Cattive notizie d’inizio anno

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Comincia l’anno. Quanto sarà nuovo? Per il mondo, a quanto pare, assai poco. Nessuno di coloro che potrebbero farlo, ha intenzione di salvare il Pianeta dalla catastrofe. E a nessuno di coloro che hanno il potere di cambiare le cose, sembra stia a cuore la sorte di milioni di esseri che giacciono nella malattia e nella fame, un po’ dappertutto. E lo scandalo della ricchezza ostentata davanti alle nuove povertà, non suscita neppure l’interesse dei media: “non fa notizia”.

In Afghanistan, in Iraq, in Pakistan il terrore cieco risponde al terrore organizzato. E tutti noi ci sentiamo più insicuri: ma in nome della sicurezza ci strappano via i residui della civiltà liberale. Le libertà degli antichi – quelle della partecipazione alla vita pubblica – ce le hanno già dimidiate: a che cosa si riducano le elezioni, ben lo sanno i miei lettori. Poco più che una finzione di un diritto che l’umanità ha durato fatiche inenarrabili per conquistare, dopo gli esordi nell’agorà ateniese, dove pure la libertà era riservata a un élite greca, maschile, e possidente. Ma stanno limitando in modo drammatico anche le nostre libertà private, quelle che secondo Benjamin Constant stanno a cuore a noi “moderni”. Viaggiare (la libertà di spostamento era per questo padre del liberalismo una di quelle fondamentali) diventa complicato, a dispetto della facilità con cui compriamo un biglietto sulla Rete, e costi a parte.

Nella vita quotidiana delle “democrazie” tutto ciò che non è esplicitamente proibito, rischia di diventare obbligatorio e viceversa, con una progressiva trasformazione dei diritti in privilegi di pochi, e uno svuotamento di quelli che ci sono concessi, in modo residuale. La cultura e la scuola, dove tentano di resistere forse gli ultimi baluardi di libertà e di sapere critico, sono sotto attacco, in varia forma, da quelle cruente a quelle “modernizzatrici” di cui vediamo prova da noi o, per esempio, nella vicina Francia. E ci si impone una informazione anestetizzante, e consolatoria, o divagatoria; è l’infotainment, dove è il secondo termine, l’intrattenimento, a prevalere, sempre più. E cifra distintiva dell’intrattenimento, nel dominante medium televisivo, è la volgarità, spinta, in particolare in quello che un tempo (ma quando?) era il Paese del buon gusto, l’Italia, ad estremi inimmaginabili anche solo vent’anni or sono.

E fermiamoci su questa Italia, che ci sconcerta ogni giorno per la sua incapacità di dire basta. A dispetto delle tante migliaia, milioni di cittadine e cittadini onesti, desiderosi di compiere il proprio dovere, ciascuno nei suoi campi, ma anche di fare qualcosa di più, per evitare che questo stato di cose porti il Paese nel baratro. A dispetto dei magistrati coraggiosi, non di rado eroici, che senza mezzi, tentano di salvare quel che si può di legalità dei comportamenti privati e di moralità pubblica. A dispetto dei funzionari onesti e volonterosi di tante amministrazioni che si barcamenano per far funzionare una macchina sempre al limite del collasso.

Questa Italia, in cui è ancora alla guida delle Ferrovie dello Stato (privatizzate), il signor ingegner Moretti, già sindacalista delle Ferrovie stesse, un uomo che rappresenta quasi a mo’ di idealtipo weberiano l’arroganza del potere, unitamente alla sua inefficienza. Dopo centinaia di pagine pubblicitarie, di manifesti, di spot televisivi sull’alta velocità che “accorcia le distanze” e “fa crescere il Paese”, dopo cerimonie di tagli dei nastri, dopo presidenti compunti alla guida dei “treni superveloci”, appena il sistema è partito è incappato in un flop micidiale.

E che cosa ci ha detto Moretti, l’ineffabile? Che tutto era sotto controllo. Che qualche “disguido” è inevitabile, anzi era previsto… E agli italiani che hanno sfidato la sorte, salendo sui convogli ferroviari – tradotte dirette verso le sterminate praterie abitate da feroci predoni, falciate da bufere di vento, coperte dalle nevi eterne… – il fantastico Moretti ha detto: portate con voi coperte e bevande. Grazie, ingegnere.

