“Chiediamo più cultura, ci danno polizia, questa è la loro democrazia”
Anna Maria Bruni
Roma – Ore 10, piazzale Aldo Moro. La giornata degli studenti è cominciata. Sono già tanti in piazza, aspettano gli altri dalle facoltà occupate, che scendono subito dopo, e scorrono come un fiume in piena fra gli archi dell’entrata della Sapienza. Nel frattempo arrivano anche licei e tecnici, e diventa evidente che dopo la giornata di ieri, oggi saranno molti di più a scendere in piazza. Comincia la trattativa con le forze dell’ordine che, come gli studenti, dopo ieri non intendono farsi cogliere impreparati. Roma è presidiata, già arrivando all’Università abbiamo superato diversi posti di blocco. E non solo polizia, anche i Carabinieri oggi sono in forza. Questa prova muscolare è la rappresentazione plastica della debolezza del potere, oltre ad essere un chiaro segno di inciviltà. “Chiediamo più cultura, ci danno polizia, questa è la loro democrazia”. In questo slogan è la consapevolezza degli studenti, che non ritengono lo scontro un piano di confronto possibile, e non lo concepiscono da parte di chi dovrebbe governare il paese.
Risolvono accettando di arrivare in corteo a Castro Pretorio e da lì prendere la metro per i Fori imperiali. E, con un ultimo scatto, la "presa" del Colosseo, dove lasciano lo striscione, a futura memoria. Poi formeranno di nuovo il corteo per Montecitorio. E così è. Sotto il Parlamento intanto li aspettano già gli studenti medi, la rete degli studenti, gli universitari arrivati da Roma Tre, mentre le bandiere della Cgil e dell’Usb campeggiano sulla ringhiera che chiude la piazza. Arriva un piccolo corteo dell’Isia, Istituto superiore industrie Artistiche, fra i tanti ad unirsi al corteo di oggi. Già risentono dei tagli, e la riforma neanche è stata approvata, ci dicono, ma già sono accorpati nelle classi, sono tagliati gli orari, e forse taglieranno un anno di corso. E “poiché tagliano dell’80% le borse – aggiunge uno studente – molti nostri compagni rischiano di non poter neanche proseguire gli studi”. “Il che oltretutto vuol dire – conclude – un aumento della disoccupazione giovanile, dato che non c’è lavoro”.
Scatta l’applauso, ma non è per lui, anche se se lo merita. Ma l’invasione è cominciata, al ritmo dei tamburi dei Samizdat il corteo è arrivato, e piazza Montecitorio non lo contiene. “Il governo cadrà e noi vinceremo”, “La gente come noi non molla mai”, e poi a ritmo “noi la crisi non la paghiamo”, “bloccheremo questa riforma”. La determinazione è assoluta, direttamente proporzionale alla chiarezza di aver risvegliato il Paese, e di stare scrivendo una pagina di democrazia reale. Gli studenti si susseguono al microfono, danno le ultime notizie delle occupazioni nelle altre città, il porto di Palermo, la Torre di Pisa, la Mole antonelliana. E poi leggono un’Ansa: i ministri Gelmini e Alfano si sono sbagliati e hanno votato con l’opposizione l’emendamento contro la riforma. La retrocoscienza funziona sempre. Scoppia un boato, la risata è generale.
Un giovane avvocato arriva in piazza in giacca e cravatta, si guarda intorno, riconosce i suoi compagni, si abbracciano. Gli chiediamo chi sia. “Un praticante, ma loro sono i miei compagni, e io sono con loro”. Poi aggiunge, “voglio un futuro diverso per l’università, quindi non posso non mobilitarmi”. E poi rivolto a loro: “state occupando ancora?” e, alla risposta affermativa, “allora stasera vengo”.
Intanto dalle “retrovie” riorganizzano il corteo, e solo dopo aver riallineato tutti, annunciano la partenza. E via di nuovo, come ieri, Corso Rinascimento. Ma stavolta non è il Senato l’obiettivo, è Architettura. Arrivati al Lungotevere, alla svolta con via Tomacelli, scoppiano gli applausi, i saluti, se potessero si abbraccerebbero a distanza. Alziamo lo sguardo: sono tantissimi anche sul tetto della facoltà. Il corteo si ferma un po’, ancora musica, partono i canti, che distinguono ancor di più il loro profilo. “Bella ciao”, “fischia il vento”, e poi a ritmo “siamo tutti antifascisti”. Il corteo riparte. Via del Corso, piazza Venezia, Fori imperiali. Tornano all’università, pianificando riunioni ristrette fino al nuovo assalto, martedì prossimo, perché è al 30 che è slittato il ddl Gelmini.
Ma nel frattempo è il tetto di Architettura che si affolla. Primi ad arrivare Paolo Ferrero, segretario del Prc, che mette in luce come le divisioni sul ddl non sono di merito ma legate agli schieramenti all’interno della maggioranza. E’ insieme a Rosa Rinaldi, e salutano una loro compagna, Eleonora Forenza, della segreteria nazionale, ma anche ricercatrice precaria, e quindi sul tetto da tre giorni con tutti gli altri studenti e ricercatori. Bersani, arrivato subito dopo, incassa le critiche di chi accusa l’opposizione di non aver mosso paglia fino ad ora. Poi arrivano in ordine sparso Furio Colombo, Curzio Maltese, giornalisti rispettivamente del “Fatto” e di “Repubblica”, e Antonello Venditti, uno degli artisti con i quali stasera a piazza di Spagna il mondo dello spettacolo e quello dell’università si metteranno insieme contro i tagli e contro un governo che riesce solo a dire, per bocca di Tremonti, che “la cultura non si mangia”.
Ma “tutti sono venuti, da Vendola all’Idv, si fa prima a dire chi non è venuto”, ci dicono quasi sorpresi di avere mobilitato in due giorni quello che non erano riusciti in un anno. E come se non bastasse, arriva l’annuncio. Lo stato maggiore di “Futuro e libertà” si sta arrampicando sul tetto. E subito dopo, vediamo spuntare Chiara Moroni, Flavia Perina, Fabio Granata, Benedetto della Vedova. Si forma il crocchio intorno e la discussione decolla in un attimo. Comincia Granata, che argomenta la loro opposizione, le difficoltà del momento, il rientro di un miliardo, l’emendamento. Ma c’è poco da fare, sono circondati da persone che mettono insieme argomenti solidissimi, esame approfondito della riforma, più quello che vivono sulla loro pelle. Con loro non ce la fanno, né Granata né della Vedova. E tantopiù vengono fuori le differenze, quando si arriva al dunque. Che è l’inemendabilità della riforma. Mentre Della Vedova ironizza “allora dovremmo dire che chi ha scritto questa riforma voleva affossare l’università!”, e in molti gli rispondono, “sì, quella pubblica”, appare chiaro che Granata sembra essere d’accordo. “D’altra parte siamo venuti qui – dice – per ascoltare e fare le nostre valutazioni”. Ed è con gli argomenti “inemendabili” che gli hanno consegnato studenti e ricercatori che se ne tornano da dove sono venuti.
(25 novembre 2010)
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