Chi vuole uccidere la speranza M5S?
Paolo Flores d’Arcais
Pubblichiamo alcuni stralci del lungo editoriale (“Per la critica dei risultati elettorali”) che apre il di MicroMega, in edicola da martedì 17 giugno. L’articolo è stato chiuso in tipografia il 29 maggio, ben prima della scellerata scelta di fare gruppo con Farage, ipotesi di cui però già si diceva: “Mentre correggo le bozze, Grillo sembra deciso a imporre l’accordo con lo xenofobo razzista Farage: quem deus perdere vult, dementat prius”.
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L’analisi dei flussi elettorali dice che quasi la metà dei voti M5S dello scorso anno sono andati altrove, rendendo negativo il saldo con i nuovi consensi. Una parte della sacrosanta indignazione e volontà di cambiamento è restata a casa o si è indirizzata verso Renzi.
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Non è la radicalità che ha portato via voti a Grillo, è l’incoerenza. La radicalità non si misura con una permanente “surenchère” di turpiloquio, che anzi la danneggia perché banalizza. La radicalità non ha nulla a che fare con le espulsioni al primo stormir di dissenso, che anzi manifestano abissale insicurezza nelle proprie ragioni e nella propria leadership. La radicalità è incompatibile con ghignanti minacce di processi web, perché il più che mai necessario giustizialismo è “legge eguale per tutti”, dunque l’opposto dei “processi sommari” per sommatoria di clic umorali e disinformati (il cui vero nome è linciaggio), spurghi telematici che regalano alibi ai “garantisti” a corrente alternata.
La radicalità è capacità di imporre agli altri, avversari e potenziali alleati, l’egemonia della propria agenda e dei propri temi, non l’estatica ammirazione del proprio ombelico eretto a “misura di tutte le cose”. La radicalità è perciò abissalmente lontana dal rifiuto di dia-logos, di confronto, che non è intransigenza ma pavidità: teme di contaminarsi solo che immagina di avere argomentazioni e/o fibra morale assai deboli, e dunque vive nel panico di cedere all’affabulazione altrui o all’opportunismo proprio.
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Sulla riforma istituzionale non è radicalità difendere il bicameralismo e il proporzionale, lo sarebbe stato chiedere del Senato l’abrogazione tout court, e la riduzione della Camera a cento deputati (non più peones ma davvero autorevoli), e il limite dei due mandati per legge, e l’incompatibilità – a monte e a valle di una carica elettiva – di incarichi amministrativi o manageriali di nomina politica (anche indiretta), e le altre misure capaci di stroncare il monopolio della politica di mestiere sulla vita pubblica (MicroMega le elencava già nel 1986).
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Contro l’evasione fiscale, vera piaga d’Egitto della nostra economia, potrebbero lanciare una crociata “senza se e senza ma”, magari con una rubrica “evasore del giorno” anziché “giornalista del giorno”, mettendo il Pd con le spalle al muro delle contraddizioni, e “una semplificazione al giorno” potrebbero proporre a costruttiva dimostrazione di come la lotta alla burocrazia può diventare una politica, anziché uno spot governativo. Purtroppo, perfino sull’ecologia, che dovrebbe costituire un tranquillo e redditizio cavallo di battaglia, smarronano difendendo un decreto su Taranto con cui schiaffeggiano i movimenti cittadini impegnati sul terreno e a Bruxelles, anziché farsene mallevadori e dipendenti (questa la definizione che Grillo diede dei parlamentari).
E non ha senso rispondere che, almeno in qualche caso, “ha deciso la rete”. La circostanza pone in discussione, semmai, le pretese virtù taumaturgiche del web sotto il profilo della deliberazione democratica. Ai Casaleggio-addict sfugge che una deliberazione democratica non è una mera conta (benché proprio questo sia sempre più spesso: nelle democrazie lobotomizzate e in estinzione, però) ma l’atto conclusivo di una discussione, di un confronto argomentativo. Che esige dettagliata informazione e ampio contraddittorio, nel comune ossequio alle regole della logica. Anni luce dalla decisione a tappe e per semplificazioni, seguita nella riforma elettorale: ti piace di più il proporzionale o il maggioritario, e il proporzionale con la preferenza o senza? Che può andar bene per la scelta di un gelato (frutta o cioccolata? Con la panna o senza?), non per la elaborazione di una legge.
Ma questo disprezzo anche un po’ becero di ogni virtù illuministica (che è invece la cartina di tornasole del funzionamento di una democrazia, che di illuminismo avrebbe necessità in dosi da cavallo) trova la sua apoteosi nell’ostentata molestia che la parola stessa di “intellettuale” provoca a Grillo e nell’orticaria che fa insorgere in Casaleggio. E per imitazione, nella stragrande massa dei militanti (quelli che si esprimono, almeno), che si avviliscono così nel conformismo volontario del gregge.
Che tra gli intellettuali circoli presunzione in quantità industriali, e albagia senza fondamento, e narcisismo a go go, è di evidenza palmare. Che se ne debba concludere alle litanie di squisito conio qualunquista, che replicano il “culturame” del sempiterno odio per lo spirito critico, è un ciclopico “non sequitur”.
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(13 giugno 2014)
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