Carnevale di Rio de Janeiro: l’estetica della pluralità
Laura Petracchi
È senza dubbio la manifestazione brasiliana più conosciuta al mondo: il famoso carnevale di Rio, che proprio in questi giorni sta riempiendo le strade della città. Ma non è solo folklore: per una settimana soggetti marginalizzati e spesso privati dei diritti fondamentali divengono i padroni indiscussi dello spazio pubblico. E la festa si intreccia alla protesta.
“Immaginare il Brasile senza Carnevale sarebbe come immaginare una notte senza luna o un riso senza fagioli” ha scritto un anno fa un celebre antropologo brasiliano, Roberto Da Matta. Se questo è vero in tutto il paese, a maggior ragione vale per la città di Rio de Janeiro.
Il Carnevale è l’evento che ha reso la Cidade Maravilhosa famosa in tutto il mondo, ma è anche un momento in cui ha avuto e continua ad avere l’opportunità per far parlare di sé. Si potrebbe dire che in attesa dei Mondiali di calcio del 2014 e delle Olimpiadi del 2016 il Carnevale sia per Rio solo l’ennesima occasione per affermare la propria centralità nel panorama internazionale. Si potrebbe dire, ma sarebbe improprio. Nel caso del popolare Carnaval da Rua non è la potentissima Fifa, né altre macro-istituzioni a dar vita all’avvenimento, ma, più di tutti, i singoli cittadini.
Iniziato ufficialmente il 28 febbraio lo storico “grande evento” carioca sta facendo riversare milioni di persone per le vie e le piazze della città. Senza sosta. Sono 465 i blocos – letteralmente blocchi, che vanno da concerti a parate a occupazioni di strade – che nel 2014 sono stati autorizzati dalla prefettura a muoversi nel tessuto urbano trascinando con sé fiumi di persone. Ai raduni ufficialmente approvati si affianca una ricchissima agenda extra-carnevalesca: blocchi informali, bar che organizzano grigliate e bevute straordinarie, officine d’auto che si trasformano in spazi per danzare il samba.
Più che i blocchi però, si potrebbe dire che sono le persone, i soggetti a divenire il luogo della grande festa. I corpi e le soggettività, con i loro desideri, paure e pensieri vengono stravolti, deformati, invertiti. I cariocas nei giorni del Carnevale sperimentano un eccesso – in molti casi estremamente goliardico – talmente esplicito da sovvertire temporaneamente tante delle logiche e dei codici su cui si regge la vita quotidiana. Identità di genere, credo religioso, ambito lavorativo, bellezza, sensualità, colore della pelle, classe sociale, sono alcuni degli ambiti entro cui le persone si muovono per trasformare provvisoriamente sé stesse.
Le caratteristiche o categorie con cui le persone giocano durante il Carnevale non sono solo casuali o semplici espedienti per strappare un sorriso agli altri o una foto alla stampa. Le scelte delle fantasias cioè dei travestimenti, sono figlie, forse inconsapevoli, del contesto sociale economico, politico e valoriale in cui le persone vivono. Un contesto che è sempre più globale e interconnesso e che perciò amplia le categorie con cui giocare. Attraversando le vie di Rio in questi giorni è facile incappare in uomini che portano al collo bambole e si dichiarano “padri soli”. Se non esistesse la categoria sociale della madre sola, in Brasile quasi istituzionalizzata, a nessuno, forse, sarebbe venuto in mente di travestirsi così. Fantasias che si ispirano, deridendolo o imitandolo al BOPE, il temuto battaglione di polizia reso celebre dal film Tropa da Elite, o che imitano Frida Kahlo, o le figure più popolari di Drag Queen. Ancora travestimenti che si rifanno agli abiti indossati dalle donne da cartolina di Salvador, all’immagine del bambino di strada, alle bacheche di Facebook.
Dal centro alla periferia, le persone stanno scrivendo sulle strade di Rio un elenco di cosa e chi si può essere. Stanno dando visibilità a realtà e soggetti che, in modi differenti, le politiche nazionali e trans-nazionali si ostinano a marginalizzare o a non comprendere.
Più che in “un’estetica dell’uguaglianza”, come la definisce Da Matta, mi sembra che il senso del Carnevale contemporaneo possa essere letto nei termini di un’estetica della pluralità. Quello che emerge nelle strade di Rio in questi giorni è una molteplicità di possibilità umane o, per citare il titolo di uno spettacolo recentemente presentato al Teatro Ringhiera di Milano, di variabili umane. Viene sbattuto in faccia alle istituzioni e alla politica di palazzo un discorso sull’omosessualità, sulle diseguaglianze sociali, sui miti di diverse generazioni e sui problemi della città. Poco importa se l’intento sia consapevolmente o dichiaratamente politico e resistente. Per pochi giorni tutte le possibilità umane e politiche hanno diritto alla città e alla visibilità. Tutte le variabili umane politiche e sociali esercitano simbolicamente il proprio diritto alla cittadinanza. Per una settimana soggetti marginalizzati e spesso privati dei diritti fondamentali divengono i padroni indiscussi dello spazio pubblico. Anzi, più sei macho e peloso e più hai diritto a vestire una minigonna e giarrettiera.
La politica e le istituzioni brasiliane in questi giorni stanno tirando un sospiro di sollievo, sentendosi libere di prendere tempo nel fornire risposte alle proteste che a partire dal giugno 2013 stanno investendo il Brasile. Per intuirlo basta leggere i giornali locali. Oltre a tentare di circoscrivere il carnevale alle sole categorie del divertimento sexual/alcolico e del folcklore, hanno ignorato, o finto di farlo, il fatto che il Carnevale non avrebbe necessariamente sospeso ogni protesta o rivendicazione esplicitamente politica. Così sabato 1 marzo, un gruppo di 800 garis, addetti alla nettezza urbana, ha annunciato di aver organizzato un corteo e uno sciopero di 24 ore per rivendicare condizioni di lavoro migliori. Non serve una fervida immaginazione per pensare alla condizione in cui versano le strade del centro e neppure una grande ironia per ridere di chi ha pensato che quella dei garis fosse una bella fantasia carnevalesca.
(5 marzo 2014)
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