Cofferati: “Il Pd ha cambiato natura. Ripartiamo dai valori della sinistra”

Giacomo Russo Spena

intervista a Sergio Cofferati

Per i fuoriusciti dal Pd l’appuntamento è sabato 4 luglio, in un teatro di Roma. Tra gli altri, a tenere il banco, Pippo Civati, Sergio Cofferati e Stefano Fassina. Un incontro aperto, dicono, a tutti coloro che vogliono rinnovare il terreno della sinistra politica e sociale. Un nuovo, ennesimo, partitino? “Per carità, sono contrarissimo, è l’inizio di un percorso”. I tempi? “Non dobbiamo avere fretta né farci condizionare dalle scadenze elettorali”. Se da un lato Sergio Cofferati stoppa sul nascere qualsiasi velleità di soggetto organizzato, dall’altro crede con convinzione nel nuovo cammino comune: “Esiste uno spazio, dobbiamo colmarlo”.

In questi ultimi mesi abbiamo assistito al voto di fiducia su provvedimenti come l’Italicum, il Jobs Act e la “buona scuola”. Dietro il motto del rinnovamento, il governo Renzi sta mostrando un forte decisionismo. Secondo lei siamo ad una svolta autoritaria o è la solita boutade?

Renzi, fin dal suo insediamento, ha teorizzato l’inutilità del confronto con i corpi intermedi decidendo di non confrontarsi con sindacati, associazioni di categoria, cittadini organizzati e imprese. Per ultimo, il governo in maniera testarda si è rifiutato di ascoltare le piazze in mobilitazione contro la riforma della scuola. Siamo di fronte ad un decisionismo non condivisibile che passa per una relazione diretta con una indistinta opinione pubblica dove non c’è rispetto per i cittadini. Così si espone il Paese a rischi di conflitti rilevanti, quindi l’autoritarismo non porta vantaggi a nessuno. Nemmeno a Renzi.

Facciamo un passo indietro. In Liguria ha deciso di rompere con il Pd e di sostenere un candidato alternativo, Luca Pastorino. Per tale scelta, è stato accusato di aver fatto vincere la destra di Giovanni Toti. Si sente responsabile?

Da mesi ho espresso pubblicamente dubbi sulla linea del Pd, ad esempio sul Jobs Act. E quando, oltre ai dissapori sulle scelte economiche e sociali, nel partito ci si rifiuta di discutere anche di legalità – valore fondativo della carta costituente del Pd – sono arrivato alla sofferta decisione di rompere. Definitivamente. In Liguria, durante le primarie, si sono consumati brogli conclamati tanto che è intervenuta addirittura la magistratura e invece c’è stata la testarda volontà di rimuovere il tema e di non affrontarlo. Nonostante le sollecitazioni ripetute. La legalità dovrebbe essere un valore di qualsiasi forza politica. Il Pd ha cambiato la sua natura.

Quindi non si sente responsabile per la vittoria di Toti?

È una sciocchezza clamorosa. Una penosa giustificazione di chi non ha più il consenso dei cittadini liguri. Ad analizzare i flussi elettorali si vede chiaramente che Paita ha perso le elezioni perché ha incarnato la continuità con Burlando. Nessun cambiamento rispetto ad una giunta che è stata bocciata dai cittadini. Inoltre Pastorino ha sottratto voti all’astensionismo e al M5S. Senza la sua candidatura, il movimento di Grillo avrebbe superato Paita che sarebbe arrivata terza.

Per lei il Pd di Renzi si è snaturato. È ancora un partito di sinistra?

Il Pd non è più il partito che abbiamo fondato, ha rinunciato a quei valori perdendo la sua configurazione di sinistra. Le torsioni neocentriste del governo Renzi sono numerose e su più campi. Prima accennavo al Jobs Act: come si può sostenere che togliere diritti e protezione sociale ai lavoratori sia un’azione di sinistra? Il mercato del lavoro è diviso tra garantiti e non garantiti, tra persone che hanno alcune tutele e un’altra area che ne ha meno o niente affatto. Un’azione di sinistra è estendere a tutti gli stessi diritti, non toglierli in maniera generalizzata per parificare a ribasso.

Ma andare via dal Pd per andare dove?

In un Paese come il nostro credo sia importante avere delle forze politiche di sinistra. Il Pd non è in grado di assolvere a questa funzione. Per questo, ritengo centrale mettere in campo una discussione sui valori, il punto dal quale partire per dare un’indicazione e creare coinvolgimento e partecipazione popolare. Se vediamo ai numeri sull’astensionismo, molte, troppe, sono le persone disilluse dall’attuale quadro politico. Non si sentono rappresentate da nessuno. Chi darà loro i valori nei quali identificarsi e per i quali tornare a votare, avrà svolto una funzione utile per la democrazia e avrà realizzato un’area di consenso importante.

