che cosa si intende per «apocalittica». Gli studiosi danno diverse interpretazioni per questa difficile parola greca, che letteralmente vuol dire rivelazione, svelamento. Il libro biblico del profeta Daniele o, nel Nuovo Testamento, il libro dell’Apocalisse sono un esempio concreto di genere apocalittico.
In generale, con questo termine si vuole esprimere un certo senso di disagio verso il mondo, una profonda insoddisfazione per il presente delle cose, connessa alla speranza che d’un tratto possano cambiare attraverso un evento causato non dall’opera degli uomini, ma da qualche forza superiore.
Apocalittica è la rivelazione dell’imminenza di tale improvviso e definitivo cambiamento della storia, e anche l’esatto calcolo dell’anno nel quale avverrà; questa rivelazione è trasmessa o da un Essere superiore oppure da un profeta in un linguaggio criptico, che solo pochi possono comprendere.
Ha perciò a che fare con la speranza per il futuro e con la paura per la fine della storia; ha a che fare con l’aspettativa dell’inizio di una nuova era. La nostra epoca, specialmente negli ultimi due secoli, è piena di predizioni apocalittiche da parte dei fondatori di diverse sette che annunciano l’avvicinarsi della fine; ci sono anche molte visioni e profezie di uomini e donne del tempo presente. Ricevo, in proposito, numerose lettere di persone che scrivono: «La fine del mondo è prossima»; ricordo inoltre tutte le speculazioni sul terzo segreto di Fatima. Anche questo è apocalittica.
Esempi di linguaggio apocalittico li abbiamo pure in alcune pagine del Nuovo Testamento. Penso al linguaggio criptico (e l’ho scoperto recentemente) usato dall’evangelista Luca nei primi due capitoli, dove racconta la nascita di Giovanni Battista e di Gesù. Il conteggio dei giorni ricorda l’annuncio dato a Geremia – settant’anni dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme, ci sarà un radicale rinnovamento – e predetto poi dall’angelo Gabriele a Daniele (cfr. 8-9). Ed è proprio lo stesso angelo Gabriele ad annunciare la nascita di Giovanni Battista a Zaccaria e la venuta di Gesù a Maria. In Daniele 9, 70 settimane di anni fanno 490 anni; in Luca, dall’annuncio a Zaccaria nel Tempio fino alla presentazione di Gesù al Tempio, passano 490 giorni. Il linguaggio apocalittico intende rivelare nascosti misteri di figure, di tempi, di numeri, e l’evangelista lo usa per sottolineare che i giorni di Gesù sono i giorni finali della storia, gli ultimi giorni.
C’è tuttavia una differenza sostanziale tra le molte predizioni apocalittiche cui ho sopra accennato e quelle del Nuovo Testamento che sono fatte in spirito di coraggio e di speranza, non incutendo paura. I primi due capitoli di Luca sono pieni di gioia, segno dell’apocalittica cristiana, e vogliono dire: con Gesù siamo entrati nello stadio finale della salvezza.
Quindi, alla domanda: siamo giunti agli ultimi anni della storia? possiamo rispondere: sì, perché dopo la venuta di Gesù la storia della salvezza va verso il suo compimento.
Se invece domandiamo: ha un significato il passaggio dal 1999 al 2000? rispondiamo: no, nessun significato, e non c’è spazio per predizioni ansiose e di paura, ma soltanto per il rinnovamento della speranza e del coraggio.
Che cosa è essenziale?
Che cosa è veramente necessario per celebrare il nuovo millennio?
Certamente, non l’attesa di qualche gran cambiamento nella storia umana: il 2001 non sarà tanto diverso dal 2000.
È essenziale, invece, riportare alla coscienza il grande e fondamentale cambiamento inaugurato dalla venuta di Cristo: ogni Eucaristia è questo cambiamento, ogni preghiera ben fatta è questo cambiamento, ogni atto di amore sincero.
