Cervelli in fuga? Politica spenta, ma si muove la società

Alessandro Mulieri

Sempre più giovani decidono di cercare lavoro e fortuna all’estero. Ma la nuova emigrazione italiana ha caratteristiche molto diverse da quella di fine ’800 o inizi ‘900, dal momento che si tratta il più delle volte di inidividui con alte qualifiche professionali e elevati livelli di istruzione. Cosa sta facendo la politica per arginare questa emorragia? Poco. Fortunatamente si muove la società.

e Giulio Zucchini

Un’emigrazione scolarizzata che assume sempre di più le sembianze di un vero e proprio esilio. Questa definizione sommaria racchiude due aspetti centrali che ben descrivono il tema tutto italiano dei "cervelli in fuga", ossia il fenomeno per cui sempre più giovani italiani laureati decidono di cercare lavoro e fortuna all’estero. Nell’Italia globalizzata di oggi l’emigrazione, volontaria o meno, è diventata un fenomeno sociale di massa con caratteristiche nuove. Innanzitutto, la platea di chi sceglie di abbandonare il nostro paese è decisamente cambiata rispetto agli emigrati che lasciavano l’Italia alla fine dell’800 o all’inizio del ‘900. Ieri, a emigrare erano tante persone di tutte le età che scappavano dalla miseria di un paese scarsamente industrializzato, analfabetizzato e ancora sostanzialmente povero. Oggi, si tratta di giovani altamente scolarizzati che si formano in Italia e acquisiscono competenze e conoscenze cui il nostro mercato del lavoro non dà alcuna possibilità di espressione. D’altra parte, i motivi che portano tanti italiani a emigrare sono tristemente rimasti gli stessi: l’Italia contemporanea, massacrata dall’instabilità politica della seconda repubblica, è in una situazione economica e politica disastrosa. Simile a quella del paese precedente al boom economico. Questo rende i giovani emigrati italiani dei veri e propri esiliati che nella stragrande maggioranza dei casi sanno che non potranno mai tornare nel proprio paese. Esiliati politici, si potrebbe raggiungere, dato che la politica non sembra essere molto interessata a trattenerli in patria e fa poco per agevolarne il ritorno.

Brain draining: due parole inglesi per un fenomeno italiano

Nonostante i dati sulle partenze siano parziali e non forniscano un quadro esaustivo sulla situazione degli italiani all’estero, possiamo utilizzare i registri dell’AIRE (Registro degli Italiani residenti all’estero) per mettere a fuoco il fenomeno. Gli italiani che vivono fuori dal paese registrati l’1 gennaio 2012 sono 4.208.977 e rappresentano quasi il 7% della popolazione, gli abitanti di Milano e Roma insieme. Ovviamente essi contano il totale dei flussi migratori e non solamente quelli degli ultimi anni. Le mete dell’emigrazione italiana di oggi sono diverse da quelle di un secolo fa. Prima, si andava negli Stati Uniti, in America latina o in Australia. Oggi, mezzi di comunicazione più veloci agevolano la partenza verso mete europee più vicine all’Italia. Nel 2011 le destinazioni principali sono state la Germania (15,2%), la Svizzera (13%) e la Francia (8,7%). I dati sono sicuramente sottostimati, perché molti giovani italiani emigrati decidono di non iscriversi all’AIRE. Ma cosa che rende il caso italiano così specifico? Perché parliamo di brain draining? A differenza dei loro coetanei europei (forse sarebbe meglio dire nord-europei), i giovani italiani che espatriano nella maggior parte dei casi non scelgono liberamente di partire e hanno pochissime possibilità di tornare. I motivi sono diversi ma è sufficiente buttare un occhio ai dati sulla disoccupazione giovanile nel nostro paese per immaginarli. Nel 2012 quest’ultima ha toccato il 33,9% nel 2012 nei giovani tra i 15 e i 24 anni (a fronte di un 7,9% in Germania). Di fronte ad una situazione di questo tipo, bisogna chiedersi cosa stia facendo la politica per arginare l’emorragia di giovani italiani in fuga dal loro paese sempre più numerosi. La risposta è sconsolante: poco.

Sos politica nazionale

Un primo timido tentativo è stato fatto da una proposta di legge bipartisan presentata nel 2010 e firmata dal deputato del PD, Enrico Letta, e da Maurizio Lupi, deputato del PDL. La sua approvazione definitiva lo scorso settembre 2012 ha dato un segnale importante. Il DDL prevede sgravi fiscali per tutti gli italiani che, nati dopo l’1 gennaio 1969, abbiano maturato un periodo di esperienza all’estero per almeno 24 mesi consecutivi e decidano di rientrare per svolgere attività di lavoro dipendente, autonomo o d’impresa. Gli incentivi, che si rivolgono a cittadini comunitari (quindi non soltanto italiani), prevedono un’imposizione fiscale non superiore al 20% del reddito prodotto per le donne e del 30% per gli uomini, e una preferenza nell’assegnazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica. Unico vincolo: non poter tornare a risiedere all’estero nei cinque anni successivi. L’avvento del governo Monti aveva suscitato speranza che si sarebbe fatto qualcosa su questo tema. Monti, anch’egli a suo modo italiano all’estero per 10 anni da commissario alla Concorrenza a Bruxelles, aveva citato gli italiani all’estero nel suo discorso di investitura alla Camera. Tuttavia, nel vortice della politica di austerità, alle parole non sono seguiti i fatti.

Dalle risorse perse alle risorse sparse

Ma se la politica nazionale non è stata capace di rispondere ai bisogni di una nuova morfologia sociale, ci sono degli esempi di amministrazioni locali o interventi dal basso che si sono dimostrati pronti ad ascoltare ed incentivare il ritorno.
Prendiamo il comune di Milano che nel 2012 ha lanciato il bando “Welcome Talent Business”. Si tratta di mezzo milione di euro erogati da Comune e Camera di commercio per finanziare progetti imprenditoriali di giovani italiani residenti all’estero da almeno due anni. Senza aspettare un primo passo da parte delle autorità, a Bologna sono stati gli italiani all’estero a organizzarsi, dando vita alla rete “Exbo”.

L’obiettivo è quello di poter esprimere il proprio senso di appartenenza e identità nonostante un contesto di forte mobilità. In altre parole, significa rimanere cittadini nonostante la distanza. Attraverso internet e uno scambio con i cittadini e le autorità, “Exbo” tenta anche di rompere l’approccio dicotomico tra "chi parte" e "chi resta" – spesso descritti come soggetti sociali intrappolati in due categorie distinte –, sfruttando le informazioni e il sapere dei cittadini nel mondo per contribuire alla crescita della città d’origine. “Exbo” rappresenta un tentativo di creare nuove sinergie tra cittadini all’estero e realtà locali attraverso l’invio di informazioni e competenze alla case départ. Una pratica, questa, che ricorda il fenomeno delle rimesse, i risparmi inviati dagli immigrati italiani in patria, negli anni Sessanta e Settanta. Le rimesse sono state infatti fondamentali per il rilancio economico italiano nel Dopoguerra e lo sono ancora oggi per i paesi extraeuropei (non a caso Western Union ha avuto un fatturato di 5,5 miliardi di dollari nel 2011 ed è presente in più 200 paesi).

La grande sfida di oggi rimane quella di costruire nuovi modelli di società transnazionali e permeabili, sostenute dalle telecomunicazioni e da internet, capaci di rispondere ai bisogni degli emigrati che desiderano inviare le proprie "rimesse" in Italia e contribuire al bene del paese.

(15 aprile 2013)



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