E intanto mentre si annunciavano aumenti delle tariffe, e riduzioni delle possibilità di rimborso (parzialissimo) per inefficienze e ritardi, superate le giornate del grande freddo, l’alta velocità ha continuato nei suoi scandalosi ritardi. Non più di quattro giorni fa, sulla tratta Torino-Bologna 105 minuti di ritardo, tra andata e ritorno. Alla modica spesa di un centinaio di euro. Circa un euro a minuto, di ritardo. Che paga il viaggiatore, beninteso, non Trenitalia. E che cosa ha detto la società ai malcapitati che su una tratta Sud/Nord in un treno notturno, con auto al seguito, sfidando la sorte, sono stati ripagati con lo scasso delle loro vetture, depredate di tutti i bagagli e oggetti personali? Come ha reagito a questa vergognosa inefficienza, Trenitalia? Assicurando il rimborso del costo dei vetri rotti. Per il resto, è stato precisato, sporgete regolare denuncia e si vedrà. Grazie, ingegner Moretti. Troppo buono.

Ma vogliamo parlare delle 40 milioni di dosi di vaccino per l’influenza A, di cui ci hanno fino a poche settimane or sono strombazzato il pericolo gravissimo? Si scopre ora che erano inutili, e che sono rimaste quasi tutte inutilizzate. Ma guarda. Non c’è un medico che avesse a suo tempo consigliato i suoi pazienti di vaccinarsi. E allora? Come mai il sistema sanitario, il ministero della Salute (!) ha ordinato, alle multinazionali del farmaco, di produrre (e vendere alle ASL) quei milioni di dosi? E ora il senatore Gasparri tuona che occorre indagare… Ma dov’era il governo? Non ha, forse, speso altri milioni di euro per la campagna pubblicitaria (pardon, di comunicazione) per indurci a “proteggerci” dal virus influenzale? E ora ci dicono gli esperti che quella influenza era una normalissima influenza, anzi meno pericolose di altre. Dopo, ce lo dicono. Dopo. E l’Agenzia del Farmaco, che faceva, questo organismo? Non vigilava? Non c’era per caso qualcuno interessato alla produzione e vendita dei vaccini? Lo sapremo mai?

E che dire delle notizie sul crollo della Casa dello Studente, all’Aquila, nel recente terremoto? Si è scoperto che quell’edificio “antisismico” mancava del pilastro centrale, che era costruito con calcestruzzo di pessima qualità, e con leggerezze incredibili, e che l’evento luttuoso, che otto giovani si è portato via, poteva essere evitato. Fantastico. E chi pagherà, ora? Vero o no che la ditta costruttrice fa parte di un gruppo “primario” che è lo stesso, ora, per esempio, coinvolto nella edificazione del famigerato Ponte sullo Stretto?

Aspettiamo sanzioni, aspettiamo notizie, aspettiamo giustizia. Ma crediamo davvero che arriverà? Basta. Beh, se siete troppo depressi da quanto avete letto sin qui, e volete cercare rifugio nella televisione, preparatevi al peggio. Ahi ahi ahi. Il decoder. Altra campagna governativa, che ci ha martellato per avvertirci che la nostra vita sarebbe cambiata, in meglio, naturalmente. Come? Con “il digitale terrestre”: che ci avrebbe regalato programmi a gogo. E voi, provate a districarvi, nella selva dei programmi. Ci si perde un’ora solo per farli scorrere, con i loro nomi assurdi. E quando decidi che quello è il tuo programma, pigi sul bottone, e scopri che il “tasso di errori” è “troppo alto”. Poi decidi di accontentarti di una trasmissione qualsiasi, ma dopo un paio di minuti, l’immagine si
blocca. Imprechi, ma non è nulla. Il passo successivo è l’improvviso, inspiegabile blocco del decoder. Se non avete una laurea in ingegneria elettronica, o siete degli “smanettatori” provetti, vi toccherà chiamare un tecnico, lo stesso che ve l’aveva venduto e sintonizzato. Ti dice che è da risintonizzare. Benissimo. 30 euro. Come la volta precedente. Ma stavolta aggiungerà, impietoso: “Farebbe meglio a cambiare televisore”.

Così, nella crisi dell’economia e dei consumi, si è registrato un boom di vendite di televisori. Perché, si sa, “toglietemi tutto, ma non il mio tv”. E dunque ci hanno spennato con i decoder, per poi costringerci a rottamare tv magnificamente funzionanti. Consumate, consumate: questa è la legge, questo dissero i profeti (per parafrasare il buon Marx).

Spero, almeno, che nelle “vacanze”, i miei lettori/trici abbiano avuto modo, se si sono accomodati davanti al piccolo schermo, di imbattersi in un vecchio film. In bianco e nero. Dopo mezzanotte, beninteso, l’ora in cui è relegato quel poco di cultura che rimane nella scatola magica, a dispetto del decoder e del digitale terrestre.

Angelo d’Orsi

(7 gennaio 2010)

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