Con la vita, morte e risurrezione di Gesù il significato delle cose è mutato, è iniziato un nuovo ordine, l’ordine del Regno di Dio basato sul perdono. Ormai ogni momento porta con sé la presenza di una nuova umanità e noi possiamo impegnarci per l’amore e la giustizia nella certezza che esse prevarranno. Una nuova solidarietà è stata resa possibile, un’economia basata non sulla competitività, bensì sull’attenzione verso tutti gli esseri umani, e tale economia non è frutto dei nostri sforzi umani, ma è la grazia dello Spirito Santo che opera in ciascuno di noi.
Alla soglia del terzo millennio è allora essenziale vivere in questa prospettiva e allargarla a molti altri per il bene dell’umanità intera, così da ottenere un triplice scopo: aiutare coloro che sono alla ricerca del significato della vita; aiutare soprattutto i giovani a trovare punti di riferimento per questa nuova ricerca di significato; aiutare i cristiani a guardare al terzo millennio con gioia e con speranza.
Quale l’impegno di una Chiesa locale?
Partendo dalla mia esperienza, propongo tre linee di azione che ritengo utili per il cammino di una Chiesa locale, e mi servo di tre esempi pratici:
1) Il primo esempio è quello di una iniziativa per persone alla ricerca di senso. L’ho lanciata a Milano invitando a degli incontri quanti fossero desiderosi di pensare. È meglio distinguere tra pensanti e non pensanti che tra credenti e non credenti. Agli incontri ho dato il nome di «Cattedra dei non credenti» perché il mio presupposto è che in ciascuno di noi – qualunque sia la nostra religione – ci sono un credente e un non credente in continuo dialogo. E mi dicevo: sarebbe bello dare voce a questa lotta interiore ascoltando anche persone in ricerca di un significato, sarebbe bello chiedere a queste persone se pure loro vivono tale lotta!
Al primo incontro ho invitato a parlare un noto filosofo marxista, ateo, che espresse ad alta voce le ragioni del suo non credere. Fu un’esperienza commovente e insieme molto interessante. Negli incontri successivi salirono in cattedra artisti, psichiatri, poeti, letterati per raccontare la loro ricerca di senso della vita. Nessuno cercava di convincere l’altro, ma ciascuno dava con semplicità la sua testimonianza di fede o di non fede.
Io ascoltavo – anzi ascolto, perché la Cattedra continua – i relatori e, alla fine, intervenivo o intervengo ponendo delle domande a tutti i partecipanti.
Le sessioni, di anno in anno, cambiano argomento e una volta abbiamo dedicato un’intera sessione al tema «Il silenzio di Dio», chiamando a parlare alcuni rappresentanti del popolo ebraico, religiosi e non. Ricordo ancora con viva emozione quegli incontri e, in particolare, la testimonianza di un’anziana signora ebrea che da ragazza era entrata come atea in un lager e ne era uscita come agnostica. Ci spiegò le ragioni del suo agnosticismo: «Mi convinsi, nei giorni terribili del lager, che esiste un mistero nella vita dell’uomo, ma un mistero a cui non so
dare un nome».
In un’altra sessione, abbiamo messo a tema «La preghiera di chi non crede». Il titolo mi fu suggerito da un famoso psicologo che mi aveva detto: «Non credo in Dio, però prego due volte al giorno». Così lo invitai alla Cattedra e, insieme a lui, invitai anche un monaco buddista del Giappone. Di fatto, la preghiera è qualcosa di più profondo di ogni idea tematica su Dio.
Lo scopo di tutti questi incontri era sempre lo stesso: aiutare la gente a pensare, a entrare nella propria coscienza, a interrogarsi. Sono convinto che il desiderio di ricerca di significato da parte di molte persone non appartenenti a nessuna religione sia un segno positivo, e a esso dobbiamo dare risposta in questa fine millennio.
2) Il secondo esempio concerne i giovani cristiani alla ricerca di senso. Oggi più che mai è importante aiutare la gente, specialmente i giovani, a capire l’essenza del messaggio cristiano attraverso il contatto con la Bibbia.
Anche qui racconto un’iniziativa che risale al primo anno del mio servizio episcopale a Milano. Una sera del mese di maggio del 1980 mi trovavo con un gruppo di circa duecento giovani su un prato, all’aperto, per una conversazione amichevole. A un certo punto qualcuno di loro mi chiese come fare a pregare con la Sacra Scrittura e cercai di rispondere; ma volevano esempi pratici e allora li invitai a venire nel successivo mese di settembre in Duomo.
