Con la mafia o con le procure di Palermo e Caltanissetta – Lettera ai parlamentari Pd, M5S, Sel
Paolo Flores d’Arcais
e Barbara Spinelli
Cari parlamentari della coalizione Pd-Sel e del M5S,
avrete capito che se vi scriviamo queste lettere, è perché la rovina della Repubblica, non imminente ma stoffa del nostro presente, solo voi messi insieme potreste cominciare a fermarla. Abbiamo alle spalle una lunga epoca di patti con le mafie, di spregio della legge, ma davanti, la prova di una possibile svolta, la battaglia accanto ai tanti cittadini che si ribellano al matrimonio indissolubile fra illegalità e crisi economica. Oggi, lunedì 8 aprile, il popolo delle agende rosse manifesterà di nuovo a Palermo. E vi chiede di essere al suo fianco.
Il 2 aprile è arrivata alla procura di Palermo una lettera che minaccia nuove stragi mafiose. In particolare, si annuncia la volontà di «eliminare il pm Nino Di Matteo in questo momento di confusione istituzionale, per fermare questa deriva di ingovernabilità». Sotto tiro, più in generale, procura di Palermo e di Caltanissetta. Sono le stesse parole già intese nel ‘92-93’, e ogni volta che le mafie si fanno governo. La logica è: «Destabilizzare per stabilizzare», «Fare la guerra per fare la pace». C’è del metodo politico nella follia mafiosa, della ‘ndrangheta, della camorra. È la conferma che la nostra storia, cronicamente, degenera in storia criminale.
Quello che più allarma è il silenzio dei rappresentanti dello Stato e di troppi mezzi di informazione. Vi preghiamo di non farvene complici, vi preghiamo di rompere questo silenzio con azioni anche clamorose, che suonino esplicita e solenne solidarietà con le procure di Palermo e Caltanissetta, e con Nino Di Matteo che invece il Csm vuole mettere sotto processo.
Sono due anni che i vertici dello Stato sottovalutano il pericolo, e invece di combatterlo se la prendono con i magistrati che indagano su mafia e politica. La dimissione della politica si è acuita, l’anno scorso, in concomitanza con la fine delle indagini sul famigerato “patto”. Fu quando Mancino, ministro dell’Interno ai tempi dell’assassinio di Borsellino, oggi accusato di falsa testimonianza, si rivolse al Capo dello Stato sperando di sottrarsi al processo di Palermo. Non ottenne quel che voleva, ma sollevando un conflitto costituzionale nei confronti degli uffici giudiziari palermitani, il Quirinale contribuì a indebolirli e isolarli.
Per l’appoggio quasi unanime che ottenne, dentro la politica e fuori, quell’offensiva rivelò qualcosa di più profondo e torbido, sulle malattie italiane. Rivelò un clima di miscredenza diffusa, verso inchieste e processi. Contro tutte le evidenze giudiziarie, si tornò a parlare di «cosiddetto» patto, e l’intera azione della magistratura contro la mafia venne descritta come un gioco inane, destinato sempre a fallire. Voi sapete che non è così. Non fu inutile il processo contro Andreotti, visto che fu riconosciuta nella sentenza la connivenza con la mafia di uno dei massimi esponenti della Repubblica, fino al 1980. Non è stato inutile il processo contro Dell’Utri: condannato in appello il 25 marzo con l’accusa di aver «rafforzato Cosa Nostra», creando un «aggancio» con Silvio Berlusconi, almeno fino al 1992. Sono due processi iniziati da Gian Carlo Caselli, procuratore della Repubblica a Palermo dopo l’eccidio di Falcone e Borsellino: oggi vediamo come tenti di screditarlo con accuse assurde chi gli succedette in quella carica, ed è attualmente Presidente del Senato. Vi chiediamo perciò di dire a voce alta che volete i processi e i verdetti perché senza di essi non resta che la melma dei sospetti, delle dicerie, dei ricatti. E di chiedere conto al ministro Severino della mancata solidarietà con il procuratore Di Matteo minacciato di morte, e della vergognosa apologia del procuratore generale della corte di Cassazione Gianfranco Ciani, che contro Di Matteo ha appena promosso un’azione disciplinare (la mafia ringrazia).
Nel mirino ci siete anche voi. La lettera anonima minaccia il governo di “comici e froci”, con chiara allusione all’accordo siciliano fra Crocetta e movimento di Grillo. Chi scrive la lettera vieta qualsiasi governo, locale o nazionale, che includa Cinque Stelle. Non è il pizzino di un mitomane, dicono i carabinieri del Ros. Chi l’ha redatto afferma che il piano omicida è voluto dagli «amici romani di Matteo” Messina Denaro, dunque da Cosa Nostra e dalle sue propaggini politiche
nella capitale.
Dalla rovina di una politica sotto minaccia e inquinamento mafiosi si esce solo se voi, rappresentanti della sovranità popolare, garantirete, a voce alta, la massima fiducia nei magistrati che indagano, a Palermo e Caltanissetta, sui patti scellerati Stato-mafia e sulla morte di Borsellino e della sua scorta. E se saprete dar vita alle misure legislative perché non sia sempre e solo la magistratura a scoperchiare post factum le illegalità italiane (sulla mafia, sull’Ilva, sui sindacalisti Fiom licenziati a Pomigliano…) ma un’Altrapolitica sappia prevenirle e debellarle.
(8 aprile 2013)
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