Nelle poche righe che lanciano la giornata di domani, 4 luglio, si fa riferimento proprio all’alto tasso di astensionismo. L’idea è creare un nuovo progetto, ne sarete in grado?

Vogliamo riunificare persone diverse – e con storie diverse – che sentono il bisogno di appartenenza e di identità ai quei valori condivisi. Cosa vuol dire essere di sinistra? Noi indichiamo quali siano le politiche coerenti con quei valori e intorno ad essi cominciamo a creare delle aggregazioni territoriali che permettano il confronto e la ricerca. Con pazienza. Senza far precipitare la discussione nel “contenitore” politico. Insisto, capiamo prima i valori di una moderna sinistra di governo, al passo coi tempi.

Quindi domani non nascerà un nuovo partito?

Rovesciamo l’approccio di intenti. Discutere ora di partito significa mettere assieme frammenti o piccoli partiti già esistenti. Noi dobbiamo avere un’ambizione molto più alta e imboccare un percorso oggettivamente più difficile.

Negli intenti iniziali anche la Sinistra Arcobaleno, la Lista Ingroia e l’Altra Europa con Tsipras dovevano rinnovare il terreno della sinistra e avevano progetti ambiziosi. Non si rischia l’ennesimo partito del 4 per cento?

Lo spazio c’è ed è ampio. Pensiamo al risultato dell’Emilia-Romagna dove alle regionali ha votato soltanto il 37 per cento degli aventi diritto. Fino a qualche anno fa, si arrivava alla soglia del 90. Bisogna evitare l’errore della mera sommatoria tra i soggetti a sinistra del Pd e ripartire da una serie di temi: beni comuni, il lavoro, la Rete etc.. Nel mentre bisogna costruire una classe dirigente che non può essere connotata e condizionata dalla mia generazione che ha la sola funzione di stimolare questa ricerca e crescita. Non di proporsi come dirigente di tale processo.

Sarà un soggetto che va da Paolo Ferrero a Sergio Cofferati?

Domani sarà un incontro tra i fuoriusciti dal Pd. Avvieremo una discussione senza la presunzione di assegnarsi o di autoassegnarsi funzioni di leadership che personalmente non ho mai avuto ma che in questa fase secondo me non dovrebbe avere nessuno.

Per il giurista Rodotà la sinistra deve ripartire dalle realtà associative e considera i partiti esistenti come delle “zavorre”. Lei è d’accordo?

Concordo sull’importanza di relazionarsi col mondo associativo e le realtà territoriali. È un lavoro necessario. Tale posizione non è alternativa né in contrasto con la discussione che bisogna aprire sui valori identitari della sinistra.

E la coalizione sociale di Landini. Che ne pensa?

Rispetto al nostro, sono due progetti distinti che devono avere un rapporto stretto e dialettico. E camminare insieme perché abbiamo un tessuto ricch
issimo, a volte addirittura fondamentale, di associazionismo che non ha una rappresentanza politica.

Landini le piacerebbe come leader della nuova sinistra?

La cosa è molto più complessa ed eviterei facili semplificazioni o scorciatoie sul leader.

Non desidera un nuovo contenitore né ha fretta. Per lei il progetto inizia domani ma potrebbe finire tra mesi…

I tempi saranno oggettivamente lunghi e non bisogna farsi condizionare dalle scadenze elettorali. Poi di volta in volta e di luogo in luogo si ragionerà sul da farsi.

È possibile un’intesa con il M5S in chiave antirenziana?

Grillo ha deciso purtroppo di auto isolarsi. Nel Parlamento Europeo, dove siedo, non essendoci la dinamica di governo c’è una collaborazione su alcune battaglie con gli esponenti grillini, in Italia Grillo ha deciso di stare all’opposizione. Da solo. E senza interagire con nessuno.

Però guarda all’elettorato grillino?

Il M5S ha sottratto molti voti all’elettorato tradizionale della sinistra, speriamo di creare un progetto tale, e innovativo, da poterlo riconquistare.

Qual è l’appello che fa ai Cuperlo e Bersani? Li invita a trovare il coraggio per uscire dal Pd?

Non faccio appelli ma una costatazione: se una opposizione interna a un partito, oltre ad non ottenere risultati nella linea politica, non ha nemmeno il rispetto del gruppo dirigente… si va per forza di cose ad esaurire con una perdita di credibilità delle persone che l’hanno esercitata.

(3 luglio 2015)



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