Pensavo si fossero dimenticati e invece, a settembre, giunsero in Duomo circa cinquecento giovani. Iniziò così quella che ho chiamato la «Scuola della Parola». Ci riunivamo una volta al mese, si cominciava con un canto, poi la lettura di un salmo, a cui seguiva la mia lettura e spiegazione di una pagina del Nuovo Testamento e quindi alcuni minuti di silenzio assoluto.
Il numero dei partecipanti si accresceva di volta in volta fino a gremire la Cattedrale ed era stupefacente lo spettacolo di quelle migliaia e migliaia di giovani in contemplazione della parola biblica. Per cinque anni, ogni mese, per un’ora e mezzo di preghiera comune, abbiamo affrontato diversi testi della Scrittura.
Un anno scelsi i Salmi della penitenza e spiegai il Salmo 51, il Miserere: lo ricordo molto bene perché la cassetta con la registrazione venne portata in prigione e un noto terrorista riscrisse, con le sue parole, il Salmo e me lo mandò.
Dopo cinque anni il Duomo non conteneva più il numero dei giovani partecipanti e da allora la Scuola della Parola si tiene in 70 grandi chiese della diocesi seguendo sempre lo stesso metodo.
Lo scopo di questa Scuola della Parola è dunque di aiutare i giovani a pregare con la Bibbia da soli e a collegare la preghiera con la vita quotidiana. L’importante è che la spiegazione della pagina del Nuovo Testamento o del Primo Testamento non sia una predica o una catechesi, ma serva a mettere i giovani davanti alla Parola di Dio in atteggiamento di silenzio e di preghiera.
In proposito mi piace ricordare un’affermazione del teologo Karl Rahner: «Nel nuovo millennio il cristiano sarà un mistico o non sarà». Come a dire: in un mondo in cambiamento, in un mondo pluralistico, consumistico, vincerà chi prega, chi vive l’interiorità perché in lui è il Signore che vince.
3) Una terza linea di azione riguarda i fedeli in genere. Per me, vescovo di una diocesi di 5 milioni di persone, il problema che mi si presenta è il seguente: come nutrire la fede della gente semplice? La fine del millennio incoraggia l’azione, ma un’azione va motivata. Come dunque aiutare la gente semplice a sviluppare la motivazione e il coraggio necessari alla vita cristiana?
Come gesuita, sono convinto che gli Esercizi di sant’Ignazio di Loyola costituiscono un eccellente metodo per approfondire la vita cristiana e, da vescovo, ho avuto la felicissima esperienza di dare gli Esercizi a molte migliaia di persone e, recentemente, anche tramite la radio e la televisione. Nell’ottobre scorso, in occasione del XVI anniversario della morte di sant’Ambrogio, grande Padre della Chiesa che fu vescovo di Milano, ho deciso di tenere gli Esercizi spirituali a tutta la diocesi attraverso la radio e la televisione. Un corso serale, seguito da almeno mezzo milione di uomini e di donne che, riuniti in gruppi di dieci-dodici persone, ascoltavano, pregavano e poi si scambiavano le riflessioni di fede sul tema dei «doni dello Spirito Santo», a partire dalla mia spiegazione. Molti mi hanno scritto comunicandomi le loro risonanze e dicendomi che avevano vissuto una vera e forte esperienza spirituale, proprio come accade in un corso di Esercizi di pochi partecipanti.
Ho compreso che le possibilità di diffondere la fede sono oggi assai più ampie che nel passato, e che Dio sta preparando grandi cose per il prossimo millennio.
Concludendo, vorrei ripetervi che al nuovo millennio ci dobbiamo preparare nella speranza e nel coraggio, non nella paura e nell’angoscia. Infatti, il millennio ci ricorda che Cristo è venuto tra noi, è rimasto con noi e che la sua presenza, nello Spirito, è più forte che mai perché è fondata su due millenni di storia di santità e di fede.
Gesù, Signore della storia e del cosmo, guiderà certamente il millennio a nuove esplosioni di amore e di speranza.
(3 settembre 2012)
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