Come evitare il deserto dell’industria

Valerio Castronovo

La politica industriale è scomparsa dall’agenda dei nostri governi e oggi il nostro tessuto industriale rischia il collasso. Anche perché alla politica del rigore fiscale non si è accompagnata un’efficace politica antirecessiva: col risultato che, decrescendo il denominatore del Pil, il debito è destinato ad aumentare.

, da Il Sole 24 Ore, 6 gennaio 2013

Anche nell’anno appena trascorso le nostre imprese, pur arrancando col fiato grosso, hanno seguitato a realizzare un attivo nell’export manifatturiero, secondo solo a quello della Germania. Ma ora il sistema produttivo rischia di sfaldarsi in più punti. Oltre a un eccessivo carico fiscale, troppe sono le pastoie burocratiche, sempre più ristretti i canali del credito bancario, scarsi gli incentivi alla ricerca, forti le rigidità del mercato del lavoro, inutilizzati in gran parte i fondi europei a causa di istruttorie in ritardo o malamente impostate. Ed è ancora diffusa una cultura sociale poco propensa alle innovazioni.

D’altra parte, la politica industriale è scomparsa dall’agenda dei nostri governi. L’ultimo provvedimento di rilievo è consistito, a metà degli anni Ottanta, in una legge a sostegno del settore aerospaziale e dell’elettronica. Naturalmente, dopo le liberalizzazioni del successivo decennio,non si trattava di riesumare l’interventismo pubblico, bensì di individuare, in base a un’analisi sistematica delle prospettive dei diversi settori, quali fossero le misure più appropriate per creare un contesto idoneo allo sviluppo di nuove risorse e iniziative. Ma così non è stato.

Di conseguenza si è finito per non tracciare, dopo la rinuncia al nucleare, un nuovo Piano energetico nazionale, che solo adesso è comparso per opera del governo Monti; e non si è tenuta in debito conto l’esigenza di assecondare, in linea con le dinamiche del mercato globale,l’adeguamento delle telecomunicazioni, della chimica verde, della logistica e delle infrastrutture. Né si è chiesta alla nostra diplomazia un’opera di "intelligence" economica a sostegno del made in Italy, a differenza di quanto fanno altri governi europei. Inoltre, non ci siamo impegnati sufficientemente in sede comunitaria per difendere brevetti, marchi e diritti di proprietà intellettuale delle nostre aziende.

Si spiega pertanto come l’industria italiana, non solo perché meno capitalizzata in media rispetto a quella di altri Paesi, abbia perso negli ultimi dieci anni 20 punti in termini di competitività rispetto alla Germania. E come mai l’Italia non abbia attratto consistenti investimenti esteri; d’altronde, quei pochi approdati da noi si sono risolti talora in proficue acquisizioni da parte di multinazionali straniere, senza garanzie di reciprocità, o sono stati invogliati da generose concessioni in materia di tariffe dell’energia e di altre franchigie.

Oggi, dopo che molte aziende hanno intanto dovuto chiudere i battenti e si sono persi centinaia di migliaia di posti di lavoro, ci si trova a fare i conti con il pericolo di un collasso della siderurgia. Sia perché il decreto governativo, volto a coniugare l’opera di bonifica ambientale dell’Ilva con il proseguimento monitorato della produzione, è stato impugnato dalla magistratura dinanzi alla Corte Costituzionale (per cui un’eventuale chiusura dell’acciaieria di Taranto determinerebbe la paralisi degli impianti di Cornigliano, Novi Ligure e Racconigi). Sia perchè appare incerta anche la sorte dei poli di Piombino e di Terni nonché della Magona e dello stabilimento triestino di Servola. Si può ben immaginare perciò quali pesanti contraccolpi accuserebbero l’automotive, la metalmeccanica, l’edilizia e, più in generale, gran parte del sistema industriale italiano.

Per giunta c’è il rischio che subiscano uno stop, per le inchieste giudiziarie su un sospetto giro di tangenti, i progetti in cantiere di Finmeccanica. Va detto peraltro che, al di là di questa circostanza, il nostro "campione nazionale" nella difesa e nell’aerospaziale, e player mondiale nel campo delle alte tecnologie (ma senza più la partecipazione in Avio ceduta a General Electric), non ha mai avuto la stessa attenzione che altri governi riservano di norma a un settore di grande importanza strategica.

Se poi la decisione della Fiat di investire nella fabbrica modello di Melfi parte dei proventi ricavati dai suoi successi commerciali con la Chrysler nelle due Americhe, ha rappresentato una boccata d’ossigeno per un Gruppo le cui maestranze s’alternano da tempo fra periodi di lavoro e di Cassa integrazione, non s’è invece manifestato alcun segno di ripresa nel settore delle costruzioni, che pure ha sempre svolto una funzione anticiclica in tempi di crisi. S’è infatti pressoché bloccato il mercato della casa e scarsi sono i progetti di opere pubbliche.

In sostanza, dopo quattro anni di bassa congiuntura, incombe sul nostro Paese un altro genere di spread, costituito da un ulteriore processo di deindustrializzazione. Anche perché alla politica del rigore fiscale non si è accompagnata, da parte di Bruxelles, un’efficace politica antirecessiva: col risultato che, decrescendo il denominatore del Pil, il debito è destinato ad aumentare.



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